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(27 Giugno 2011) Enzo Apicella

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DIRITTI DEI LAVORATORI

Prime approssimazioni sulla lotta contro la gestione dei rifiuti in Campania

(30 Gennaio 2008)

La decisione del governo Prodi di nominare il responsabile del massacro di Genova, De Gennaro, a supercommissario per l’emergenza rifiuti in Campania è il chiaro segnale che ciò che si vuole togliere dalle strade (come persino Boselli denunciava) non sono le tonnellate di rifiuti ma le barricate ed i presidi di chi in questi giorni si sta opponendo all’ennesimo attentato alla propria salute.

Si conferma così una prassi oramai consolidata: lo Stato che, a sentire la martellante propaganda ufficiale, dovrebbe essere espressione e al servizio dei cittadini, sempre più si contrappone alle loro richieste per imporre con la forza le soluzioni che servono solo ad assicurare la sete dei profitti di chi realmente e materialmente controlla questo stesso Stato, per affrontare sul terreno dell’ordine pubblico, della repressione poliziesca e giudiziaria, chi si ribella alle conseguenze di queste scellerate politiche.

La nomina è stata approvata in maniera unanime dalla destra e dalla maggioranza di governo, compresa la cosiddetta “sinistra radicale”, la stessa che con il governatore Bassolino ha condiviso, senza battere ciglio, l’operato sia di Bertolaso sia di Pansa fino alla decisione di riaprire la discarica di Pianura. Sull’azione di vero e proprio pompieraggio di questi soggetti ed in particolare di Sodano (Rifondazione) torneremo più avanti.

Le comode narrazioni dei media

Vogliamo subito partire, invece, dagli episodi di Pianura su cui si è concentrata l’attenzione, per motivi diametralmente opposti, sia dei mass-media sia di settori di movimento e/o di singoli compagni per la rilevanza assunta da questa lotta. E’ infatti a fronte di quegli episodi che la nomina del superpoliziotto, dotato del potere di utilizzare persino l’esercito, è stata giustamente percepita come la volontà di normalizzare tutte le comunità resistenti sul territorio campano.

Dovendo criminalizzare la protesta e preparare più esplicitamente il consenso alla repressione, i mass media e le forze politiche sono andati ben oltre la riproposizione delle accuse rivolte alle altre comunità resistenti in tutta Italia, come la No TAV. Non solo si tratterebbe di cittadini “egoisti”, affetti dal virus del NIMBY, ma di una vera e propria “vandea reazionaria”, “infiltrati della camorra”, “teppisti ultràs” e non ultimi “attivisti no global”.

Quello della camorra è l’argomentazione principe che si sta usando per delegittimare la lotta di Pianura così come già era successo per i cittadini di Giugliano che chiedevano la chiusura di Taverna del Re, mostruoso ed inimmaginabile sito di stoccaggio delle ecoballe (cioè immondizia impacchettata tal quale, a cui il pudico quanto ipocrita nome assegnato non riesce a cambiare la sua puzza e tossicità).

Stranamente la camorra viene chiamata in causa sempre nei momenti più opportuni e, come a non voler deludere i fan di una certa cinematografia tipo “Napoli chiama, la polizia risponde”, viene presentata plebea, violenta, prevaricatrice, involuta, una escrescenza esterna e soffocante la società. Insomma nulla a che vedere con quel fenomeno ultramoderno che è la vera camorra, quella che, pienamente globalizzata, fa fatturati da capogiro nell’economia illegale come in quella “legale”, la cui presenza nei “palazzi” e nelle leve del comando, è stata ripetutamente segnalata dalla stessa magistratura. Questa, infatti, non c’è stata mai raccontata in questi lunghi anni di gestione bassoliniana durante i quali, anzi, è sembrata sparire come per incanto insieme alle dotte analisi che avevano caratterizzato la sinistra degli anni precedenti. Consigli comunali sciolti per infiltrazioni camorristiche (solo tra il ’93 e il ‘97 sono stati 40), diverse caserme di carabinieri e di polizia messe sotto accusa (la Campania detiene, da anni, il primato per numero di esponenti di forze dell’ordine inquisiti per fatti di camorra e di acclarata concussione con le corruttele istituzionali), interi vertici di ASL inquisiti, pressioni elettorali, trasmigrazioni di uomini politici non proprio cristallini dalle fila della Casa delle Libertà a quelli dell’Unione, imprese chiacchierate che hanno continuato a vincere appalti: tutto ciò è trapelato in qualche trafiletto dei giornali locali mentre sulle prime pagine si batteva la grancassa sul cosiddetto rinascimento napoletano, grande operazione mediatica di accreditamento nazionale ed internazionale dell’amministrazione Bassolino, con cui si è oscurata la cruda realtà di una città e di una regione in balia, più di prima, dei comitati d’affari politico-istituzionali/imprenditoriali/camorristici. Una camorra che proprio sulla emergenza rifiuti, artatamente provocata con il contributo di politici ed imprenditori, in questi quindici anni ha fatto profitti d’oro, attraverso lo smaltimento di rifiuti legali ed illegali, attraverso la messa a disposizione di cave, terreni e aziende con le proprie strutture da essa controllati.

Come dicevamo il volto violento della camorra viene evocato, guarda caso, in certe situazioni di mobilitazione sfidando ogni buon senso. Perché, a Pianura la camorra dovrebbe opporsi alla riapertura della discarica dal momento che la sua gestione e il minor controllo conseguente alla legalità della discarica stessa le consentirebbe di continuare a fare profitti con il trasporto, lo sversamento di rifiuti tossici, la “sistemazione” di soggetti a lei graditi? E, infatti, non si oppone. A dirlo è lo stesso Ministro Amato che ha escluso qualsiasi infiltrazioni camorristica. Ma si sa che anche di fronte all’evidenza sono più forti le ragioni della criminalizzazione della protesta (mentre scriviamo si sta diffondendo la nuova bufala secondo cui sarebbero stati pagati), così che non solo si continua con questo refrain ma si punta l’indice anche su frange violente di ultras e sugli estremisti, di sinistra of course. Un mix che giustificherebbe la militarizzazione della regione.

Sugli estremisti è addirittura apparso su Il Mattino di Napoli del 14/01 un bizzarro teorema: i no global si opporrebbero alle discariche, farebbero barricate ed aggredirebbero anche i vigili del fuoco, non per difendere territorio e salute da altri scempi ma per pura vendetta contro De Gennaro, responsabile di quanto accaduto a Genova; il suo fallimento sarebbe lo scalpo da portare a casa. Ci sarebbe da incazzarsi molto ma, poiché anche del più idiota gli estremisti sanno cogliere una certa “originalità”, la Rete campana si è limitata ad inviare una replica a Il Mattino e all’idiota, Raffaele Indolfi. Niente affatto originale, invece, la stereotipizzazione della rivolta di settori di cittadini di Pianura. Si tratterebbe, appunto, di frange violente di tifosi, teppisti vicini alla destra, estranei e marginali rispetto alla gente del quartiere tenuta in ostaggio dalle loro barricate e le loro minacce. Una fraseologia che ricorda molto quella usata in Francia per la rivolta delle banlieu ed, esattamente come già accaduto in Francia, è usata in egual modo a destra come a sinistra. Di più. Se per le banlieu qualche radical nostrano si era lanciato in analisi sociologiche “giustificatorie”, nel caso di Pianura, ma possiamo aggiungere anche della rivolta sarda contro le navi di mondezza campana, si dà per scontato che si ha a che fare solo con criminogena plebaglia.

e la cruda realtà dei fatti

L’obiettivo, vecchio come il cucco, è quello di provare ad incrinare un fronte che rivendica la sua unitarietà seppure nelle differenti espressioni della rivolta. Per la prima volta, infatti, abbiamo assistito ad una solidarietà diffusa ed al riconoscere come legittime, se non addirittura come proprie anche da coloro che non vi partecipano direttamente o non si mobilitano affatto, le azioni meno pacifiche portate avanti da queste “frange”. I blocchi dei dimostranti, che hanno isolato il quartiere dal resto della città, non hanno visto attive reazioni contrarie alla protesta; viceversa hanno suscitato una diffusa indignazione le forze dell’ordine, l’ingente schieramento di mezzi e gli interventi repressivi. La ragione, ovviamente, sta nella condivisione da parte di tutta la popolazione della rabbia che quei giovani vanno esprimendo. Una rabbia che viene dall’ennesimo schiaffo ad un quartiere che per oltre 40 anni è stato la pattumiera non solo di Napoli e della Campania ma del Nord Italia (ad es. secondo Nicola de Ruggiero, assessore all'ambiente della Regione Piemonte, a Pianura sono arrivate almeno 800 mila tonnellate dei rifiuti dell’Acna di Cengio) e del quale era stata promessa la bonifica e la riqualificazione. Un quartiere cresciuto sulla e intorno alla discarica tra le esalazioni mai sopite dei veleni sversati illegalmente, dove le case provvisorie del dopo terremoto 1980 sono diventate definitive per i deportati dal centro della città, dove i servizi sociali e le fogne sono ancora un sogno al punto che sono state messe sul piatto delle offerte in cambio della disponibilità a ritornare ad essere l’immondezzaio di Napoli, dove la disoccupazione è altissima, dove la presenza della polizia è sinonimo di repressione e arroganza ma anche di corruzione, di mazzette e taglieggiamenti, come emerge troppo spesso dalle cronache.

Chi vive qui, come negli altri quartieri degradati della periferia di Napoli, sa di avere meno chance degli altri napoletani (ed è quanto dire!), di essere di serie B; sa che quando arriva nelle zone bene della città è guardato con sospetto al punto che qualche benpensante è arrivato a chiedere la chiusura serale della metropolitana per impedirne la circolazione in quartieri come il Vomero. Sono “cafoni” e “plebaglia” da emarginare persino nel mondo dei tifosi.

E se la vita è un calcio nel sedere non ci si può meravigliare che si danno calci a chi di quella vita è il responsabile e se ne colpiscono i simboli ed i servi. Stanno tutte qui le ragioni dei roghi, delle barricate, degli assalti.

In tal senso sono quanto mai esplicative le interviste uscite in questi giorni ai partecipanti agli scontri di Pianura. Un rappresentante del gruppo “Guerriglia urbana” (una delle tante sigle emerse), intervistato da Repubblica Radio TV, sintetizzava così: “noi abbiamo un ideale: vivere, violenza, aggregazione, disgregazione dello stato di merda, per difendere la cittadinanza, per aiutare, solidarietà….Non abbiamo l’illuminazione, non abbiamo un corno e di nuovo la pattumiera d’Italia, perché il Nord che ha scaricato in queste zone per anni non si può assumere un po’ di questa immondizia e trovare siti alternativi?..”. Un altro giovane (Corriere del Mezzogiorno del 10/01/08): “queste per noi sono giornate fantastiche, perché abbiamo un ruolo, ci sentiamo rispettati….Non ci manda nessuno, non obbediamo agli ordini di nessuno. A Pianura ci sono le guardie, e gli sbirri sono nemici. ….E’ sempre la stessa storia. Le guardie arrivano, ci danno ordini. Qui non obbediamo, siamo liberi”.

Non ci vuole la zingara per capire che tra questi giovani ci sono gli ultras, cioè quelli che fanno dello stadio lo sfogatoio della loro rabbia né che ci sono giovani di destra. Come pure è evidente che ci sono piccoli spacciatori e scippatori, cioè quelli che per tirare a campare non hanno alternative e che la camorra, con il controllo del territorio, più che aizzare tiene ben disciplinati per 365 gg l’anno ostacolando qualsivoglia attivizzazione in direzione contraria all’”ordine” presente.

I molteplici e diversi fronti di lotta

Non siamo, quindi, di fronte agli attivisti duri e puri come piacerebbero a tanti di noi. Ciò nonostante siamo davanti ad una rivolta sentita, fuori dagli schemi percorsi ed agitati dai “professionisti” del movimento che, sorpresi ed impreparati di fronte a quella determinazione, hanno dovuto lavorare più che altrove per legittimare una presenza ed un percorso di lotta e provare a connettere questa resistenza alle altre presenti sul territorio campano. E’ questo il difficile terreno su cui gli attivisti della Rete sono costretti a misurarsi. Tutta la regione è in fibrillazione. Lo scempio di tonnellate di rifiuti, l’emergere a chiari dati della devastazione, l’arroganza di chi ha prodotto questo disastro che in maniera impudente non solo rimane al proprio posto ma rivendica il potere di decidere sulla pelle della popolazione, tutto questo ha determinato una mobilitazione diffusa mai vista prima in Campania. Ovunque ci sono blocchi stradali, comitati che nascono spontaneamente e chiedono di farla finita con l’emergenza. Ma parlare di un’unica vertenza, di un unico sentire, parlare di diffusa consapevolezza della posta in palio, non ci farebbe cogliere pienamente la realtà e nemmeno le difficoltà che dobbiamo realmente affrontare come attivisti per contribuire ad unificare le lotte in corso.

Se è vero, infatti, che tutte le mobilitazioni sono dettate dalla esasperazione dovuta all’immondizia nelle strade, diversi sono gli obiettivi che le singole comunità vogliono raggiungere ed è su queste differenze che agisce la propaganda agita dalle istituzioni, dal commissariato e da mass media. In maniera molto schematica potremmo dire che:

- nella città di Napoli, fino a poche settimane fa completamente sorda alle altre lotte sui rifiuti, e nell’immediata periferia, le popolazioni vogliono la liberazione delle strade dall’immondizia, vogliono che il servizio che pagano profumatamente con la TARSU (il più caro in Italia) sia efficiente. Che questo significhi aprire discariche vecchie o nuove, che si mandi l’immondizia in Germania o in Sardegna, che si faccia l’inceneritore, è irrilevante. Diversi sono il caso di Pianura che abbiamo descritto sopra ed il caso di Gianturco. Anche qui, secondo De Gennaro, dovrebbe venire un sito di stoccaggio provvisorio di rifiuti tal quale. Circa 10 mila tonnellate depositate nell’area della ex manifattura tabacchi che è nel quartiere a pochi metri dalle abitazioni. Una bomba ecologica inaccettabile per i cittadini di un quartiere già degradato e già oggetto di sversamenti legali (dell’ASIA a via Breccie) e illegali. La presenza nel quartiere del centro sociale Officina 99, i cui compagni sono attivi nella Rete campana, non solo ha portato all’occupazione dell’area dell’ex-manifattura ma sta favorendo la crescita e la mobilitazione di un comitato stabile anche sul progetto di trasformare quell’area in un sito di differenziata. Essendo, tra l’altro, un quartiere cui afferisce gran parte del commercio all’ingrosso cinese, ci si è rivolti, con successo, alla comunità affinché collabori al recupero di imballi portandoli nel sito occupato

- nelle zone della periferia metropolitana, già martoriate da anni ed anni di sversamento legale ed illegale, la situazione è più contraddittoria. In questi inferni, piccoli gruppi di compagni e di cittadini da anni si battono contro le discariche o i siti di stoccaggio presenti sul territorio. Nella più totale solitudine, a Giugliano come a Villaricca, si sono battuti per la loro chiusura facendo presidi e sostenendo lo scontro con la polizia con il solo aiuto degli attivisti della Rete campana. Dalle esplosioni di questi giorni ci si sarebbe aspettato un facile connubio con la popolazione, in realtà questi compagni hanno dovuto constatare che ciò che prevale è la rabbia per avere cumuli di immondizia sotto casa pur avendo la discarica a poche centinaia di metri; la richiesta si “limita”, cioè, al diritto a sversare nel proprio territorio e non essere solo la pattumiera della metropoli; non mancano momenti polemici proprio con chi aveva lottato per quelle chiusure.

- nei territori individuati, prima da Bertolaso e Pansa e poi da De Gennaro, come nuovi siti di stoccaggio e/o discarica, le comunità hanno difeso e difendono i propri territori dall’inevitabile scempio. Non perché questi siano oasi (anche se molto spesso lo sono dal punto di vista giuridico) incontaminate ma perché l’eventuale sito rappresenterebbe anche la devastazione economica. Non a caso a Chianche (terra di produzione del famoso greco di tufo), a Carabbottoli, a Pignataro, zone di agricoltura, di allevamento bufalino i contadini si sono mobilitati in massa costringendo i loro rappresentanti istituzionali, da sempre conniventi con il sistema di gestione dei rifiuti, a schierarsi contro le decisioni del commissario straordinario. Dove presenti, i compagni sono riusciti ad avere un ruolo sebbene non di direzione e con qualche difficoltà a far passare un ragionamento che andasse oltre la vertenza immediata. La situazione di Montesarchio, nel beneventano, è in evoluzione proprio in questi giorni. La partecipazione cresce ma, trovandoci nel regno di Mastella, peseranno oltre alla mobilitazione messa in campo dalla popolazione anche le vicende politiche ed il rapporto regionale e nazionale con l’UDEUR.

- Ancora diverso il caso di Acerra. Lì, come tutti ricordano, avevamo assistito alla scesa in campo di tutta la città contro l’inceneritore. La repressione brutale del 29 agosto 2004 e la frammentazione della soggettività politica interna a quella lotta ha prodotto una fatalistica rassegnazione. Il lavoro fatto dalla Rete negli ultimi mesi ha fatto fare qualche passo in avanti (v. la riuscita manifestazione nazionale tenutavi il mese scorso) con la riattivizzazione di pezzi della cosiddetta “società civile” ma stenta ancora a far ripartire l’ampia partecipazione del passato. Intanto nei pressi di Acerra, a Marigliano individuato come sito di stoccaggio, cominciano a crescere i presidi per impedire la collocazione di 98 mila tonnellate di rifiuti.

e le difficoltà di coniugarli in un unico movimento

Dicevamo che ciò che accomuna tutte queste realtà è l’esasperazione legata alla contingente massiccia presenza di rifiuti nelle strade e la sfiducia verso l’istituzione regionale, Bassolino in primis. Su questi elementi cerca di insinuarsi la destra. Mai come in questi mesi sono scorazzati per discariche e presidi così tanti neri soggetti -da Storace alla Mussolini per non parlare degli accattoni di AN e FI-; eppure al di là di infuocati manifesti e qualche lista di disoccupati loro affiliata (pronta a contrattare o nella partita della differenziata o nell’ambito dei benefits previsti dallo stesso Commissariato per risarcire i “sacrifici” delle comunità dei territori-discarica) la loro opposizione parolaia non sembra fare proseliti tra chi si mobilita. Più preoccupante, invece, il ruolo svolto dai sindaci. Di destra o di sinistra che siano, questi sono costretti a scendere in campo ed a schierarsi (pena la loro testa) a fianco dei cittadini. Ma questo schieramento è nel 99% dei casi il preludio a compromessi e cedimenti che nel migliore dei casi rispondono alla logica, imperversante, della “riduzione del danno”. E’ quanto avvenuto nei mesi scorsi a Serre dove il primo cittadino, dopo coraggiose denunce e le manganellate che non hanno risparmiato la sua fascia tricolore, ha accettato -contro il parere di una parte dei comitati- il compromesso dell’apertura di Macchia Soprano. Ma ovunque, sia per il ricatto esplicito di commissariamento e taglio dei fondi da parte del Commissariato Straordinario e del governo, sia per collusioni con l’attuale gestione dei rifiuti, i sindaci sono pronti a fare quella che si dice “la loro parte”. Il risultato è l’inevitabile sfiducia che segue ogni mancata vittoria

Nel giocare questa partita ciò che appare più vergognoso è il ruolo di quella “sinistra radicale” che ha trovato in Tommaso Sodano (PRC), presidente della Commissione ambiente, il suo pompiere. Senza la sua “mediazione”, la sua lingua biforcuta, sarebbe stato più difficile far ingoiare a Serre come altrove i piani del Commissariato. Il che fa il paio con l’atteggiamento generale di Rifondazione che si è schierata con Bassolino di fronte alle accuse della magistratura, ha accettato l’operato dei vari commissari straordinari ed è arrivata a plaudire la nomina di De Gennaro.

E’ evidente, quindi, che per i compagni il lavoro è tutto in salita: smantellare la fiducia in simili soggetti evitando di assecondare il populismo della destra o l’apoliticità ed il qualunquismo anche quando veicolati da soggetti come il Grillo del momento. Nello stesso tempo far emergere una critica generale al sistema, disvelare il groviglio di interessi che sta dietro la gestione dei rifiuti in generale e che in Campania trova la sua devastante esplicitazione per un connubio politico/affaristico/camorristico particolarmente famelico. Ma si tratta anche di connettere le lotte, generalizzarle, non farle disperdere, organizzarle intorno ad una ipotesi altra.

Anche questo è un terreno difficile. Intercettando proprio quel sentimento di cui dicevamo: togliere l’immondizia costi quel che costi, il Commissariato, le istituzioni locali e nazionali, i mass-media hanno avviato un’intensa campagna pro-inceneritore e di criminalizzazione di chiunque si oppone ad ospitare/rimanere discarica o altro sfogatoio per uscire dall’emergenza. Conferenze universitarie con esperti internazionali favorevoli all’incenerimento, richiamo continuo alla necessità di collocare l’attuale immondizia pena le epidemie, articoli e trasmissioni denigratorie verso intellettuali e medici che, denunciando lo stato di disastro ambientale, sono accusati, insieme agli attivisti, di seminare allarmismo verso i prodotti agricoli campani (non ci sarebbe da meravigliarsi se di qui a poco ci si inventasse un altro capo d’accusa tipo “cospirazione per procurare allarme e disastro economico”). Di fronte ad una tale potenza di fuoco non sorprende che la messa in funzione degli inceneritori venga considerata dalla gran parte della popolazione come l’unica soluzione al problema tanto che persino i rivoltosi ultras di Pianura hanno esposto nello stadio lo striscione: “ma che mercato di giocatori acquistiamo i termovalorizzatori”.

Ciò nonostante, però, sta crescendo l’attenzione intorno alle ragioni ed alle soluzioni proposte dal movimento. I presidi di questi giorni proprio al centro della città, l’occupazione dell’ex manifattura e la nascita di comitati di quartiere (grazie al lavoro della Rete, dei movimenti dei disoccupati e del sindacalismo di base ma anche di altre associazioni -dalla Rete Lilliput, ai grillini, all’Assise di Marigliano) vedono minore ostilità e richiesta di maggiore informazione (anche sul come contribuire) da parte di normali cittadini stanchi di una classe politica ormai non più credibile.

Questa della credibilità è un punto che si è posto con forza nel movimento. In sintesi ci si è posti il problema di come, di fronte alla campagna dell’avversario che ci dipinge come i signor no, possiamo essere credibili presso una popolazione esasperata, se, cioè, possiamo o dobbiamo dare soluzioni del tipo siti alternativi o di appoggio all’invio agli inceneritori dei paesi richiedenti (v Germania e Svizzera) o verso le altre regioni. Il dibattito per fortuna ha fatto piazza pulita di queste ipotesi (compreso di qualche accenno critico agli oppositori sardi …. è il movimento bellezza!) ma, come in altre occasioni, la tentazione di essere “ragionevoli” e di “sostituirsi” rimane quando il movimento respira o è costretto a respirare un’aria troppo “locale”.

Per questo come compagni, interni a questa battaglia, riteniamo che vadano ampliati gli sforzi in atto affinché la lotta diventi nazionale. In ballo non ci sono solo i rifiuti e gli inceneritori che accomunano già molte delle lotte sparse per l’Italia, ma un’aggressione senza precedenti, da parte del capitale italiano –per non dire internazionale-, al territorio.

Di fronte al crescente sfruttamento sui posti di lavoro, all’espropriazione per profitto dei beni comuni varrebbe la pena di fare un passo avanti rispetto a quello già notevole del Patto di Mutuo Soccorso e ricominciare a porre, con un unico movimento, l’idea di un’alternativa di sistema di cui ormai si sente il bisogno, per non dover continuamente rincorrere gli attacchi su tutti i fronti cui siamo sottoposti, o peggio pensare di poter risolvere i nostri problemi dandoci una “adeguata e vera” rappresentanza in ambito istituzionale che faccia valere i nostri interessi.

La bramosia di profitti non accetta limiti e spinge a commettere i peggiori crimini in suo onore. Chi aveva sognato un capitalismo dal volto umano, chi aveva vagheggiato di una società fondata sul mercato ma giusta trova anche nelle recenti vicende napoletane una clamorosa smentita. La politica di saccheggio, di rapina e di espropriazione di beni comuni essenziali alla riproduzione della stessa vita, non rappresentano solo un marchio di infamia originario del capitalismo da cui si sarebbe successivamente emendato, ma un tratto costitutivo e permanente del suo modo di essere. Il liberismo imperante degli ultimi decenni, non è un frutto degenere e perverso di relazioni sociali altrimenti accettabili, ma la logica conseguenza di un sistema sociale che ha fatto della ricerca del massimo profitto la sua vera religione e che oramai ha sottomesso sotto le sue leggi l’intero pianeta e ogni aspetto della produzione e della riproduzione sociale.

I compagni di Red Link

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