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(14 Novembre 2010) Enzo Apicella

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DIRITTI DEI LAVORATORI

FIR - Bilancio del IV Congresso del PCL

Seconda parte

(2 Aprile 2017)

4.3 Raggruppamento rivoluzionario e trotskismo conseguente

Il compagno Grisolia, tra i principali leader della piattaforma A, al Congresso ha ribadito che il CRQI sia stato “il primo serio tentativo di realizzare un raggruppamento di esperienze diverse nell’ambito del trotskismo conseguente”: rigettiamo questa definizione. Un coordinamento che perde immediatamente pezzi e collassa sul piano del centralismo democratico già dopo tre anni dalla fondazione ufficiale, rifiutandosi di celebrare il suo (secondo) congresso, non è una cosa “seria”, e d’altronde non è il primo tentativo storico (“serio” o meno che sia) di aree a sinistra rispetto al SUQI che tentarono di costruire un’alternativa al Segretariato stesso: vi fu la tormentata vicenda del Comitato Internazionale così come quella del CORQI lambertista degli anni Settanta (di cui fece parte anche Politica Obrera, la lega madre del Partido Obrero) e del Comitato che riunì tra 1980 e 1981 il CORQI e la corrente di Nahuel Moreno dal SUQI. Analogamente ai protagonisti di queste passate esperienze, incapaci di darsi un’organizzazione internazionale appunto centralista democratica, i partiti del CRQI hanno dimostrato di non essere in grado di porsi ancora su un piano marxista rivoluzionario (“trotskista conseguente”) maturo e realizzato nella prassi – nessuno di essi. Certo, se il criterio per avere costruito un’organizzazione rivoluzionaria è quello di essersi contrapposti alle posizioni pabliste e moreniste (come rivendicato dalla piattaforma A al Congresso in favore del PO), allora la platea dei “trotskisti conseguenti” dovrebbe allargarsi molto oltre i paletti posti storicamente dalle analisi del PCL. Così come vorrebbe dire che qualsiasi tradizione limitata a un piano nazionale o sub-continentale possa rivendicare il proprio “trotskismo conseguente”, rivendicando come “ortodosso” un internazionalismo federale separato per zone di influenza, così come praticato storicamente dal lambertismo (da cui non a caso proviene la corrente fondatrice del PCL).

In realtà, c’è pure una forte contraddizione tra le posizioni espresse dal compagno Ferrando nel suo libro “Cento anni” (uscito all’inizio dell’anno scorso e redatto presumibilmente nel 2015) e quelle del Quarto Congresso e dagli ultimi Comitati Centrali rispetto al FIT, il quale, per Ferrando, sarebbe composto da tre “partiti marxisti rivoluzionari”, che dovrebbero unirsi al più presto superando le loro “differenze minori”. La concezione elettoralista di partito si evince anche in questa analisi. Un accordo di tipo elettorale, finalizzato alla polarizzazione a sinistra del movimento operaio sarebbe “la base di adesione per un nuovo partito unitario”. Un’alleanza tattica viene confusa con un’alleanza strategica.

Risulta quindi “minore”, evidentemente, la pregiudiziale del bilancio e della lotta contro il morenismo, che al contrario è stata reputata essenziale dal compagno Grisolia, nel suo intervento congressuale, per ribadire il carattere trotskista conseguente del Partido Obrero. Se tutti i gruppi dirigenti legati al CRQI hanno sempre dato per buono il concetto per cui si è storicamente spezzata la continuità organizzativa dell’Internazionale operaia rivoluzionaria, evidentemente ne consegue che LIT e UIT, rivendicando il “morenismo”, non si pongono sul terreno del trotskismo conseguente, e dunque IS, partito membro del FIT argentino e della UIT, non è un “partito rivoluzionario”. Questa posizione, insieme in realtà a molte altre, è cambiata nelle posizioni del PCL nell’arco di un anno senza che si trovi una sola sostanziale traccia analitica, col risultato di sminuire il dibattito sulla natura politica dei gruppi “trotskisti” specialmente per il caso argentino, dove spesso si utilizzano ricostruzioni e giudizi sul FIT presi acriticamente da quelli del PO per cui, ad esempio, la perdita di voti alle ultime elezioni politiche sarebbe colpa del PTS, che avrebbe portato irresponsabilmente il FIT alle primarie poiché indisponibile a pervenire a un accordo sui candidati presidente e vice presidente; in questo caso, come in altri, si ribalta la realtà dei fatti, che ha visto un blocco tra PO e IS (forza, quest’ultima, di minori dimensioni rispetto a PO e PTS) per emarginare il PTS durante il periodo elettorale. Un metodo scorretto di giudizio che è d’altronde la naturale conseguenza degli ondeggiamenti sul versante dell’analisi politica di questi partiti.

4.4 CRQI: bilancio di un fallimento

La ricostruzione dell'Internazionale operaia e rivoluzionaria parte da una chiara filiazione storica, ma non può rivendicare una continuità organizzativa. Il Segretariato Unificato della IV Internazionale si è convertito, almeno nel complesso, in un'appendice della piccola borghesia progressista, perfino nei paesi imperialisti. La prossima Internazionale operaia sarà progettata per avvenimenti storici di straordinaria grandezza. È ozioso congetturare sulle sue caratteristiche. Tuttavia, non si può lottare per quella futura internazionale senza un programma ed un partito. Il nostro appello a rifondare immediatamente la IV Internazionale significa che respingiamo la politica dell'attesa passiva dei grandi avvenimenti futuri. Per questo il nostro progetto consiste nel raggruppare l'avanguardia operaia in un partito internazionale che lotti per la futura grande Internazionale Operaia Rivoluzionaria. In opposizione al metodo settario che consiste nel condizionare la rifondazione immediata della IV Internazionale alla previa risoluzione, puramente letteraria d’altro canto, delle discrepanze politiche che possono esistere, progettiamo l'organizzazione di un partito rivoluzionario internazionale, la IV Internazionale, sulla base di una precisa delimitazione politica di tutte le divergenze. Costruire il partito internazionale è il punto del programma che distingue i marxisti rivoluzionari delle sette. [Progetto di Tesi Programmatiche per il Congresso per la Rifondazione della Quarta Internazionale, Tesi 31]

Nel 2004, con il più grande fervore e con toni entusiasti, l'AMR, associazione madre del nostro partito, sottoscriveva questa dichiarazione e in generale le tesi programmatiche su cui si fondava la costruzione del CRQI: un progetto per il concreto raggruppamento dei rivoluzionari in un unico partito mondiale, la Quarta Internazionale rifondata. Un progetto che, nascondendosi dietro ad un astratto anti-settarismo di principio, giustificava la possibile fusione tra gruppi ampiamente divergenti sull’analisi strategica del capitalismo, e quindi sul programma e sui compiti concreti a partire dai quali costruire un’organizzazione internazionale rivoluzionaria. Un progetto che si caratterizzava come “immediato” ponendosi immediatamente sul terreno del soggettivismo e del volontarismo: rifonderemo subito la Quarta poiché così intendiamo fare.
Un progetto che, a conclusione di un ventennio, non può vantare né un effettivo raggruppamento né tanto meno la rifondazione (“immediata”!) dell’Internazionale. Anzi, perse in tempi brevi il PCO che, a dimostrazione che quattro punti generali non bastavano a gettare le basi di una politica rivoluzionaria, finì col votare il PT di Lula alle elezioni brasiliane.
Il progetto del CRQI si basa(va) su questi quattro punti di delimitazione:

1) la validità della lotta per la rivoluzione socialista mondiale e la dittatura del proletariato;
2) la necessità di riaffermare la definizione contenuta nel Programma di transizione del fronte popolare come blocco con la borghesia democratica, che riduce il partito del proletariato ad appendice del capitale;
3) la necessità della rivoluzione sociale e/o politica nell'ex Urss e nell'Europa orientale, in Cina, Indocina, Nord Corea e Cuba;
4) l'elaborazione di una strategia anticapitalistica basata su rivendicazioni transitorie e sul metodo transitorio. [Dichiarazione di Genova, 1997]

Appare evidente che, basandosi su principi politici generali gli altri tre, il terzo punto dovrebbe essere implicito: nel 2004 come oggi, è sottinteso che la rivoluzione deve essere mondiale, o non può essere. Siamo per la rivoluzione sociale in Russia come anche in Italia, in Grecia, in Argentina eccetera: essa è necessaria in tutti i paesi, poiché nessuno di essi è paragonabile all'URSS pre-stalinista, cioè a uno stato operaio vero e proprio, e, appunto, questo era chiaro (o avrebbe dovuto essere chiaro, per dei marxisti ) anche nel 2004 così come nel 1997. La negazione della necessità di una rivoluzione socialista complessiva, mondiale, porterebbe a confluire di fatto con la tesi di diversi “settori della rivoluzione” che sancì la “riunificazione” senza principi della Quarta Internazionale nel 1963. Date le premesse deboli del percorso del CRQI, i risultatiti più probabili del suo sviluppo non potevano che essere un arretramento a setta autocentrata, come tante altre nel panorama del “trotskismo”, o un'involuzione nel lassismo organizzativo – che alimenta sempre, in vari gradi, un maggiore lassismo politico.
L'ipotesi di lavoro del nostro Terzo Congresso prevedeva lo svolgimento del II Congresso del CRQI e il rilancio della battaglia per la rifondazione della Quarta Internazionale, per tirarne le fila dopo “2-3 anni” ai quali fare seguire un ulteriore congresso del CRQI o, in caso di reale convergenza di altre forze, di un congresso internazionale più largo, dove sciogliere il CRQI e proclamare la rifondazione dell'Internazionale. Ora, nulla di tutto ciò si è verificato, né è verosimile che si verifichi prossimamente con tali precise modalità. Del resto, la stessa Conferenza sul CRQI tenuta dal nostro partito nel 2011 affermava che un mancato Secondo Congresso del CRQI nel 2012 “significherebbe avvitarsi nella crisi politico organizzativa del CRQI e non riuscirne a uscire”. Se le parole hanno un senso, questi cinque anni hanno precisamente visto l'avvitarsi della crisi politico-organizzativa del CRQI.
A fronte di questa involuzione, rimane, e va rivendicata senz'altro, la strategia del raggruppamento rivoluzionario e della rifondazione della Quarta Internazionale: il compito dei rivoluzionari è ancora quello di superare questa contraddizione [tra condizioni oggettive della rivoluzione socialista e l'immaturità del fattore soggettivo] attraverso una politica rivoluzionaria nella lotta di classe e la costruzione di partiti rivoluzionari in tutto il mondo quale condizione decisiva per la vittoria della rivoluzione socialista. Proprio perché è giunto il momento (in realtà è giunto già da parecchi anni) di impegnarsi realmente, fattivamente, con uno sforzo soggettivo cosciente, per ottenere risultati seri in questo senso, tale strategia deve trovare un nuovo percorso tattico che le permetta di svolgersi. Avendo ben presente, e rivendicando nel concreto la sacrosanta prospettiva del nostro Primo Congresso, rimasta sulla carta:
Il nostro internazionalismo non si riduce alla solidarietà. Riguarda la natura stessa del programma socialista come programma di rivoluzione internazionale.
Come sul piano nazionale non ci limitiamo ad un’azione di sostegno delle lotte dei lavoratori e dei settori oppressi, ma ci impegniamo a ricondurle ad una prospettiva di alternativa di potere, così sul piano internazionale lavoriamo a ricondurre ogni istanza di emancipazione sociale, nazionale o di genere alla rottura con l’ordine capitalista e imperialista che oggi domina il mondo. Allo stesso modo, come sul piano nazionale lavoriamo a costruire il Partito Comunista dei Lavoratori quale strumento indispensabile per collegare le lotte immediate ad una prospettiva socialista; così siamo impegnati a costruire, per la medesima ragione e sulle medesime basi, un partito comunista internazionale; che lavori ad unire, al di là delle frontiere, le forze di avanguardia della classe operaia e delle masse oppresse del mondo intero attorno allo stesso programma di fondo: il potere consiliare dei lavoratori, delle lavoratrici delle classi subalterne, basato sulla loro autorganizzazione democratica di massa.
Il CRQI, costruito attorno al metodo della sommatoria di partiti nazionali, è naufragato completamente e d’altronde non poteva diventare quello strumento di lotta aperta per ricostruire la Quarta Internazionale come reale partito mondiale dell’avanguardia sociale e politica del proletariato.
Di fatto, poco dopo il suo Primo Congresso il CRQI si è trasformato in un coordinamento estemporaneo, lasso, di diverse organizzazioni nazionali, senza struttura centralizzata (organismi dirigenti, quote, strumenti di propaganda, ecc) e democrazia internazionale (elezione organismi, verifica della linea politica, confronto di posizioni, bollettini di discussione, ecc). Ma soprattutto, il CRQI non si è costruito su un internazionalismo di tipo teorico, di tipo politico, non soltanto organizzativo.
Se è vero che diversi partiti che si rifanno al CRQI hanno allargato il loro corpo militante (mentre il PCL ha visto un calo formale di oltre il 20% dei propri membri), il CRQI come organizzazione ha semplicemente smesso di esistere: non ha mai più convocato il Secondo Congresso (che si doveva tenere nel 2007, e del quale il Terzo Congresso riteneva “necessario” lo svolgimento entro il 2015) e tanto meno riaperto il suo giornale internazionale; non pubblica dichiarazioni condivise sulla fase internazionale dal 2010; non è in grado di organizzare campagne politiche internazionali che coinvolgano tutte le sezioni “sul campo” nei rispettivi paesi; non è riuscito nell'attrarre realtà minimamente significative sul piano politico. E' stato in grado di organizzare alcune conferenze internazionali, le quali però sono state quasi sempre eventi di una o alcune sezioni nazionali, alle quali talvolta le altre sezioni hanno deciso coscientemente di non partecipare (significativo il caso della totale assenza dei compagni del PO al decennale della nascita del PCL). Nel complesso, un’organizzazione internazionale che in quanto tale non esiste propriamente.
Questa situazione non è stata determinata dall’approfondirsi di divergenze politiche esplicitate, dallo scontro tra diverse linee in un ambiente centralista democratico. Non è stata un'applicazione del criterio di Lenin «prima di unirci e al fine di unirci, discutiamo le nostre divergenze», con lo scrupolo del maggior chiarimento possibile sulle questioni principali tattiche e d'analisi.
Il fallimento del CRQI non può essere imputato a una generica “degenerazione”: sarebbe il caso di un'organizzazione già radicata, centralista democratica che cade vittima nel tempo di pratiche burocratiche e distorsioni della linea politica generale. Il CRQI però non ha mai raggiunto lo stadio di organizzazione centralista democratica internazionale consolidata. Il suo è un caso di mancata Internazionale-setta (più che “internazionale-frazione”, termine originale usato, un po’ come “popolo della sinistra”, nella sinistra di ispirazione marxista solo dal PCL) nella quale il PO, fortemente influenzato dagli atteggiamenti bonapartisti del compagno Jorge Altamira e forte della sua preponderanza numerica, ha tentato di sottomettere a sé l'intera organizzazione, sul piano politico e organizzativo, senza una corretta e legittima battaglia per l'egemonia delle proprie specifiche posizioni nel normale corso del dibattito interno centralista democratico. Senza superare una sua certa tara storica tendente al nazional-trotskismo, di cui il rifiuto concreto di costruire il CRQI come organizzazione internazionale centralista democratica è il sintomo più importante.
Il fallimento di questo progetto, legato a un atteggiamento settario verso chiunque (fuori e dentro il CRQI) non condivida la politica del PO e in particolare il suo catastrofismo di maniera, ha portato questo partito a una “ritirata strategica”, che ha significato da una parte la salvaguardia del suo corpo militante (il quale, in massima parte, non ha la più pallida idea degli sviluppi del CRQI e non se ne è mai posto il problema) da un possibile avvicinamento alle posizioni di altre aree del CRQI, tramite un normale democratico dibattito; dall'altra parte, la liquidazione di fatto del CRQI stesso. Analogamente, la rottura ormai palese dello sviluppo del FIT in Argentina come alleanza tra partiti dei lavoratori e della sinistra non è il frutto di un destino cinico e baro: è la conseguenza del fallito progetto di crescita del PO e di egemonia sul FIT stesso a danno delle altre organizzazioni che ne fanno parte. Il forte successo del PTS in termini di crescita numerica, di influenza nell'elettorato del FIT e di radicamento nella classe operaia industriale, così come tra i lavoratori dei servizi (superiore a quello del PO) ha portato anche a livello nazionale il PO a barricarsi e a ritirarsi; una ritirata cominciata da qualche tempo e della quale non si vede la fine. Aldilà dei singoli errori, delle singole posizioni errate all'interno delle componenti del CRQI e del FIT, la linea di costruzione del PO è sostanzialmente la stessa: quella di una battaglia non basata su metodi di lealtà e di merito politico.
Il nostro partito ha già affermato che la mancata fusione PO-PTS (e, se il reale è razionale, del CRQI con la FT) sia “un assurdo politico”. La nostra coscienza ci impone di aggiungere che la colpa di tale situazione ricade, in ultima istanza, sul PO (senza scusanti di un partito “ingannato” da Altamira, o cose del genere): il PO ha rigettato, senza nemmeno chiarire seriamente i motivi di tale scelta, i molteplici inviti del PTS e della FT a un serio confronto su una possibile fusione, sulla base di quel raggruppamento rivoluzionario che pure il PO stesso astrattamente da sempre rivendica. Analogamente, il PO ha bloccato unilateralmente il Secondo Congresso del CRQI senza motivo, se non quello, appunto, di una scalata, non dichiarata e fallita, allo stesso CRQI.
La gravità politica di una tale condotta è moltiplicata dalle particolari condizioni del FIT: una fusione tra PTS e PO basata su una chiarificazione sui principi politici e sulla strategia complessiva avrebbe significato la nascita del partito marxista rivoluzionario di gran lunga più grande e forte dell'intero pianeta. Avrebbe significato un importante passo in avanti nella ricostruzione della Quarta Internazionale, portando il resto del CRQI e l'intera FT a convergere in un'unica organizzazione mondiale centralista democratica, con pieno diritto di tendenza e frazione. Tale processo, in controtendenza con la crisi delle Internazionali centriste di destra (IMT e CWI) e di quelle centriste di sinistra, settarie e/o opportuniste (LIT e UIT in particolare), avrebbe potuto esercitare un'attrazione molto potente per l'apertura di un ulteriore salto nel raggruppamento in tempi rapidi, attirando importanti forze da queste organizzazioni, dai gruppi “trotskisti” minori e dalla minoranza di sinistra del Segretariato Unificato (sempre sulla base di un confronto teorico per il superamento dei suoi propri limiti). Il tutto avrebbe potuto realizzarsi sull'onda dell'importante successo elettorale del FIT nel 2013, come risposta propositiva e anti-settaria del CRQI al “Manifesto per un movimento per un'internazionale della rivoluzione socialista” pubblicato nell'agosto 2013 della Frazione Trotskista – Quarta Internazionale. Manifesto che non ha ricevuto la benché minima risposta dal PO, né tanto meno dal CRQI, in tre anni! Dall'altro versante, cioè dal nostro, la battaglia per “salvare” il CRQI, per evitare la sua dissoluzione, che risale grosso modo al 2009 (a seguito di un incontro del Segretariato del CRQI, come descritto dal DIP in una sua lettera del 2015), è fallita in tutte le sue fasi. Troppo a lungo e con un profilo troppo basso si sono tollerati gli stravolgimenti di quello che sarebbe dovuto essere il “naturale” percorso del CRQI. Negare tale realtà, palese anche per chi ci osserva dall'esterno, sarebbe non solo assurdo, ma soprattutto un atteggiamento che ci garantirebbe ulteriori fallimenti. E oggi non si può salvare o rigenerare ciò che di fatto non esiste più: esistono i singoli compagni, esistono le loro organizzazioni nazionali, ma il CRQI come organizzazione internazionale, anche come coordinamento, oggi non esiste. Paradossale (e ridicolo) sarebbe il compito di “costruirlo” a 13 anni dal suo primo e unico congresso. Un accanimento ulteriore sarebbe inoltre una prassi piuttosto antistorica, data l'esperienza del trotskismo dopo la bancarotta pablista: oltre sessant’anni di ricomposizioni e scissioni dovrebbero convincerci che dei passi falsi, dei fallimenti nel percorso complessivo verso la rifondazione dell'Internazionale sono del tutto fisiologici. Persino quando le ricomposizioni avvengono su livelli politici “alti” - quello del CRQI originale non è di certo paragonabile alla “riunificazione” senza alcun principio, se non quello del filo-castrismo, dei due tronconi della Quarta Internazionale nel 1963. Ma è pure ingiustificabile l'esagerata lentezza di questo (impalpabile) processo di raggruppamento, che di fatto non ha portato nessun significativo risultato dopo un ventennio. Con questi ritmi, dopo che il Segretariato e i gruppi antipablisti hanno mancato le ondate rivoluzionarie degli anni Sessanta e Settanta, la nostra marginalità internazionale rispetto a ulteriori ondate di mobilitazione e radicalizzazione del proletariato sarebbe non solo possibile, ma certa.
L'unica possibilità che abbiamo di rilanciare la nostra battaglia per il raggruppamento rivoluzionario è di archiviare l'esperienza fallimentare del CRQI e di rifondare tale strategia su basi totalmente differenti. Su un chiarimento e una convergenza sostanziale dell'applicazione del programma marxista alle questioni fondamentali di oggi: non possiamo solo indicare la strada per l'emancipazione del proletariato, ma dobbiamo anche riconoscere e combattere gli ostacoli che bloccano tale strada. Così come dovremo evitare divergenze, nella concezione della costruzione del partito rivoluzionario, così ampie da diventare strategiche: non possiamo che impegnarci per la fondazione di un unico partito di tipo bolscevico mondiale, e non di una federazione di partiti di fatto divergenti.
Una prospettiva che la breve lettera scritta dal PO lo scorso settembre rigetta nei fatti, etichettando il PCL come una setta “avventurista”, che usa un metodo “teologico stalinista”, e bollando tutti i compagni al di fuori del CRQI con cui dialoghiamo come “centristi”. Il fatto che i dirigenti dell'EEK condividano di fatto quest'ultima presa di posizione settaria, conferma che attualmente sono interessati più a mantenere un collegamento opportunista e fittizio con il PO che a rifondare l'Internazionale. Deve quindi esserci massima consapevolezza che un serio lavoro di raggruppamento rivoluzionario, che superi tra l’altro il fallimento del CRQI, troverà, perlomeno inizialmente, l'accanita resistenza di gran parte degli attuali dirigenti del CRQI.


5. IL CENTRISMO DEL GRUPPO DIRIGENTE STORICO DEL PCL

Per indagare i perché dei limiti politici di questo gruppo dirigente e i motivi politici del IV Congresso del PCL è necessario identificare alcuni percorsi che hanno influenzato la formazione politica del gruppo fondatore del PCL.
Negli anni ‘70, coloro che oggi rappresentano i quadri dirigenti della Piatt.A militavano in gruppi molto diversi tra loro del panorama italiano, in particolar modo GCR, Lotta Comunista e Avanguardia Operaia. Queste tre componenti si sono interfacciate rispettivamente con il lambertismo, il pablismo e il post operaismo dei gruppi extra-parlamentari anni ’70. Tra queste tendenze quelle che hanno maggiormente influenzato l’asse ideologico del PCL sono state sicuramente l’esperienza nell’internazionale lambertista (CORQI) e quella con Livio Maitan (dirigente della corrente che ha fondato successivamente Sinistra Critica). Dalla prima corrente, il PCL ha interiorizzato la concezione della costruzione di un’internazionale per aree di influenza e per sommatorie di partiti nazionali - concezione estranea alla formazione della IV internazionale e contro cui Trotsky polemizza aspramente - e una relazione intollerante con le frazioni interne. E’ in questa esperienza che, infatti, c’è l’incontro con il gruppo di Jorge Altamira chiamato “Politica Obrera”, precursore del Partido Obrero. Un partito sicuramente “lambertista ortodosso” rispetto al Partito Comunista dei Lavoratori. Il CORQI di Pierre Lambert era composto di partiti che potevano vantare diverse migliaia di militanti, alcuni dei quali, come il POR Boliviano, molto influenti nelle organizzazioni sindacali (la COB boliviana su tutti).
Il PCL eredita dal lambertismo soltanto il metodo di costruzione politica nazionale e internazionale, cioè l’adesione a pochi punti di principio larghi ed astratti e il raggruppamento per sommatorie locali e spartizione di aree di influenza tra gruppi dirigenti contrapposti.
Tale metodo favorisce l’ingresso nel Partito di burocrazie, opportunisti ed elementi piccolo borghesi di ogni provenienza, in quanto non fondato su una vera e progressiva assimilazione dei sunti teorici del marxismo e di una prassi di metodo inerente alla tradizione rivoluzionaria.
Durante l’ultimo Congresso dei GCR, che si trasformarono poi in LCR, coloro che componevano la direzione di quell’organizzazione proponevano di sviluppare il partito su una “crescente centralizzazione”, “risolvere i problemi di federalismo”, “darsi un giornale con cadenza periodica”. Gli stessi obiettivi che proclamava di darsi il PCL in tutti e quattro i suoi congressi e puntualmente disattesi.
Da Maitan, invece, eredita la struttura larga e federale, tipica dei partiti non di lotta. Il Segretariato Unificato, infatti, è anch’esso una struttura internazionale costruita sul rapporto d’indipendenza delle proprie sezioni nazionali, tenute assieme da una burocrazia internazionale abituata da lungo tempo a interventi repressivi rispetto alle opposizioni “da sinistra”.
Dell’esperienza in Rifondazione Comunista eredita, al contempo, la concezione lassa di militanza e la sua trasformazione in un gruppo di mero dibattito teorico. Assimila da questa esperienza il concepirsi come l’ala sinistra “rivoluzionaria” di un partito ampio riformista, eludendo la costruzione di una propria tradizione militante e formando i propri quadri al solo dibattito coi gruppi dirigenti delle aree a esso contrapposte.
L’esperienza di tredici anni di entrismo nel Partito di Bertinotti ha ulteriormente indebolito l’iniziativa politica esterna del gruppo dirigente della piattaforma A. Potendo vantare un partito di oltre 120.000 iscritti iniziali, l’AMR, infatti, non ha mai fatto battaglia nel movimento operaio costruendo tendenze e frazioni classiste rivoluzionarie nei sindacati, nel movimento giovanile, preferendo il dibattito interno, in qualche modo giustificato dall’ampiezza dei numeri del PRC come partito massa. Uscendo da questo partito, dovendo costruirsi a partire da sé stessi in relazione dialettica con la lotta di classe, il declino del gruppo storico degli ultimi venti anni del “trotskismo italiano” è stato inesorabile.
Questa ulteriore metamorfosi ha avuto come risultato un partito ibrido tra diverse concezioni e storie. Rinunciato al metodo marxista di costruzione del Partito internazionale, il PCL ripiega sull’idea di un partito non centralizzato, non di quadri, largo e federale (strutturazione rivendicata esplicitamente e in questi termini da uno dei maggiori dirigenti della piattaforma A), formato attorno a un leader carismatico.
Non è un caso questa particolare strutturazione. Non è neanche il frutto di errori commessi bonariamente. E’ il riflesso politico di una concezione teorica precisa. E’ un’idea di partito che possa tenere dentro, in un blocco senza principi, linee politiche differenti per garantirsi un minimo di adesione larga (cosa per altro non riuscita visti gli scarni numeri dei tesserati). E’ sempre stata la metodologia utilizzata dai gruppi opportunisti).

Non esiste, come ebbe a dire Trotsky, una caratterizzazione univoca del centrismo. Esso è espressione eclettica di posizioni oscillanti continuamente tra marxismo e riformismo. Ha, però, una caratteristica sempre presente che è quella del formare gruppi senza principi teorici chiari, che non sviluppano un reale dibattito interno, che non parlano del proprio centrismo, cioè non vogliono parlare dei propri stessi limiti e che, se ossidati su tale impostazione - così come lo è il gruppo dirigente odierno da 40 anni - finisce con appoggiare correnti riformiste non operaie.

5.1 La mancanza di discussione teorica
Conseguenza della linea politica sopra descritta è la totale mancanza di un dibattito interno. Anche qui: non un limite semplicemente organizzativo, ma una scelta politica chiara. Il non volere avviare un dibattito e una formazione conseguente nel partito è la condizione necessaria per l’autoconservazione degli attuali gruppi dirigenti.
Come abbiamo già sottolineato, già in passato altri gruppi poi fuoriusciti dal PCL avevano provato a mettere insieme alcune critiche e proposte per coordinare le attività dei militanti del partito. Il problema di tutti questi compagni è che non riuscivano a capire che costruire un partito centralizzato non fosse semplicemente “coordinare l’intervento” dei suoi militanti, ma uniformarlo con delle direttive dal centro e costruendo l’ossatura del partito a partire dal giornale come “organizzatore collettivo”. Nel PCL un dibattito serio, franco e aperto su tali questioni è sistematicamente impedito e chiunque muova critiche viene facilmente ignorato, liquidato o calunniato.
Costruire dibattiti, infatti, significherebbe dover affrontare una discussione sugli stessi limiti della linea politica, riconoscendoli per impegnarsi a superarli.
Per questo motivo il gruppo dirigente della piattaforma A si è sempre rifiutato di organizzare una Scuola Quadri centralizzata ed omogenea nei contenuti. Preferisce formare con comunicati i propri militanti su un impianto fortemente identitario, su una retorica ortodossa, ma opportunista nella pratica.
Deve, cioè, demarcarsi autocentrandosi dinanzi al resto della sinistra politica e per farlo istruisce i propri militanti con una propaganda astratta.
In tutti i comunicati del Partito, infatti, si ribadisce che “il PCL è l’unica sinistra che non tradisce i lavoratori” e che sia “l’unico partito che lotta per il governo dei lavoratori”. A parte il contenuto quantomeno discutibile di tali affermazioni, la ripetizione continua di questo messaggio all’esterno finisce col diventare il grido di battaglia di una setta che si autoproclama e all’interno produce l’effetto di formare militanti con un’impostazione quasi teologica, che ripetono come un mantra la parola d’ordine del gruppo dirigente. E’ un metodo diffuso tra i giovani della piattaforma A. Trotsky si è sempre espresso contro questo tipo di militanza:

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Un metodo che, infatti, delinea quale sarà il militante del PCL del futuro. Cosa che vogliamo evitare ad ogni costo. Succede sempre in quei partiti che si costruiscono attorno alla figura di un leader e che instaurano un rapporto uno ad uno tra il capo e la base, facendo leva sul carisma del personaggio.
Tale impianto caratterizza come pienamente centrista il profilo politico del PCL. La sua particolarità è una apparente retorica fortemente trotskista, che nella teoria difende il programma transitorio, ma che nella pratica sostituisce la classe operaia con il popolo della sinistra, cancellando tutto il patrimonio del marxismo come base di riferimento per il superamento del capitalismo.
Per questo motivo, lottare contro questo tipo di centrismo è essenziale per la costruzione di un’alternativa marxista rivoluzionaria coerentemente internazionalista, che sappia conquistare al programma transitorio e al metodo centralista democratico l’avanguardia del movimento operaio e di conseguenza costruire l’egemonia di direzione rivoluzionaria tra le masse. Una questione non riservata al dibattito tra gli addetti ai lavori, ma che riguarda la possibilità del riscatto dell’umanità.

5.2 Un giornale inadeguato: un’organizzazione senza “organizzatore collettivo”

Uno degli aspetti centrali per un’organizzazione leninista è una corretta interpretazione dell’agitazione e della propaganda. Due componenti di una stessa metodologia che la piattaforma B ha ribadito essere dialettici. La piattaforma A al IV Congresso ha confermato l’intenzione di essere un’organizzazione di mera “propaganda combattiva”. Una scelta che potrebbe essere anche valida in fasi di estrema debolezza della propria organizzazione o in condizione di regime borghese autoritario, elementi che limitino fortemente l’agitazione, ma che cozza con la mancata volontà di una qualsiasi iniziativa politica d’impegno dei dirigenti della piattaforma A. Il problema, inoltre, sta nella teorizzazione di tale concetto da parte della Piattaforma A, che ha un concetto di “propaganda” e “agitazione” molto confuso, diverso da quello classico del marxismo rivoluzionario, che tende a inglobare nella “propaganda” buona parte della attività “agitatoria”, diffondendo confusione tra i militanti, alcuni dei quali durante la fase congressuali erano convinti che “oggi non si può fare agitazione”, quando magari erano intenti proprio negli stessi giorni a distribuire volantini agitatori.
La propaganda nella prassi leninista è tutt’altra cosa. E’ la costruzione di momenti assembleari pubblici, la produzione di volantini, articoli, opuscoli, la stesura di una letteratura rivoluzionaria: il tutto volto a diffondere il proprio profilo politico strategico, teorico ed organizzativo, nell’avanguardia di classe e di lotta. Per fare ciò è imprescindibile un giornale.
La linea uscita dal IV Congresso conferma una concezione del giornale vecchia, ma soprattutto inadeguata e senza chiarezza di metodo. Nel suo centrismo ortodosso, infatti, il gruppo dirigente della piattaforma A non concepisce i moderni strumenti di comunicazione, li sottovaluta e li considera marginali ai fini della propria costruzione. Altra dimostrazione chiara dell’estraneità dalle dinamiche reali della lotta di classe. Ma il problema principale è la concezione di giornale che ha la piattaforma A. Questo viene concepito come poco più che un bollettino interno su cui far scrivere qualche dirigente del partito e alcuni militanti “prescelti”, dove inserire talvolta articoli di carattere storico che invece, se sviluppati adeguatamente, andrebbero inseriti in una rivista teorica, organo centrale della propaganda.
Un giornale che esce a cadenza quasi trimestrale, su cui ci sono articoli quasi sempre vecchi rispetto al contesto politico, alla cui stesura non partecipano i suoi militanti, ma solo una cerchia ristretta di dirigenti e articolisti “scelti”, dominati da un direttore che non rende conto a nessuno della gestione del giornale. Un andazzo che, in realtà, è una scelta politica ben precisa da parte del gruppo dirigente di maggioranza, perché sin dagli anni ‘70 il loro giornale veniva prodotto a cadenza bimestrale o trimestrale. E’ una concezione che considera questo strumento come del tutto marginale nella costruzione del Partito.
Il giornale nella concezione leninista è un organizzatore collettivo; è un metodo attorno al quale si uniforma e centralizza l’attività militante, si formano e cimentano nuovi militanti sul terreno dell’agit-prop. E’ uno strumento che si utilizza nelle lotte come agitatore e nella campagne politiche come propagandista. Nel 2017 non avere un giornale online significa condannarsi ai margini del movimento operaio. In un contesto come quello odierno dove gli strumenti cartacei hanno perso la loro forza di diffusione (solo il 2% della popolazione compra un giornale) e dove internet è diventato il secondo principale canale d’informazione, è un errore strategico non dotarsi di un giornale di questo tipo, attorno al quale formare i propri militanti nella gestione quotidiana di articoli, nell’intervento nelle lotte di classe, nel commento del dibattito politico pubblico. In un’ultima istanza, nella proiezione esterna del partito.
Il centrismo ortodosso è incapace d’intendere il marxismo come un metodo politico e non come un’etichetta. Sul giornale, infatti, diversi congressi del PCL hanno visto un’accesa polemica, ma tutti hanno confermato la gestione di maggioranza di questo strumento. Il fallimento e la crisi del PCL si sostanziano nel fallimento del suo giornale.

5.3 La relazione con le opposizioni interne: i fatti post congresso
La tradizione lambertista, come abbiamo scritto sopra, ha sempre avuto problemi nella gestione delle dinamiche interne con le sue opposizioni. La dinamica post congressuale dei primi tre mesi, ci pare confermare questo aspetto anche per il PCL: si sono registrati attacchi di varia intensità ed estensione, dagli insulti ai singoli membri della piattaforma B in quanto tali, alle intimidazioni contro la libera espressione delle posizioni dei compagni, fino a un processo disciplinare strumentale e grottesco, con un’atmosfera da santa inquisizione, contro due compagni già al primo Comitato Centrale post Congresso.
Durante il primo Comitato Centrale del 28-29 Gennaio post IV Congresso, la maggioranza ha imposto la votazione di un provvedimento disciplinare contro due compagni dell’opposizione, sulla base di accuse strumentali e grottesche, costruite ad hoc per attaccare la minoranza. L’intento era cercare di colpire, in realtà, non soltanto i due, ma le ragioni politiche dell’intera piattaforma. Sono stati processati senza dare a entrambi la piena possibilità di difendersi, con un fare antidemocratico.
La piattaforma B sostiene e difende una concezione di partito che permetta il più libero dibattito interno; che garantisca le posizioni delle sue frazioni e tendenze sugli organi di informazione del partito (giornale e sito); che non formi i propri militanti nell’esaltazione di sé stessi (come personalità e come partito stesso); che permetta ai suoi giovani di fare le proprie esperienze imparando dai propri errori e camminando sulle proprie gambe, ma mantenendo la centralità politica del partito. Questo è lo spirito di tutta la tradizione bolscevica. Al contrario, il PCL è un’organizzazione strutturata come un partito ampio e federale, senza una concezione militante chiara e senza una visione strategica chiara. Ma allo stesso tempo mantiene un regime interno antidemocratico.

6. LA PIATTAFORMA B: IL NOSTRO PROGETTO INTERNAZIONALISTA E RIVOLUZIONARIO

La piattaforma B si è costruita per il IV Congresso del PCL per contrastare le derive sopra descritte, per ristabilire la centralità operaia nella sua costruzione, per lottare contro il suo mancato internazionalismo rivoluzionario, per lottare contro il suo elettoralismo, la sua impostazione federale, la sua prassi non militante, il suo sostegno ai partiti piccolo borghesi alle elezioni e la sua posizione non coerente nella lotta alle burocrazie sindacali.
La piattaforma B ha espresso chiaramente nella sua presentazione e nei suoi testi un profilo politico strategicamente alternativo alla piattaforma A, presentando un emendamento sulla questione internazionale che indicava la necessaria chiusura del percorso del CRQI, basato sulla metodologia dell’Internazionale per addizione di partiti nazionali federati. Abbiamo proposto un cambio radicale di tutta la linea del Partito su tutti gli aspetti della sua vita.
Il nostro obiettivo rimane quello avanzato al congresso: trasformare il PCL in un partito marxista rivoluzionario e internazionalista coerente, che si costruisca sulla base di un programma teorico chiaro, di un’analisi di fase del del capitalismo sul piano internazionale, su metodi di dibattito, su una struttura unitaria - non federale - centralista democratica su base internazionale, su un intervento nelle lotte degli sfruttati e degli oppressi fondato su un’agit-prop all’altezza dei nostri compiti politici, e su criteri di militanza uniformati a partire dalla redazione del giornale. Presupposti basilari per un partito rivoluzionario internazionale e per la rifondazione della Quarta, al fine di evitare un metodo di costruzione da blocco senza principi, tra gruppi locali e nazionali con strategie differenti.
La Piattaforma B ha proposto un complessivo e strategico cambio di direzione al IV Congresso, che è possibile sintetizzare in alcuni punti chiave:

1) Costruire un partito internazionale e chiudere con la tradizione nazional-trotskista
Nel Congresso abbiamo proposto un emendamento che facesse un bilancio nel merito e nel metodo del CRQI, contestandone la teoria di costruzione dell’Internazionale per sommatorie e addizioni di partiti locali con divergenze strategiche. Una tradizione estranea al marxismo rivoluzionario e alla IV di Trotsky a cui vogliamo contrapporre una reale teoria internazionalista da cui conseguire una prassi di dibattito, confronto e unità con la migliore tradizione del bolscevismo. In questo quadro, abbiamo proposto di rispondere all’appello lanciato dalla Frazione Trotskista – Quarta Internazionale col “Manifesto per un movimento per un’Internazionale della Rivoluzione Socialista – Quarta Internazionale”, in cui questo raggruppamento lancia una sfida di discussione e dibattito alle correnti del panorama internazionale per la Rifondazione della IV Internazionale, ma su basi politico-programmatiche chiare, su una strategia condivisa elaborata a partire dall’analisi di fase, e su un metodo chiaro di applicazione del centralismo democratico e d’intervento nelle lotte di classe; a partire da tale risposta, sarà possibile avviare un reale confronto politico complessivo volto a verificare le basi teoriche, strategiche, pratiche sulle quali poter eventualmente compiere passi in avanti reali nel raggruppamenti rivoluzionario e nella lotta per la rifondazione della Quarta Internazionale, liquidando una volta per tutte gli ondeggiamenti opportunisti, le politiche settarie così come quelle lasse e federali;

2) La centralità operaia nella costruzione del partito e del fronte unico
Nel documento politico abbiamo ribadito la centralità del movimento operaio nella lotta al sistema capitalistico. Tale centralità è diretta conseguenza della teoria del valore, che Marx esplica ne “Il Capitale”. Per farlo propone di lottare non in astratto per la proposta del fronte unico operaio come risultante del dibattito con le burocrazie dell’apparato sindacale, ma di sfidare queste attraverso l’organizzazione delle migliori avanguardie dei lavoratori, con la costruzione di coordinamenti intersindacali della classe operaia combattiva;

3) La formazione di tendenze rivoluzionarie nella gioventù e tra le donne
Nel solco della tradizione quartinternazionalista abbiamo lanciato come proposta la costruzione di un movimento femminile con un piano strategico rivoluzionario, al fine di portare una coscienza comunista in questo settore di lotta, che oggi esprime una enorme potenzialità di conflitto. Allo stesso tempo abbiamo proposto di continuare nella costruzione centrale del nostro intervento nella gioventù e tra gli studenti, ma senza una impostazione settaria e autocentrata.
La nostra battaglia politica ha sempre seguito l’orizzonte di lotta per la vittoria della classe operaia e l’instaurazione di una democrazia operaia comunista, un governo internazionale dei lavoratori, per l’emancipazione e la liberazione di tutta l’umanità.
Tale è stato lo scopo della produzione della Piattaforma B al IV Congresso e questi rimangono i nostri obiettivi, sulla base dei quali ci organizziamo come “Frazione Internazionalista Rivoluzionaria” del PCL.

Carlo Marselo
Matteo Iammarrone
Massimo Civitani (CC)
Alessio Di Giulio
Alessandro Ventura
Luca Tremaliti
Marcoflavio Cappuccio (ex CC)
Daniele Di Pinto (Esecutivo sez. Napoletana)
Mariarosaria Amaro
Di Somma Francesco
Giannelli Marco
Muscetti Gennaro
Perrozziello Giuseppe (Esecutivo sez. Napoli)
Prudente Paolo (Esecutivo sez. Napoli)
Salvati Davide
Sisto Michele
Corbo Luca
D'Alterio Cristiano
De Rosa Matteo
Di Pietro Scilla (CC)
Ileano Ghidoni
Michele Depietri
Emanuele Delizia
Matteo Salemme (CC)
Antonio Nicolò
Enzo Canossa
Leandro Silvio Evangelista (Esecutivo sez. Rimini)
Giacomo Turci (CC e Segreteria)
Lorenzo Montanari
Bianca Petrovitch
Alksandar Glisic

Frazione Internazionalista Rivoluzionaria - Opposizione di sinistra nel PCL

Fonte

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