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Psicocomunista

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(14 Novembre 2010) Enzo Apicella

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DIRITTI DEI LAVORATORI

L’ESIGENZA DELLA “DIVERSITA'”

(25 Aprile 2018)

Nel corso degli anni ’70 – 80 del secolo scorso furono particolarmente incisive le critiche da destra a una presunta “diversità” del Partito Comunista che ancora veniva reclamata dai suoi dirigenti,o almeno da una parte di essi.

Una “diversità” considerata da ostacolo al libero dispiegarsi dell’alternanza fra le forze politiche tra governo e opposizione e all’assimilazione del sistema politico italiano a quelli delle cosiddette “democrazie occidentali” (nel mirino si trovava anche l’alta partecipazione al voto che si auspicava diminuisse in nome proprio di quell’omologazione verso società nelle quali una quota di agnosticismo politico era considerata fisiologicamente benefica (D’Alimonte, Panebianco).

Ricordiamo, a proposito della “diversità”, il discorso di Berlinguer rivolto, nel pieno della solidarietà nazionale, agli intellettuali tenuto all’Eliseo di Roma sul tema dell’“austerità” ; la proclamazione della linea dell’alternativa in luogo di quella del compromesso storico avvenuta nel corso di una Direzione del Partito Comunista convocata a Salerno in occasione del terremoto del novembre 1980 e in coincidenza con la ferma denuncia da parte del presidente Pertini del ritardo nei soccorsi e ancora l’intervista – 1981 – dello stesso segretario del PCI rilasciata a Scalfari sull’argomento del ruolo dei partiti e della “questione morale”.

“Austerità” e “questione morale” che si tradussero anche, soltanto per esemplificare, in un lungo periodo di ostilità da parte del PCI all’introduzione della TV a colori, ritenuta fonte di spreco e di corrompimento.

Era il PCI dell’idea di uno smarcamento dal modello totalitario attraverso lo strattagemma (ampiamente fallito) dell’eurocomunismo e della traduzione politicista del “compromesso storico” nel “governo delle astensioni”.

Tentativi risultati poi vani ( sviluppati sicuramente male e in assoluto ritardo) di tracciare ancora una qualche linea di demarcazione dall’invadente e reclamata modernità fondata sul consumismo individualistico che avrebbe poi dilagato nella banalità corrente fino a sfociare nella “Milano da Bere”, nell’idea della governabilità come fine esaustivo della politica, in Tangentopoli e, infine, nello sbaraccamento dello stesso PCI.

Una vera e propria liquidazione della stessa realtà organizzativa del PCI avvenuta in coincidenza con il tramonto dell’assetto bipolare del mondo e verificatasi quando anche gli altri partiti di massa in Italia chiudevano bottega per diverse ragioni, stretti tra le vicende della corruzione e la perdita di sovranità dello “Stato – Nazione” suffragata dai Trattati Europei e dall’avvento di un’egemonica finanziarizzazione dell’economia a livello mondiale quale suggello dell’offensiva di destra avviata nei primi anni ’80 sulla rotta atlantica.

Neppure era possibile, come da qualche parte si era creduto, conservare l’idea della “diversità” soltanto appoggiandosi alla continuità di un’idea della “rivoluzione” portata avanti in una presunta continuità con le pur nobili eresie derivanti da quella storia.

Emersero così le deleterie tentazioni movimentisti da “no global” assunte in coincidenza con l’evidenziarsi delle tensioni verso l’assunzione del “governo” in nome di malintesi di diverso genere che hanno portato alla disastrosa situazione attuale della sinistra italiana.

La linea di “diversità” del PCI derivava da una continuità da parte del gruppo dirigente comunista, pur nelle sue divisioni e nelle sue “sfumature” e “sensibilità” (Togliatti) nel considerare – alla fine – la politica, nell’ambito della propria cultura, concepita come l’arte di applicare la filosofia rivoluzionaria così come questa rielaborata da Marx sulla base della teodicea hegeliana.

Quella posizione assorbiva un’identità complessiva e la conclusione della sua storia non lasciava spazio a soluzioni di anche parziale continuità,

Si doveva cercare altrove verso “un altro comunismo” affrontando con coraggio intellettuale quello che era stato il genoma originario rielaborando complessivamente teoria e pratica politica.

Aver abdicato a questo filone di ricerca, essersi adagiati nella parzialità del politicismo ha contribuito ad aprire il varco all’interno del quale si è determinato un vuoto nel quale si sono inseriti gli elementi portanti della situazione attuale.

A questo punto qualcuno potrà ben affermare che siamo di fronte a roba da museo, sezione protozoico.

Lo scopo di questa sommaria ricostruzione però è un altro: è quello di porre un quesito.

Tra la concezione della politica che abbiamo cercato qui di descrivere (con riferimento alla parte conclusiva di quello che era stato il più grande partito comunista d’Occidente e alla degenerazione conseguente alla conclusione della sua storia) e la situazione attuale in atto nel sistema politico italiano sarà possibile mettere in mezzo qualcosa?

Un “qualcosa”, una soggettività che rifiuti totalmente lo spettacolo di questi giorni e proclami nuovamente una sua “diversità” direttamente politica, non semplicemente morale.

L’idea di fare un governo alternativamente con soggetti apparentemente opposti sulla base di una valutazione sviluppata da un algoritmo (è questo il prevalere della tecnologia sulla politica?), la deprimente commistione di una propaganda di basso profilo con una personalizzazione senza freni, il considerare la governabilità come la politica e la propria carriera personale come la governabilità appaiono i punti estremi del male che avviluppa una “sovrastruttura” che, grazie alla pervasività degli strumenti di comunicazione di massa e della loro manipolazione, avvinghia la struttura economica e sociale corrompendola.

Così sommariamente appare possibile riassumere il quadro che ci troviamo di fronte nel sistema politica italiana.

Beninteso: questa schematica descrizione non riguarda soltanto alcuni degli attori presenti nell’arena, ma tutti quelli presenti nel sistema parlamentare.

Le dinamiche cui stiamo assistendo rappresentano non tanto e non solo un’umiliazione di un minimo di logica della rappresentanza politica, ma dello stesso generico buon senso.

Serve urgentemente una soggettività che si chiami fuori da questo concerto da “Prova d’Orchestra” (ricordate il grande fallimento di Fellini?).

Si tratta di tirarsi fuori senza moralismi ma avendo coscienza della condizione di difficoltà generale, da questa mescolanza e di ricostruire una presenza politica fondata sull’esplicitazione in forma conflittuale delle contraddizioni sociali, partendo dalla materialità della condizione quotidiana.

Serve assolutamente una differenziazione radicale,una vera e propria “diversità” da questo stato di cose.

E’ necessaria la presenza di un’opposizione nel metodo e nel merito da mettere in campo prima che il baratro ci ingoi definitivamente.

Sarà il caso, a questo punto, di riprendere i temi della riflessione sulla ricostruzione di un’identità politica e sulle coordinate possibili di aggiornamento della nostra storia in una fase che è necessario considerare di rivoluzione passiva e di guerra di posizione.

Ma è ancora più urgente richiamare, anche sul piano organizzativo immediato, l’esigenza di appoggiarci a una “diversità” sociale causata dall’imperio delle disuguaglianze che continua a essere presente nella realtà e della quale è necessario trovare la forma perché sia espressa anche in politica la volontà di riscatto.

Nulla di più ma anche nulla di meno.

Franco Astengo

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