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DIRITTI DEI LAVORATORI

Nicoletta Lagioia (Flaica-Cub): il nostro 8 marzo di lotta

(11 Marzo 2018)

La recente giornata di lotta globale dell’8 marzo, ha visto la significativa partecipazione di alcune categorie della Cub (Confederazione Unitaria di Base), tra cui Flaica Uniti. Per quest'ultima, abbiamo intervistato la Segretaria provinciale di Roma, Nicoletta Lagioia, che ci ha illustrato le ragioni dell'indizione dello sciopero, nonché della presenza al corteo svoltosi nella capitale e indetto da Non Una di Meno.

Nicoletta Lagioia

Nicoletta Lagioia, Segretaria provinciale di Flaica Uniti Cub

Intanto ci puoi spiegare le ragioni della vostra scelta di scioperare e di scendere in piazza l’8 marzo?
Certo. Anzitutto abbia valutato il fatto positivamente il fatto che questa giornata abbia ripreso il suo significato originario di lotta, tornando ad essere un’occasione per praticare lo sciopero come leva per il cambiamento sociale. Un cambiamento che, a nostro avviso, vuol dire pure riconoscimento dell’importante contributo femminile allo sviluppo economico-sociale del paese, oggi strumentalmente trascurato per non corrispondere alle donne quanto spetterebbe loro in termini di salario, di diritti, di dignità.

Parliamo, dunque, anche della differenza stipendiale tra donne e uomini...

Sì, si tratta di una grande ingiustizia. Le donne, in media, guadagnano il 30% in meno degli uomini. Quando questa disparità si verifica ai livelli meno alti, gli effetti sono devastanti. Sia perché si riducono le possibilità di autonomia femminile, sia per le conseguenze sulle famiglie. Se si hanno figli, un solo stipendio non basta, soprattutto in considerazione del fatto che i rinnovi contrattuali, quando si fanno, presentano aumenti salariali inadeguati al costo della vita. Ma se lo stipendio di una donna è inferiore a quello, già basso, del marito, il bilancio familiare entra comunque in crisi. Senza contare i casi in cui lo striminzito stipendio della donna è l’unica fonte di reddito della famiglia, perché magari il suo partner ha perso il lavoro...

Visto che sei entrata nella tematica familiare: nei vostri volantini si insiste molto sulla difficoltà, per le donne, di conciliare i tempi di vita e di lavoro...
Questo è un altro grosso problema, che nasce dalle politiche di abbattimento del Welfare portate avanti, nel corso degli anni, dai governi di centrodestra e di centrosinistra. L’assenza di un’autentica rete di servizi sociali fa ricadere il lavoro di cura interamente sulle spalle delle donne. Inoltre, è sempre più forte la spinta dei datori di lavoro a considerare la maternità un problema, aggirando le tutele previste per le lavoratrici madri. Su questo fronte, ultimamente stiamo seguendo una vicenda esemplare. L’Istituto delle Suore Serve di Gesù, nel quartiere Parioli, ha chiesto, alla società che gli fornisce il servizio di pulizia, di allontanare una lavoratrice “non gradita” perché sarebbe stata lungamente assente. Ma in realtà la lavoratrice in questione si è semplicemente presi i congedi previsti dalla legge in caso di maternità. Che dire... si conferma il fatto che certi istituti religiosi, al di là del verbo umanitario, adottano la stessa logica spietata dei peggiori padroni.

A proposito di arroganza padronale, nella vostra piattaforma per l’8 marzo avete inserito anche l’abolizione di quel jobs act che ha realizzato i più inconfessati sogni confindustriali...
Ecco, il punto è questo: abolizione e non semplice modifica, perché il jobs act ha riportato il diritto del lavoro indietro di più di 50 anni. Prevedendo forme di controllo a distanza ha creato un clima d'intimidazione nei posti di lavoro. E soprattutto ha eliminato l’articolo 18, così da rendere senza senso definizioni come “tutele crescenti” e “contratto a tempo indeterminato”. Ma che contratto a tempo indeterminato è, se ti possono licenziare in qualsiasi momento e senza particolari motivazioni? Per non dire del fatto che, se ricorri al Tribunale del Lavoro e vinci la causa, le possibilità di reintegrazione sono quasi nulle. In queste condizioni, i lavoratori sono indotti a stare sempre a capo chino, a non ribellarsi a nessun sopruso. Per le donne, che vivono una condizione ancor più precaria, ciò significa anche potersi difendere di meno da atteggiamenti aggressivi e umilianti – come il mobbing e le molestie – posti in essere dal datore di lavoro. Insomma, il jobs act è una vergogna che va eliminata, come la Riforma delle Pensioni Fornero, del resto...

Ah bene, ci puoi dire qualcosa anche questo punto?

La cosa è semplice, la Riforma Fornero allontana nel tempo la prospettiva della pensione per milioni di lavoratori e di lavoratrici. Molti quotidiani, per sostenerla, diffondondo valutazioni catastrofiste e parlano di un possibile dissesto del sistema previdenziale italiano, che in realtà, come emerso ultimamente, è uno dei più sani d'Europa. Oggi, chi vuole di godersi la pensione dopo decenni di lavoro viene presentato come persona animata da un desiderio egoistico, che minaccia i conti nazionali. Ma per noi, non a 67, bensì a 60 anni va fissata l'età pensionabile e con pensioni allineate al costo della vita. un discorso che vale a maggior ragione per le donne, le quali, come s’è detto, faticano tantissimo, svolgendo sia un lavoro “esterno” che un altro, non retribuito, “interno” al nucleo familiare.

Il messaggio è chiaro. In conclusione, quale bilancio fai della vostra partecipazione allo sciopero globale dell’8 marzo?
Il bilancio è positivo. Flaica Uniti Cub s’è confrontata con un percorso di cui condivide le rivendicazioni – a partire dalla necessità di aumentare i finanziamenti ai centri antiviolenza – e ha cercato di introdurvi i suoi temi, legati alla condizione delle donne lavoratrici. Su questi argomenti, intendiamo produrre momenti di approfondimento, per rendere più solida una battaglia che, lo voglio precisare, riguarda i diritti di tutte le donne, italiane o straniere che siano. Nei settori in cui interveniamo (commercio, agro-industria, turismo, multiservizi ecc.), ci sono molte donne che provengono da altre parti del mondo: per noi sono lavoratrici, punto. Accettare la distinzione tra italiane e straniere vuol dire indebolire tanto la lotta delle donne quanto quella della classe lavoratrice nel suo complesso.

A cura de Il Pane e le rose – Collettivo redazionale di Roma

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