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LA RIVOLUZIONE SBIRCIA.

(24 Luglio 2017)

il monello

Al di là della vendetta europeista contro protezionismi e sovranismi,
lontana dal chiasso politico,
dentro l'accenno di ripresa occidentale dopo la “lunga crisi”,
si diffondono le condizioni della contraddizione e della rivoluzione sociale.
Agglomerazioni proletarie nella metropoli imperialista,
accelerazione dei flussi migratori e contaminazione multietnica dei lavoratori, indifferenza e diserzione operaia dagli strumenti del diritto borghese.
Sono fatti che ancora solo oggettivamente
crescono e si contrappongono nel-al “mondo del caos”.
Lavorare alla coscientizzazione della “sostanza infiammabile della rivoluzione”, ad una sua prima, stabile, sedimentazione politico-organizzativa,
ad una sua scelta di campo rivoluzionaria, non è una opzione tra le tante,
ma un passo tanto urgente, quanto necessario ed obbligato.

Alla ricerca della grande occasione, e del suo partito........
LA RIVOLUZIONE SBIRCIA.
La attuale “ripresa” economica europea, oltre il dato miserevole (+ 1,7 nel 2017 - +1.8 nel 2018), è una “tesi politica” giocata dalla U.E. sul mercato mondiale nella competizione globale e su quello interno nella rivincita (elezioni olandesi, francesi e amministrative italiane) su sovranismi e protezionismi.
E' una “tesi politica” costruita, per altro, su un dato esogeno, ovvero influenzato dal ritmo della ripresa internazionale, risultato essa stessa dei contraddittori flussi della globalizzazione.

Il declino storico-politico dell'occidente, se da un lato segna il tempo dell'”american first” di Trump, dall'altro provoca la reazione antisovranista della U.E..
Il fronte U.S.A.-U.E. si presenta spaccato “tra neoprotezionismo addomesticato” americano e globalismo europeo, blocchi continentali ambedue alla ricerca di un possibile “affondamento lento” frutto di nuove alleanze ed equilibri d'area.
Mentre l'America si svincola dal T.P.P. lasciando un varco enorme alla “via della seta”cinese ed alla sua “ri-globalizzazione”, l'Europa risponde firmando un accordo di libero scambio con il Giappone ( Giappone + U.E. pesano il 19% sul p.i.l. mondiale), cioè un “patto politico-strategico” che rilanci il ruolo europeo nel mondo in concorrenza con Trump e Xi.
Un rilancio Europeo orfano della Brexit che avviene con al comando il solito asse franco-tedesco, e con una linea di movimento incentrata su tre assi strategici: più coordinamento interstatuale a condividere investimenti e rischi, accentuazione del processo di trasferimento e centralizzazione delle sovranità nazionali, l'attuazione di un “fondo”militare comune nella prospettiva comune (seppur con diversi gradi di adesione e partecipazione economica) delle forze armate d'Europa.
Un “nuovo ottimismo” del blocco U.E. che tenta di agganciare la ripresa mondiale, che non cancellerà le politiche disciplinative sul deficit pubblico, né l'attacco continentale al salario e ai diritti normativo-contrattuali acquisiti, e neanche annacquerà la tendenza a fusioni e concentrazioni industriali e bancarie.
Certo, potrà esserci (e c'è già per esempio da parte del “nostro” Gentiloni....) qualche ricontrattazione o elemosine nei dosaggio del credito, ma il segno profondo della politica antioperaia europea rimarrà intatto, cosi' utile e cosi' determinato dalla concorrenza sul mercato mondiale.

Se l'economia mondiale ricomincia a tirare (+3,4 nel 2017 - +3,8 nel 2018 il p.m.l. / + 4,6% nel 2017 il commercio internazionale), la politica stenta, confusa tra un'invettiva e un talk-show, comunque alla ricerca di un riallineamento alle direttive capitalistiche, dismettendo, inventando o riesumando ideologie, slogan e raggruppamenti elettorali.
Abbandonato l'unificante “credo” liberista, oscilla tra ritorni allo statalismo-protezionista e rivincita euro-globalista, condite in salsa delle svariate topografie elettorali di sinistra e di destra.
A centro-destra dove “non c'è lotta non c'è conquista senza il grande partito animalista” gli xenofobi Salvini e Meloni contendono la leadership a Berlusconi, al governo dove il ventriloquo renziano Gentiloni si appresta a concludere normalmente il suo mandato alla scadenza naturale del 2018 (con buona pace della “valanga” di no al referendum costituzionale), a sinistra dove volano stracci e straccetti e dove “Insieme” a D'Alema e Bersani si tenta un improbabile recupero dell'area elettorale perduta verso i 5stelle che, in previsione del loro approdo governativo moderano il proprio euroscetticismo e scimmiottano temi razzisti sulla pelle dei lavoratori migranti.
Un cielo politico inadeguato ed incapace anche solo a capire il “nuovo mondo” del pluripolarismo, che si fa concorrenza sui medesimi temi della “sicurezza”, unito e concorde comunque nel far pagare l'uscita dalla crisi (come la crisi stessa del resto!) al proletariato.
Una classe politica che “rappresenta”, oltre gli interessi di classe dei propri padroni, ormai circa il 50% dei “cittadini”, e che cosi' da' corpo maturo alla democrazia imperialista, simulacro falso, ingiusto e truffaldino come non mai.
Ed infatti l'astensionismo, ed in particolare l'astensionismo operaio, è la bestia nera di tutti i partiti e di tutte le ideologie “partecipatorie”.
Purtroppo per lor “signori” padroni e servitori, un po' come il debito pubblico, anche l'astensionismo è destinato a durare e, probabilmente, ad approfondirsi e, forse, a caratterizzarsi come atteggiamento di classe.
Un caleidoscopio politico ad alto tasso di trasformismi e transumanze che difficilmente riuscirà a recuperare l'astensionismo operaio, nonostante la moltiplicazione dei “recuperatori” di voti dai tanti volti più o meno resuscitati o riciclati ( dall'”animal-ista” Berlusconi agli “onesti” grillini ai neonati di “insieme”).
Il vento astensionista è un vento occidentale (presente in forza anche nella diatriba Trump-Clinton!) difficilmente recuperabile ma che, se non coltivato dall'intervento rivoluzionario, se non trasformato (almeno in cospicua minoranza) da rifiuto a coscienza, può esplicitarsi in movimenti reazionari di massa.

Questa sostanza europea si tramuta, nello specifico italiano, nei tempi contraddittori del passato, (e chiuso), ciclo del maggioritario bipartito, nella diffusione dei “nuovi” cartelli scompositivi e ricompositivi, nella prospettiva delle prossime, certe, coalizioni governative figlie dell'attuale pasticciato neo-proporzionale.
La politica borghese italiana, non riuscendo ad adeguarsi al respiro del mondo, utilizza il suo parlamentarismo in chiave concussoria, utilizzando un'istituzione pubblica per interessi privati, collettivi e personali, riducendola a peso parassitario sull'intera società.

Un'altra politica, di classe, che nell'azione quotidiana riesca a coniugare l'attualità storica della rivoluzione con le lotte di resistenza economiche attuali, è assente, o rarefatta.
Le battaglie operaie (nella logistica e nei trasporti ma non solo) soffrono della loro oggettiva frammentazione, orfane di un collegamento politico stabile che dia loro coordinamento fattuale e visione strategica; per questo, pur auspicabili e lodevoli, sono spesso destinate a fiammate cui segue l'inevitabile riflusso o, peggio, la sconfitta.
D'altra parte, dentro la perdurante fase di riflusso, e con questi rapporti di forza sfavorevoli, un intervento rivoluzionario nelle vertenze, oltre che al risultato contrattuale, dovrebbe tendere anche e soprattutto ad individuare, contattare, selezionare ed organizzare le avanguardie che il presente ciclo di lotte di resistenza produce.
E' all'accumulo di forze, alla loro concentrazione organizzativa ed alla loro omogeneità politica, che bisogna guardare nell'intervento quotidiano, oltre improbabili “conquiste”, comunque locali, parcellizzate e temporanee.
La coscientizzazione dell'astensionismo unita all'”intervento strumentale” e politico nelle lotte potrebbe essere una prima griglia d'azione concreta nell'attuale contesto, rimettendo in discussione l'annoso tema dell'organizzazione autonoma di classe.
Un compito storico che diventa immediatamente compito politico nella crisi, e nell'attuale “ripresina”, dove i rapporti sociali, scarnificandosi, si evidenziano nella loro brutalità, affossando la socialdemocratizzazione riformista dei welfare, e lasciando ampi spazi (vuoti, per ora....) alla politica di classe.
Un compito eluso dal “movimentismo senza movimenti” che, quando non è preda di spondismi elettoralistici dell'ultima ora, riproduce se stesso ormai da decenni nella stanca ripetizione di riti, eventi e scadenze sempre meno significative e sempre meno frequentate.

Un compito, purtroppo, più volte, e solo in parte, affrontato dal residuo movimento rivoluzionario in tentativi tanto generosi quanto insufficienti ed andati a vuoto, probabilmente a causa di approcci vecchi per necessità nuove, tarati da “assemblaggi intermedisti” destinati a micro-scissioni e fallimenti.
Ancora una volta, forse, si è preferita una “unità” di plastica presto disciolta alla necessità di separazione teorica-politica e tecnico-organizzativa, il ghetto autoreferenziale dei gruppetti all'intervento in mare aperto nella classe, la “smussatura” opportunista all'asprezza della battaglia teorica senza mediazioni.
D'altra parte, la storia del movimento operaio, è storia di tentativi, spesso falliti, a volte riusciti, come per La Comune di Parigi, la rivoluzione bolscevica, il lungo “assalto al cielo” degli anni '70 in occidente ed in Italia.

La rivoluzione ha bisogno di tentativi.
A forza di imparare dagli errori e dalle sconfitte,
lo strumento d'azione, nel tempo, si affinerà,
si allenerà forgiandosi nelle lotte contingenti, presentandosi maturo alle prossime battaglie decisive.
Non dobbiamo stancarci di tentare,
anche perché non abbiamo altra scelta.

Forse non sarà il prossimo tentativo quello adeguato, ma dobbiamo riprovarci!

Pino ferroviere

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