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SCUOLA E LAVORO - Un contributo di Sergio Fortuna CUB SUR Vicenza

(10 Gennaio 2017)

cub sur

Ora che sta un po’ diradandosi il molto fumo che copriva il poco arrosto della legge definita assai impropriamente “Buona scuola” si può tentare di analizzare quali effetti sta producendo realmente nel mondo dell’istruzione, che è assai variegato: dalle materne ai licei, da Vipiteno a Pantelleria.

Come fiore all’occhiello della legge la propaganda governativa ha indicato quella che pomposamente, ma poco correttamente, è stata definita “Alternanza scuola – lavoro”.
Novità accolta favorevolmente da molti settori della società, che spesso lamentano una lontananza tra l’impostazione dell’istruzione superiore e il mondo del lavoro.
Ma è veramente una novità? Guardando i documenti esplicativi emessi a vari livelli ci si accorge che da noi (a Vicenza e penso nel resto del Veneto) la cosiddetta “alternanza” gli istituti tecnici e professionali la praticano da molti anni, e con esiti positivi. Flessibilità della programmazione, pratica di laboratorio, collaborazione con le aziende, formazione sulla sicurezza, tirocini lavorativi costituiscono una parte consistente e fondamentale dell’attività didattica. Certo, adesso la legge estende anche ai licei queste attività e le rende obbligatorie, il che non è un male.
Ma tutte queste attività preesistenti alla “Buona scuola” vengono regolate da normative che non sono state toccate. Per cui non esiste nessuna “alternanza” tra scuola e lavoro, si tratta sempre di attività didattiche, lo studente non diventa mai effettivamente “lavoratore”. Anche nelle fasi di tirocinio (lo “stage”, come impropriamente viene definito), dove lo studente viene inserito in un’azienda per un’esperienza di lavoro che però è sempre supportata dalla scuola per quanto riguarda contratti, assicurazioni, coperture legali. E naturalmente non è prevista una retribuzione.
In una vera alternanza ci dovrebbe essere una vera esperienza lavorativa, con tutte le sue implicazioni. Compresa la retribuzione: l’articolo 36 della Costituzione dice che è un diritto del lavoratore. Allora si potrebbe pensare all’ introduzione di opportuni contratti tipo apprendistato.
I fondi non mancano: quelli del bonus per i diciottenni, per esempio: sarebbe assai più educativo collegarlo a una prestazione lavorativa invece di distribuirlo a pioggia. E poi i fondi europei, piuttosto consistenti, che già si utilizzano per il progetto “Erasmus”, ma vanno anche a finanziare alcune attività di dubbio valore. E poi i fondi bilaterali e interprofessionali, che provengono da una trattenuta sui contributi INPS versati dai lavoratori ma vengono gestiti dalle associazioni di categoria e dai sindacati: meglio finiscano a studenti che nelle tasche dei soliti noti. E le aziende possono fare la loro parte, non sono questo tipo di uscite i veri problemi.
Insomma, una vera esperienza di lavoro non può escludere anche l’esperienza riguardante contratti di lavoro, diritti d’impresa e sindacali, retribuzioni, prelievo fiscale, trattenute previdenziali eccetera. L’informazione e la formazione su questi temi sono fondamentali per l’introduzione al mondo del lavoro. Oppure a qualcuno va bene che i nostri studenti, cui sono richieste conoscenze e competenze quasi universali, restino ignoranti solo in questa materia?

Gennaio 2017

Sergio Fortuna CUB SUR Vicenza

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