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150° anniversario dell'unità d'Italia

150° anniversario dell'unità d'Italia

(19 Febbraio 2011) Enzo Apicella
Si festeggia tra le polemiche il 150° anniversario dell'unità dell'Italia

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Passannante, il cuoco anarchico

(2 Luglio 2011)

Il nome di Giovanni Passannante è uno di quelli che nei nostri testi di storia non si trova, o quando accade occupa una riga veloce, è colui che ferì, nel 1878 a Napoli, il re Umberto I di Savoia. Voleva ucciderlo ma aveva in mano un coltellino che a sua altezza fece appena un graffio. A leggere i racconti «storici» del fatto fu più il trambusto, la regina Margherita che gridava, la folla impazzita, il primo ministro Cairoli che colpiva il delinquente in testa con la spada... Meglio di tutti però lo dice Ulderico Pesce, uno dei talenti più aguzzi delle nuove generazioni del teatro italiano, autore-attore narratore di un sud massacrato, di lotte operaie, di battaglie per i diritti. L'innaffiatoio del cervello di Passannante parla di un ragazzino cresciuto a Salvia di Lucania, che per riscattare la colpa di essere il paese natale dell'«assassino» divenne Savoia di Lucania. Che una volta cresciuto si ribellò al tradimento dell'Italia unita, i Savoia erano per quelli come lui dei colonizzatori, i sovrani delle false promesse di un nuovo meridione dove invece rimase tutto uguale. Giovanni vuole studiare ma la famiglia non ha soldi, vuole reagire alla rassegnazione di quella povertà, all'«Affrica» come la chiamò Pascoli che fini in galera per l'ode a Passannante ... Inizia a lavorare come cuoco, riesce a studiare, è mazziniano, poi anarchico, per comperare il coltellino vende la giacca.
Lo condannano a morte, poi all'ergastolo, chiuso in una cella sotto al mare all'isola d'Elba dove nel buio, le mani legate da kili di catene, costretto a vivere tra i suoi escrementi impazzisce. Muore in manicomio nel 1910, la sua testa viene tagliata per essere esposta nel Museo criminale di Roma, Lombroso vi individua i segni di crimine che appartengono a tutti gli anarchici.
Passannante di Sergio Colabona, ripercorre il testo teatrale di Pesce che ne è protagonista - e insieme al regista e a Massimo Russo ha scritto la sceneggiatura - con Andrea Satta dei Têtes du Bois, Alberto Gimignani, Fabio Troiano in questa opera prima di taglio indipendente, che declina la storia di Passannante al presente. Sul confine di un quasi documentario, Pesce e Satta che interpretano loro stessi, e l'amico giornalista (Gimignani), con concerti e pezzi dello spettacolo di Pesce in giro per l'Italia - «realtà» a sua volta spazio di invenzione - vogliono seppellire l'uomo nel suo paese. Per questo si rivolgono al ministro della giustizia, il governo di centrosinistra dice sì, quello di centrodestra archivia la pratica, i gruppi monarchici paragonano Passannante alle brigate rosse, intanto i Savoia su decisione del parlamento italiano possono tornare in Italia.
La «finzione» ci riporta invece indietro nei secoli, tra arretratezza, ideali sconfitti di una repubblica, desiderio di giustizia. Vediamo Passannante con la madre, poi picchiato, torturato con feroce accanimento, madre e fratelli sono chiusi a vita nel manicomio di Aversa.
La battaglia dei tre oggi continua e non diremo la fine, anche se è nota, però il film nella sua struttura aperta, che ricorda i cantastorie, è una bella scommessa. Nell'anno in cui si festeggia l'unità d'Italia è molto importante scoprire un Risorgimento conflittuale e non celebrativo, come è accaduto con Noi credevamo di Martone. E la storia dell'anarchico Passannante continua a essere molto molto attuale - prova ne sono i mugugnii dei monarchici contro il film- forse perché come vediamo silenzi e luoghi comuni sul sud e sulla sua storia non sono tanto superati.

1/07/2011

Cristina Piccino - Il Manifesto

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