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Piazza della Loggia

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(29 Maggio 2012) Enzo Apicella
Piazza della Loggia: nessun colpevole. Lo Stato assolve sè stesso

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Milano, 12 dicembre 1969: l'esplosione di un ordigno al tritolo alla Banca dell'Agricoltura, in Piazza Fontana, provoca provoca 17 morti e 88 feriti.
Indagini deliberatamente male indirizzate attribuiscono il vile e sanguinario attentato agli anarchici, subito oggetto di una feroce azione repressiva, culminante nella morte del ferroviere Pino Pinelli, che, nel corso di un fermo illegale, viene "suicidato" nella Questura meneghina.
Ma se dall'alto si perseguono (o si inventano) piste sbagliate, nell'allora cospicua sinistra extraparlamentare si dà vita a una meritoria attività di controinchiesta, che porta alla pubblicazione del volume La strage di Stato.
I legami tra gli apparati di Stato, mandanti della strage, e i militanti neofascisti, esecutori materiali della stessa, vi vengono sviscerati con esemplare chiarezza. Al punto che, diversi decenni dopo, l'ultima istruttoria sulla strage, condotta dal giudice Guido Salvini, avrebbe confermato in larga misura le conclusioni cui era giunta l'inchiesta "di movimento".
Senonché... difficilmente lo Stato può accettare che si diffonda una piena condanna del suo operato. Così, le diverse anime dell'establishment, negli ultimi anni, si sono impegnate affinché questa scomoda verità non diventasse patrimonio comune. In primo luogo, forte è stata la tendenza a rimuovere gli eventi, ricordati solo nei giorni immediatamente antecedenti all'anniversario, per giunta pigramente e con un'enfasi inferiore a quella riservata a mille altre, meno significative, ricorrenze.
In secondo luogo, non è mancata la circolazione di ricostruzioni tese a diluire le responsabilità statali in una delle più tragiche pagine di storia italiana. Così, in molti ambienti si parla di apparati "deviati", al servizio di qualche personalità oscura piuttosto che “della pluralità dei cittadini”, ed il cui agire sarebbe stato in contrasto con quello di altri organi statali virtuosamente dediti alla salvaguardia del benessere collettivo.
Ma la realtà è molto diversa: la strage di Piazza Fontana è stata una risposta di Stato a una fase di notevole conflitto sociale, quell'autunno caldo che si è distinto non solo per le molte ore di sciopero ma anche per la radicalità delle rivendicazioni, tese a mettere in discussione i rapporti di produzione capitalistici. Proprio l'impossibilità di usare i mezzi convenzionali, "democratici", per incanalare la protesta nelle compatibilità di sistema ha spinto a pratiche così criminali. Che pur non essendo la "normalità", rimangono comunque una delle opzioni possibili quando la lotta degli sfruttati supera certi argini.

In effetti, la lezione ancora attuale che viene dai drammatici accadimenti del dicembre 1969 concerne la natura dello Stato. Che non è un ente neutro tra le parti sociali, capace di ricondurre le tensioni alla sintesi migliore per tutti. E', bensì, lo Stato del Capitale, ossia non di questo o quel gruppo economico, ma della classe padronale nel suo complesso, di cui media gli scontri interni e che difende con vigore - anche violando le sue stesse leggi - quando quest'ultima si sente minacciata. E' perciò fuorviante il continuo richiamo, molto diffuso negli stessi ambienti della “sinistra radicale”, a interventi positivi di parte statale per risolvere i problemi. Per arginare, ad esempio, le attuali organizzazioni neofasciste (da Casapound a Forza Nuova), sempre più aggressive verso gli immigrati o i giovani militanti antagonisti. E' evidente che l'approccio degli organi statali rispetto a queste realtà sarà di carattere repressivo o di benevola copertura, a seconda delle necessità del momento e prescindendo totalmente dagli appelli dei "sinceri democratici".
Altro che la linearità espressa contro le lotte di lavoratrici e lavoratori! Si pensi solo alla determinata battaglia contro condizioni di estrema precarietà che, nella logistica, viene svolta da un proletariato autenticamente multietnico. L'approccio muscolare delle forze dell'ordine è confermato da decine di filmati di cariche, spesso contrassegnate da palese ferocia. Si vuole evidentemente inviare un segnale all'intera classe lavoratrice, con un invito nemmeno troppo implicito alla passività e alla rassegnazione. Oggi, del resto, in una fase di crisi economica tale da ridurre i margini anche solo per dare contentini a chi lavora, l'eventuale divampare delle lotte potrebbe via via connotarsi in un senso veramente radicale.
Ora, a una siffatta comprensione padronale della dinamica storica, occorre contrapporre un'adeguata consapevolezza della realtà da parte dei soggetti sociali sfruttati.
Tornare sulla strage di Piazza Fontana, dunque, non vuol dire solo ricordare le vittime dei crimini di Stato e rendere omaggio a chi, come Pino Pinelli, si è battuto per la liberazione delle donne e degli uomini dalla schiavitù del lavoro salariato. Significa anche fare chiarezza su questo Stato e sulla stessa forma "democratico-borghese", il cui sistema di garanzie può essere sospeso da un momento all'altro, senza che nessuno dei giornalisti che quotidianamente lodano il cosiddetto "regno della libertà" esprima un sia pur minimo disappunto.
Ma dissipare certe illusioni ha anche un altro risvolto, in positivo: quello di contare di più sulla propria forza, che può diventare notevole e difficile da frenare. Le bombe di Stato, in effetti, a suo tempo non riuscirono ad arrestare il conflitto: dopo Piazza Fontana e i successivi, sanguinosi attentati la classe lavoratrice ha mantenuto un atteggiamento combattivo e per anni in Italia si è mantenuto, ad esempio, il primato delle ore di sciopero a livello occidentale.

ALTERNATIVA DI CLASSE
Il Pane e le rose - Collettivo redazionale di Roma

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