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War!

War!

(27 Agosto 2013) Enzo Apicella
Obama ha deciso di attaccare la Siria, in ogni caso.

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IL DRAMMA SIRIANO
NELLA LOGICA DELL’IMPERIALISMO

(15 Aprile 2018)

macerie siriane

Con il crollo del sedicente comunismo in Russia e nei Paesi dell’Europa centro-orientale, l’universo ideologico della borghesia si è popolato di saccenti meteore annuncianti l’alba di una nuova era di libero mercato come ultima parola della civiltà, di profeti buoni per tutte le stagioni disposti a proclamare l’avvento di un mondo finalmente pacificato con un crescente benessere per tutti.
Tempo al tempo – si argomentava in maniera più o meno dotta – e tutto il globo avrebbe assunto le forme, i ritmi, il destino, di un grande Occidente capace sostanzialmente di superare guerre, squilibri sociali, i mali e gli orrori dell’epoca delle ideologie. Peccato che le grandi guerre del passato novecentesco non avessero alla base lo scontro ideologico, ma proprio quelle dinamiche del capitalismo e della sua maturazione imperialistica che avevano infine stritolato il debole imperialismo russo in veste socialista e sempre più coinvolto nella loro compiuta affermazione su scala mondiale gli spazi giganteschi di Cina e India. Il metodo marxista si confermava pienamente adeguato a comprendere il cambiamento storico e persino l’inabissarsi di quel “socialismo reale” che la più grande truffa della Storia aveva identificato come banco di prova supremo del marxismo e il cui fallimento si tentava (e si tenta) di spacciare come prova provata dell’eternità del capitalismo.
Trent’anni dopo, non solo le guerre non si sono rivelate propaggini cruente di un mondo ormai finito, non solo i conflitti non sono più etichettabili come sussulti arretrati di arretrate identità etno-religiose, destinate a diluirsi nel grande mare del libero capitale. Oggi persino la stampa borghese più affermata e “rispettabile” deve riconoscere, ovviamente con le sue parole, le sue formule giocoforza ideologiche e distanti dal rigore scientifico del marxismo, che in Siria è in corso una guerra imperialistica. Come definire altrimenti una guerra dove le forze locali sono ormai chiaramente legate e subordinate a potenze regionali e centrali imperialistiche, proiettate a confrontarsi nel ridisegno delle sfere d’influenza su un tassello cruciale dell’area mediorientale? Come definire, se non imperialistica, una guerra il cui andamento dipende in maniera ormai evidente dagli sviluppi di una competizione e di un intreccio di alleanze tra Stati chiamati a tutelare gli interessi di grandi gruppi capitalistici in lotta su scala mondiale, Stati impegnati nella ridefinizione di una gerarchia globale sulla base del mutamento della forza capitalistica? L’indignazione, poi, per la “scoperta” dell’orrore della guerra – come nel caso dei civili sterminati con le armi chimiche – solo nel momento in cui la violenza può essere utilmente attribuita esclusivamente alla cordata imperialistica rivale fa parte dell’ormai vecchio e spietatamente collaudato arsenale retorico dell’ipocrisia borghese. La piena e globale maturazione imperialistica ha semplicemente fornito a questa ipocrisia linguaggi più adatti ai tempi e strumenti di trasmissione più efficienti. Si vedrà se nella Siria martoriata dalla violenza dell’imperialismo – capace di alimentare in maniera determinante, di sostanziare come scontro bellico, quando non addirittura di produrre come nuova contrapposizione (magari circonfusa di suggestioni “primordiali”) le divisioni etniche e religiose – l’attacco congiunto di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sta aprendo una nuova pagina del conflitto o se sta proseguendo, magari con un maggiore impiego di forza, la “trattativa armata” tra potenze regionali e centrali imperialistiche. Ciò che risulta già chiarissimo è che non ci sono potenze innocenti. Che si siano direttamente schierate con Washington – come hanno fatto Francia e Gran Bretagna – che stiano prendendo le distanze, ammantando la loro scelta politica con elevati richiami alle virtù della diplomazia – come l’Italia – o che si stiano trincerando dietro i principi di legittimità dei poteri locali da esse sostenuti – come la Russia – sono tutte partecipi del gioco brutale, infido e feroce dell’imperialismo.
È la nostra classe, il proletariato, che sta pagando il prezzo più atroce a questa competizione tra sfruttatori. Lo paga nella maniera più diretta e devastante – sotto le bombe, avvelenato da gas tossici, imprigionato sotto le macerie di città rase al suolo, costretto nella quotidiana tortura dei campi profughi – e nelle forme dell’avvelenamento ideologico, dell’asservimento agli interessi delle potenze per cui i proletari sono massa di manovra, carne da cannone, pedine sacrificabili. Lo abbiamo visto recentemente, ancora una volta, anche ai confini della Striscia di Gaza, dove le masse sfruttate sono state nuovamente sacrificate, stritolate tra le misere e feroci dispute di una sgangherata e corrotta borghesia palestinese e l’efficiente violenza dello Stato israeliano, il tutto nella cornice di una questione nazionale fagocitata dalla dinamica dell’imperialismo. Eppure in tanta debolezza, in tanto inganno e orrore, la nostra classe ha la possibilità storica di impadronirsi della formidabile arma del marxismo, che ha dimostrato tutta la sua validità alla prova degli sviluppi dell’imperialismo e delle sue multiformi e ingannevoli ideologie. Certo, è necessario che quest’arma straordinaria venga impugnata dall’unica classe che può davvero farla propria. Ma quest’arma esiste, già oggi. Va custodita, difesa, affinata, impiegata laddove lo stato dei rapporti di forza lo consente. Perché domani farà la differenza nella lotta per porre fine a quell’orrore capitalistico di cui purtroppo il dramma siriano è solo il preannuncio.

Prospettiva Marxista

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