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Il progresso della pace

Il progresso della pace

(8 Luglio 2010) Enzo Apicella
Di accordo in accordo... il muro della vergogna avanza nel territorio palestinese

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Criticare o no la leadership palestinese?

In che modo si tradisce* la Causa Palestinese

(28 Maggio 2012)

* Il termine tradire è utilizzato all'interno dell'articolo sempre e volutamente tra virgolette, perché siamo ben consci del fatto che tutte le dinamiche che critichiamo apertamente avvengano in un regime di occupazione, da cui non ci si può decontestualizzare. La nostra critica a determinate posizioni di connivenza con Israele non è una questione morale, quanto squisitamente politica: Israele non vuole uno Stato Palestinese, le trattative sono sempre e solo servite a legittimare la continua sottrazione di terra perpetuando una pulizia etnica a danno del popolo palestinese. Riteniamo che non ci sia trattato che possa salvare quest'ultimo da tale "progetto", fino a quando ci si siederà ai tavoli dei negoziati con chi questo progetto lo vuole portare a termine.

Quasi sei anni fa la popolazione palestinese ha espresso il proprio voto - benché, non va scordato, si sia trattato di elezioni avvenute sotto occupazione - mostrando con decisione la voglia e la necessità di dare legittimità ad una forza all'epoca presentatasi come rivoluzionaria, Hamas, perché satura di anni di promesse e di finti accordi di pace. In ogni caso, in quelle elezioni il messaggio di rottura contro ogni forma di dialogo con l'occupante è stato chiaro, nonostante il dott. Salman sostenga che il voto pro-Hamas sia stato un modo per "punire" Fatah.

A seguito di questa scelta, opinabile per chi vuole, ma che resta pur sempre una scelta da accettare, la volontà dei palestinesi non è stata rispettata, perché né i governi né l'ONU hanno riconosciuto la legittimità della decisione popolare, né i sostenitori internazionali hanno fatto abbastanza per sostenere la volontà palestinese, forse a causa della persistente illusione di possibili accordi con lo stato sionista, che sempre più spesso hanno fatto capolino nella politica palestinese. In ogni caso, ci sembra quantomai assurdo puntare l'attenzione sulla questione delle elezioni, passate o future che siano, in cui un popolo occupato dovrebbe "fingere" di poter scegliere tra alcune forze, principalmente due, le cui politiche sono e saranno inevitabilmente costrette dal giogo sionista. Questo pare essere il cardine sul quale si starebbe costituendo un governo di unità tra Fatah e Hamas, con lo scopo di arrivare a delle elezioni... forse non curandosi della condizione di occupazione cui è sottoposta la Palestina?

Al contrario, invece, la prima questione, che dovrebbe essere all'ordine del giorno di tutte le forze politiche palestinesi, è la lotta contro l'occupante, che non può prescindere dalla volontà di autodeterminazione del popolo palestinese, dalle richieste di libertà per tutti i prigionieri e di ritorno per tutti i profughi, diritto ormai sempre più spesso minacciato anche dalla odierna politica della classe dirigente, così come denunciano alcune realtà palestinesi come il Badil nonché diverse voci sempre palestinesi come quella di Wasim Dahmash.

"Tradire" la causa palestinese

"Tradire" la causa palestinese è decidere che la lotta la si è persa, perché il nemico è troppo forte. E, per ovviare in qualche modo alla condizione di sottomissione, cercare di accordarsi con l'oppressore, in questo caso il sionismo, affinché l'amaro boccone venga addolcito ed ingerito meglio.

Ma della bontà - o quantomeno dell'inevitabilità - dell' "amaro pasto" va convinta anche la popolazione, affinché non si rivolti proprio contro coloro che hanno scelto di non lottare più. E così si va ad inserire nella società civile una serie di veli che celino l'occupazione, normalizzandola. Si fa credere al popolo, insomma, da un lato che data la condizione indiscutibile di sottomissione ad un potere imperialista bisogna "combattere" per migliorare le proprie condizioni di vita, restando, comunque, sotto occupazione (come in Cisgiordania); dall'altro si fa credere alla popolazione di essere stata liberata, mentre continua a vivere un'economia che, anche se in forme diverse, è sottomessa al completo controllo di Israele (come succede nella striscia di Gaza).

A causa di questo "tradimento" ai danni della lotta per la liberazione, radicatosi ancor più proprio durante i trattati di Oslo, che hanno tentato di destrutturare completamente la resistenza armata del post Intifada, è inevitabile che la società civile si frammenti, tra chi crede ancora che l'unico nemico da sconfiggere sia il sionismo, senza se e senza ma, e chi pensa che, per fare in modo che le persone via via si scordino di vivere l'Apartheid, si debba dare loro l'illusione di una vita normale in uno stato normale. Ed ecco la preparazione alle elezioni, la campagna elettorale, la contrapposizione tra partiti politici e, perché no, un pò di benessere economico che dia respiro e plachi gli animi, caso mai decidessero di risvegliarsi, con l'assoluto benestare dei sionisti, ottimi maestri nel manovrare tali dinamiche. Il culmine di questa nefasta manovra è lo spostamento dell'identificazione del nemico, dall'occupante al palestinese stesso: si decide, cioè, che il problema sia nella parte di popolazione che non si piega a queste logiche di assoggettamento totale nei confronti dell'occupante.

Chi “tradisce” la Causa Palestinese

Se "traditi" sono quindi (stati) i palestinesi, i "traditori" vanno ricercati nella politica e nella comunità internazionale, che discrezionalmente decidono se i diritti umani sono universali oppure no e che in un'ottica di neo e continuo colonialismo dettano la politica da perseguire in ogni circostanza.

Ma non solo: nel novero dei "traditori" deve anche essere inserita parte della classe politica palestinese, che nel tentativo (almeno iniziale) di risolvere la situazione - si ribadisce, in una condizione di occupazione - è passata dalla parte dell'oppressore. Mentre infatti la popolazione continua a chiedere un'opposizione incondizionata verso l'occupante - ponendo fine ad ogni forma di trattativa, conscia del fatto che non porterebbe ad alcuna soluzione - la leadership palestinese cambia addirittura la terminologia in modo da far passare il carnefice per "qualcuno con cui trattare" la costituzione dello stato palestinese, firmando accordi che contemplano non solo l'abbandono della resistenza ma addirittura l'impegno a proteggere gli oppressori, tenendo la popolazione legata alla subordinazione verso l'occupante e soffocando ogni tentativo di ribellione contro Israele... il massimo della perversione politica ed umana.

Se, quindi, "il compito della nostra polizia è quello di garantire la sicurezza della nostra gente e della nostra lotta, essere duri con coloro che vogliono minacciare la sicurezza dei nostri militanti, delle nostre masse", per onor di cronaca e verità dobbiamo sottolineare che non si è mai vista la polizia palestinese intervenire in difesa dei propri civili aggrediti dalle forze di occupazione israeliane per impedire una manifestazione non violenta; anzi, sempre più spesso giungono notizie come quella di qualche giorno fa, quando un gruppo di giovani compagni palestinesi che avevano distribuito un volantino siglato dal FPLP sono stati richiamati dagli agenti della sicurezza per essere sottoposti a degli interrogatori affinché dessero spiegazioni su quanto stavano distribuendo. I volantini inneggiavano all'organizzazione, alla mobilitazione e alla lotta contro l'occupazione, ma la polizia ha ritenuto lo stesso "doveroso" controllare gli attivisti di questo movimento da Israele ritenuto di stampo terroristico.

Anche il diritto internazionale sostiene che un popolo occupato ha diritto a difendersi: come può la leadership palestinese dimenticarsene? Come può reprimere le rivolte e le grida che provengono dai campi profughi e dalle carceri sioniste di chi ancora nella lotta contro Israele crede e lo fa genuinamente? Non si possono leggere dichiarazioni come quelle di Abu Mazen (in cui sostiene che fino a quando sarà al governo non ci sarà un'altra Intifada armata per garantire la sicurezza di Israele e che non vedrebbe altro partner che non Netanyahu, un criminale di guerra, per avviare un processo di pace) senza indignarsi e denunciare questa leadership politica.

Come potremmo definire questa, se non completa sottomissione all'occupante?

In un disegno politico in cui la comunità internazionale nei confronti di Israele usa altri pesi ed altre misure e in cui, al contempo, la leadership interna alla Palestina dialoga sempre più con chi occupa la sua terra e usa il pugno duro contro chi, nel suo popolo, cerca di resistere, è nostro dovere denunciare la connivenza verso il sionismo, che significa andare contro i diritti umani universali.

Tale questione, si badi bene, non tocca solo i palestinesi, che naturalmente subiscono l'Apartheid in prima persona. Il progetto sionista ha il suo fulcro in Israele ma le sue radici sono internazionali: mentre si permette di creare uno stato che non ha mai dichiarato alcun confine (Sharon, circa 15 anni fa, disse che i confini di Israele si sarebbero determinati dopo 50 anni), che non ha una costituzione e che è quindi da considerarsi illegale, al contempo lo stesso esporta modelli di oppressione e controllo della cittadinanza (si pensi ai CIE italiani, esempio concreto dell'emulazione di un carcere di stampo etnico-razziale), instaurando stretti rapporti diplomatici ed economici con gli altri stati, controllandone i media e mostrandosi all'avanguardia nei settori tecnologico, culturale, economico, etc.

Solo un colosso come il sionismo può permettersi di creare a tavolino delle informazioni (vedi le menzogne che da vent'anni diffonde sull'Iran), di violare completamente il diritto internazionale uccidendo in acque internazionali nove attivisti senza subire alcun processo, di bombardare con armi illegali una intera popolazione che non ha possibilità di scappare colpendo ogni punto nevralgico della Striscia di Gaza e lasciando un popolo completamente in ginocchio, mentre la comunità internazionale resta immobile a guardare (benché, va detto, negli ultimi anni alcuni governi, diversi sindacati e qualche organismo nazionale ed internazionale stiano prendendo posizione contro il regime di Apartheid applicato da Israele, schierandosi al fianco del popolo palestinese).

Il diritto alla resistenza

Non è tempo di trattati di pace, di fronte ad un'occupazione si può solo praticare e costruire resistenza, e questo ce lo insegna il popolo palestinese che da oltre sessant'anni lotta contro il sionismo (benché alcune realtà politiche vincendo delle elezioni si annoverino il diritto di decidere quale tipo di resistenza vada applicata, sostenendo che “non permetteremo a nessuno l'uso delle armi e combatteremo sempre la delinquenza comune”). Qualunque palestinese tenti ancora di creare un dialogo con Israele reprimendo le forme di resistenza e di lotta presenti nel proprio territorio non può che essere criticato, perché opera a danno della causa palestinese.

La resistenza contro l'occupante è un diritto imprescindibile che va rispettato e sostenuto; ogni forza politica o civile che sia è legittimata a portarla avanti nelle forme che ritiene più utili e necessarie, in definitiva più efficaci. Sarebbe perciò tutt'altro che democratico voler imporre, anche solo ad una minoranza, le modalità e le forme di lotta da applicare: questo tipo di atteggiamento non fa altro che indebolire la coesione sociale ed il fronte di liberazione, perché volere l'unità significa sostenere ed essere solidali con tutte le forme di resistenza contro l'occupante.

Bisogna essere al fianco del popolo palestinese prima di tutto perché è necessario schierarsi apertamente contro il sionismo e tutte le sue forme di oppressione, compresa la corruzione che offusca gli occhi di chi dovrebbe denunciare i crimini israeliani, tra cui l'avanzamento illegale delle colonie, la frammentazione della Cisgiordania attraverso un Muro illegale, la segregazione e la totale chiusura di Gaza.

Ben vengano allora le critiche e i commenti di chi prende una posizione chiara e netta al fianco di chi, in Palestina, ancora lotta contro l'occupazione: tuttavia non si tratta, come qualcuno sostiene, di voler mettere il naso nella politica interna palestinese, di criticare la leadership oppure di appoggiare un altro fronte politico, bensì significa schierarsi dalla parte della giustizia, con il solo desiderio di vedere, un giorno, la Palestina libera.

Per sconfiggere un colosso come il sionismo non c'è bisogno di "traditori", soprattutto tra i palestinesi: il sionismo può essere distrutto (e con questo nessuno faccia facile retorica dicendo che Palestina Rossa vorrebbe annientare lo stato di Israele) se tutta la comunità, internazionale e palestinese, decide genuinamente di battersi per la libertà, la giustizia e la dignità del genere umano, riconoscendo un unico oppressore, l'imperialismo. Esattamente come ha fatto Vittorio Arrigoni, che genuinamente si è schierato al fianco del popolo palestinese, di quella parte di Gazawi che non hanno voce e degli stessi che chiedevano unità alla classe politica palestinese, in funzione di una lotta coesa e compatta contro Israele. Oppure pensiamo a Giuliano Mer Kamis che come Vittorio ha perso la vita perché credeva visceralmente nella giustizia e nell'autodeterminazione. Pensiamo inoltre ai tanti giovani e non che dai campi profughi costruiscono memoria e resistenza e ai prigionieri che dalle loro celle continuano a combattere chiedendo unità. Il nostro intento dovrà essere quello di provare a dar seguito alla loro lotta, condividendone in pieno gli ideali e la capacità di essere sempre in prima linea, silenziosamente, senza pretese né personalismi.

Fino a quando la nostra lotta non partirà da questi presupposti, saremo tutti oppressi dal, forse invisibile, giogo sionista, che parte dalla Palestina ma che attraversa tutti i territori in cui è in atto un'oppressione, compresa la Val Susa, in cui la società civile sta lottando per vedersi riconosciuto un proprio inalienabile diritto, quello alla terra, trovandosi costretta a pagare un prezzo altissimo: la sottrazione della libertà per alcuni attivisti, in carcere solo per aver manifestato il proprio dissenso verso un'opera mafiosa e intrisa di corruzione.

Abbiamo tutti bisogno di una Palestina libera.
Solo l'unità può sostenere e guidare il fronte della lotta...
...fino alla Vittoria!

Redazione PalestinaRossa

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