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LA FIDUCIA SULLA LEGGE ELETTORALE: UNO SFREGIO ALLA DEMOCRAZIA REPUBBLICANA

(10 Ottobre 2017)

La ministra per il Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, ha posto nell'Aula della Camera la questione di fiducia sulla proposta di legge di riforma elettorale nel testo licenziato dalla commissione Affari costituzionali.
Si tratta di un atto inaccettabile sul piano democratico, un vero e proprio sfregio che arriva dopo tante dichiarazioni al vento che indicavano il senso di responsabilità, l’esigenza di una legge elettorale condivisa, non votata a maggioranza ristretta e – in ossequio anche a indicazioni provenienti dalla tanto celebrata Europa – non approvata in chiusura di legislatura.
La legge proposta, inoltre e prioritariamente ripropone per l’ennesima volta (nonostante due bocciature della Corte Costituzionale alle leggi precedenti) un parlamento composto in gran parte di nominati.
Avremo i “paracadutati” nei collegi che, grazie al voto unico obbligato, trascineranno i listi bloccati nella parte proporzionale.
Questo Rosatellum 4.0 appare, ancor più dell’Italikum e del Porcellum, l’emblema dell’improvvisazione opportunistica che anima questo ceto politico.
Assomiglia al cocktail mal riuscito in un bar di periferia: una spruzzata di maggioritario, due gocce di proporzionale, mescolare forte con una buona dose di liste bloccate.
Un ceto politico incapace di vedere il tema delicatissimo della formula elettorale in una necessaria visione sistemica.
Esistono infatti, in materia di legge elettorale, due grandi famiglie : quella del proporzionale e quella del maggioritario.
Com’è ben noto al colto e all’inclita la destinazione di viaggio delle due famiglie è assolutamente diversa: quella del proporzionale si dirige verso la rappresentanza politica tenendo conto di tutte le “sensibilità” presenti in una qualche consistenza numerica; quella del maggioritario punta sulla stazione della “governabilità” tendendo – tutto sommato – a una vocazione presidenzialista, quella del governo eletto dal popolo (la famosa frase: “la sera delle elezioni si deve già sapere chi ha vinto per i futuri 5 anni”).
Premesso che la Costituzione italiana è molto chiara su questo punto indicando come l’elettorato elegga il Parlamento e non il Governo e che proprio per questa ragione nell’assemblea Costituente prevalse l’idea della formula proporzionale (corretta, rispetto al proporzionale puro) .
Questo orientamento mi pare dovrebbe essere rigidamente mantenuto proprio in ossequio alle radici più profonde ed essenziali della nostra democrazia repubblicana.
Quello che francamente non si capisce al giorno d’oggi è il perché i nostri pasticcioni (non troppo simpatici, per la verità) non si addentrino al cuore della questione scegliendo, nei due campi, i sistemi più chiari e trasparenti allo scopo di favorire la scelta dell’elettorato.
Se si pensa al maggioritario esistono due formule ben sperimentate:
1) Quella in uso nelle isole britanniche del collegio uninominale a turno unico;
2) Quella in uso in Francia del collegio uninominale a doppio turno (beninteso a doppio turno e non ballottaggio che invece si adopera nell’elezione diretta del Presidente della Repubblica).
Vale la pena ricordare che Gran Bretagna e Francia non sono due democrazie parlamentari, bensì l’una una monarchia costituzionale, l’altra una repubblica presidenziale a regime di semi – presidenzialismo (a differenza degli USA in Francia, infatti, le figure del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio appartengono a due persone diverse).
Nel caso, auspicabile, di una scelta verso il sistema proporzionale la formula meglio collaudata è sicuramente quella italiana usata tra il 1948 e il 1992: formula che ha garantito, attorno ad un partito pivotale come la DC, la governabilità (in quei oltre quarant’anni furono mutate soltanto tre formule di governo: centrismo, solidarietà nazionale per un brevissimo periodo, centro – sinistra con allargamento finale al pentapartito) contenendo sia un premio per i partiti più grandi sia un meccanismo d’esclusione per le frazioni insignificanti.
Può essere preso in considerazione anche il sistema tedesco che però contiene un mix di maggioritario e proporzionale e una clausola d’esclusione abbastanza alta per consentire una rappresentanza adeguata.
Si ricorda che in Germania il numero dei partiti presenti al Bundestag è mediamente di 4/5 (SPD, CDU – CSU, Liberali, Verdi, Linke forse si aggiungerà l’estrema destra) mentre alla Camera Italiana tra il 1948 e il 1987 erano presenti mediamente 7/8 formazioni politiche senza contare le micro – rappresentanze etniche.
Nulla di straordinario quindi sia dal punto di vista della concentrazione della rappresentanza, sia della sua frammentazione, in un caso e nell’altro.
In questo momento però non è il momento di indicare formule ma di ricordare con forza il principio fondamentale del valore sistemico e non episodico – strumentale della scelta del meccanismo di traduzione dei voti in seggi e della necessità di una scelta chiara: proporzionale o maggioritario.
Mattarellum, Porcellum, Italikum, Rosatellum: oltre il latino maccheronico pessime prove di soluzioni surrettizie della volontà popolare che si reiterano pericolosamente nel tempo.
La soluzione di porre la fiducia sulla legge che stabilisce la formula elettorale è di tale inaudita violazione della democrazia repubblicana da meritare immediatamente l’espressione di una forte opposizione ben oltre la stessa – pur necessaria –dimensione parlamentare.
Certamente non sono più i tempi nei quali si scioperava per la legge elettorale: “Il 20 gennaio 1953 la CGIL proclamò uno sciopero generale e in piazza la polizia fu costretta ad intervenire con gli idranti per evitare il precipitare della situazione. In uno di questi scontri rimase contuso fra gli altri anche il deputato comunista e direttore de “l’Unità” Pietro Ingrao. Numerosi furono gli arresti”.
Si trattava della legge cosiddetta “truffa” che poi non scattò alle elezioni politiche del 7 giugno 1953 per circa 50.000 voti.
Una legge sicuramente più democratica e meno truffaldina di quelle escogitate ai giorni nostri.
Altri tempi appunto..

Franco Astengo

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