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Anche in crociera il capitalismo non va in vacanza

(23 Gennaio 2012)

Il dramma della nave da crociera Costa Concordia ha avuto un fortissimo impatto mediatico. Giornali e trasmissioni televisive si sono concentrati sull’avvenimento con interviste, ricostruzioni, servizi speciali etc. La sciagura che ha colpito un colosso del mare, una di quelle “città galleggianti” su cui si impernia l’industria delle crociere ha dato il via al solito copione giornalistico: processi sommari inscenati negli studi televisivi o nelle redazione dei giornali, personaggi infami o eroici costruiti nello spazio di un pomeriggio televisivo, una corsa scatenata a costruire la storia miscelando tutti i registri del dramma caro alle esigenze dei principali mass media (nefandezze ed episodi di commovente solidarietà, drammi personali ridotti al formato di spot strappalacrime). Grande spazio hanno avuto le testimonianze dei superstiti, molte concordi nel descrivere un quadro di terribile disorganizzazione come fattore determinante nel maturare della tragedia (carenza di giubbotti salvagente, caos nell’utilizzo delle scialuppe di salvataggio, passeggeri disinformati e abbandonati spesso al proprio destino, personale di bordo impreparato e non di rado persino incapace di esprimersi in italiano). A questo punto, il rischio di imboccare la via delle fesserie, rese ancora più intollerabili proprio dalla tragicità dell’evento, è alto: rimpianti per i bei tempi quando le crociere erano roba selettiva, da signori e non le odierne resse low cost dove si accalca un’accozzaglia priva di savoir faire, la colpa al personale di bordo straniero, egoisticamente sordo ai richiami dell’etica marinara (priorità quindi al lavoro italiano!). Non ci interessa nemmeno inoltrarci nei meandri della ricostruzione dell’eventuale errore umano e appioppare gogne troppo comodamente individuali. Già, perché quello che troppo spesso, nella moltitudine di carta stampa e di ore televisive dedicate alla tragedia della Concordia, è stato taciuto è il dato di fondo più forte e determinante. La disorganizzazione, la trascuratezza, l’inadeguatezza che l’organizzazione della nave ha mostrato nel momento dell’emergenza non è una condizione esclusivamente singola, imputabile all’incuria del singolo ufficiale, ha una sua precisa radice economica, una sua logica perfettamente incardinata nel funzionamento del mercato capitalistico. Garantire alti livelli di sicurezza in momenti di forte criticità a migliaia di persone è davvero qualcosa di impegnativo e soprattutto costoso. Comporta investimenti nettamente maggiori dei percorsi luminosi verso i punti di raccolta, delle simil-esercitazioni, in genere rari momenti di ridanciana mobilitazione, a cui sono tenuti i passeggeri, comporta l’assunzione di un personale di bordo (anche quello adibito alle mansioni più quotidiane e umili) che sia preparato a dare un contributo nel momento dell’emergenza. Una maggiore sicurezza in genere poi si combina con la riduzione del numero dei passeggeri (il Corriere della Sera del 15 gennaio ha riportato la valutazione di un ingegnere e perito navale secondo cui il gigantismo di queste navi è diventato un problema non tanto in termini tecnici ma proprio in ragione della difficoltà di organizzare quattromila persone in mare in situazione di emergenza). Tutto apparentemente ovvio, scontato, ma in realtà tutto in stridente contraddizione con le logiche del mercato che anche una gigantesca nave da crociera (che, nonostante gli spettacoli, le suggestioni, le serate danzanti e le iniziative ludiche instancabilmente organizzate rimane uno strumento di attività economica) deve rispettare. Perché porre un tetto più sicuro al numero dei passeggeri in un momento storico in cui la crociera è diventata un prodotto di ampio consumo, perché rinunciare a fare “il pieno”, perché limitare i profitti? Come pretendere un alto livello di preparazione in situazioni estreme, la capacità di assumere un ruolo di altissima responsabilità e persino la conoscenza dell’italiano da una forza-lavoro che si vuole massimamente flessibile e al più basso costo possibile? Perché infine effettuare investimenti significativi per far fronte ad eventualità statisticamente irrilevanti, in un settore poi in cui la concorrenza è agguerrita? A ben vedere si tratta della stessa logica, tutt’altro che rara nei luoghi di lavoro più “classici” come fabbriche, stabilimenti etc. Perché la colossale, sfavillante, Concordia avrebbe dovuto fare eccezione? Pretendete troppo, qualcuno potrebbe obiettare. Cosa si può fare contro il destino crudele, contro la forza della natura tanto superiore all’umana superbia (persino in questa occasione non sono mancate sui giornali a tiratura nazionale scemenze del genere) se non distribuire pateticamente giubbotti salvagente, approntare scialuppe destinate ad essere inadeguate. Non è così. Volete avere un esempio di organizzazione costante, efficientissima, rodata, capillare, addirittura pressante, in grado di abbracciare migliaia di persone? Bene, pensate a tutta la vasta, articolata attività commerciale che ruota intorno alla nave da crociera e che si abbatte sul passeggero prima ancora che metta piede sulla nave: dalla foto di partenza poi acquistabile dal fotografo di bordo, al poderoso giro di affari degli “extra” (con tanto di offerte di pacchetti caffè, bibite e quant’altro) con la “card” assegnata ad ogni passeggero, dalle escursioni a pagamento (dalla visita dal sapore culturale all’escursione subacquea) fino alla rete di bar, negozi, casinò e centri benessere che operano instancabilmente nel corso del viaggio. In queste cose non si scherza, si tratta di soldi sicuri e immediati, l’organizzazione deve esserci, deve funzionare e deve essere costantemente resa più efficiente. Questo è il capitalismo, anche quando solca le belle acque dell’isola del Giglio con il nome poetico di Concordia.

19/01/2012

Prospettiva Marxista

1967