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DIRITTI DEI LAVORATORI

Comunisti: quelli che non imparano dalla realtà

(18 Aprile 2008)

Certo cadono le braccia a leggere l’appello a pagamento sul “Corriere della Sera” di oggi 17 aprile (giornale che come è noto è molto letto dagli operai), diretto a tutti i comunisti e le comuniste, ai dirigenti di partiti dell’arcobaleno, ai sindacalisti, ecc. ecc., che fa un appello alla unità dei comunisti per rifare il partito, con la firma dei soliti intellettuali, così intelligenti e preparati che in questi anni non hanno saputo capire perché gli operai votavano Berlusconi e la Lega.
L’unico appello serio era quello di chiedere a tutti i gruppi dirigenti ed intellettuali, responsabili storici della marginalizzazione della classe operaia e del conseguente trionfo della destra, di sparire per sempre dalla circolazione, di liberare il campo da un vecchio e perdente modo di intendere e fare politica, e non illudere le masse popolari che rimettere su un partitino del 5%,con i reduci delle macerie e della sconfitta, serva a qualche cosa.
Quello di cui vi è assoluto bisogno è creare una nuova classe dirigente che nasca da impegni concreti con obiettivi, magari parziali,ma urgenti e che riguardano i problemi reali dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, delle coppie di fatto, con strumenti nuovi che consentano di annullare la rappresentanza ormai venduta della CASTA dei sindacati, e lottare per il “sindacato unico dei lavoratori” con regole nuove.
Ricordo che il ’68 per prima cosa ottenne di mettere da parte le vecchie “commissioni interne”, composte da sindacalisti già a libro paga dei padroni, che vennero spazzate via dai “consigli di fabbrica”, con cui si ottenne lo “STATUTO DEI LAVORATORI”, che fu un epocale avanzamento degli operai, per la cui demolizione ci vollero 20 anni, gli avvocati dei padroni e la complicità di CGIL-CISL-UIL.
Senza questo obiettivo,la possibilità di ottenere adeguamenti salariali,sicurezza sul lavoro, uscita dal precariato, assegno di disoccupazione adeguato, sono pari a zero.

Un altro obiettivo indispensabile, per formare una nuova classe dirigente e per avere uno strumento essenziale per crescere, è la battaglia per sottrarre la RAI al dominio dei partiti, tenendo conto che la Rai è di nostra proprietà, nata come servizio pubblico, mantenuta dai cittadini che pagano il canone, e che deve diventare una “public company” con i cittadini azionisti, che ogni 5 anni, in coincidenza con le elezioni politiche, eleggono il presidente con poteri assoluti (io voterei per Beppe Grillo).

Un altro problema su cui è necessario confrontarsi subito è quello della immigrazione, non solo quella clandestina, che ha portato gravissime contraddizioni nel mercato del lavoro e nella vivibilità delle periferie urbane. Operazione voluta e sfruttata dalle classi dominanti, fatta passare per uno degli effetti collaterali della globalizzazione, di fatto uno dei fattori della vittoria della Lega che si è accorta che i problemi che porta l’immigrazione sono superiori ai benefici.
Qui bisogna finirla con la retorica della sinistra sulla accoglienza dei “migranti”, che è una sovrapposizione ideologica su di un fenomeno che è chiaro che ha spostato a destra la classe operaia (anche in Francia), ha determinato condizioni di vita e di lavoro insopportabili, senza tener conto di una strategia islamica, per nulla nascosta, che vuole penetrare ovunque con una aggressiva espansione demografica legata ad una loro grande prolificità.
La vecchia sinistra, con la paura di essere tacciata di razzismo, ha piegato la testa di fronte ad un fenomeno pensato da capitalisti e preti, e voltosi evidentemente a loro favore.
Tra l’altro, qualunque discorso serio sulla sostenibilità ambientale e sulla “impronta ecologica” della nostra Italia, sarebbe frustrato dal perdurare della immigrazione, ricordando che il nostro territorio è piccolo, sovrappopolato e fragile e che in caso di crisi economica o fine della globalizzazione, si troverebbe nella impossibilità di nutrire i suoi cittadini, mentre occorre andare verso una decrescita demografica e dei consumi.

Soltanto se si riesce a mettere in piedi un movimento di massa su questi obiettivi e solo se si ottengono risultati concreti, si potrà pensare ad un partito, con regole che impediscano il triste formarsi di gruppi dirigenti inamovibili e di professione.

17 aprile 2008

Paolo De Gregorio

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