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"Errico Malatesta, Un Anarchico nella Roma liberale e fascista", a cura di Roberto Carocci

Pisa, Bfs, 2018, pp. 170, € 18.00

(9 Maggio 2018)

carocci-malatesta

Il 28 maggio 2016, quasi due anni esatti or sono, il Nuovo cinema palazzo, occupato, nel quartiere romano di S. Lorenzo, si gremiva di un pubblico attento e ricettivo nell’assistere al Convegno su Errico Malatesta a Roma, organizzato dall’Associazione di idee I Refrattari. Un’associazione sorta proprio per conservare il lascito umano, morale e politico del “rivoluzionario campano”, senza cadere, proprio nel rispetto di questi, nei settarismi e nei particolarismi.
Il Convegno, disponibile in audiovisivo, con un caricamento anche su Youtube, trova ora pubblicazione cartacea su edizione della Biblioteca Franco Serantini, a cura di Roberto Carocci, Docente di Storia contemporanea a Roma tre. Gli altri convegnisti sono: il cattedratico Giorgio Sacchetti (Storia delle ideologie del Novecento presso l’Università di Padova), Franco Bertolucci, Bibliotecario della Serantini, e Valerio Gentili, che qui si occupa del rapporto con gli Arditi del popolo. Di quest’ultimo autore, tra i più avanzati e incisivi studiosi di Antifascismo militante in Italia, non può non dispiacere il silenzio pubblico, che dura ormai proprio dal periodo immediatamente successivo al Convegno, se si eccettua l’uscita, poco dopo, di Volevamo tutto.
Il testo, non una mera stampa degli atti, si avvale d’una corposa e utile bibliografia, di alcuni significativi scatti e di un’appendice relativa a “Pensiero e volontà”, l’ultima rivista diretta da Malatesta, prima che le Leggi fascistissime ne rendessero del tutto impossibile l’uscita.
L’aspetto biografico del personaggio preso in esame, si riferisce ai periodi vissuti nell’Urbe, particolarmente in un quartiere tra quelli più operai, nell’accezione socio-urbanistica del termine, nella Capitale, vale a dire il Trionfale, abitato prevalentemente dai lavoratori delle fornaci, che consegnerà alla storia numerose figure di agitatori proletari, antifascisti e partigiani. Roma certo doveva piacere al patriarca dell’anarchismo italiano, con tutti quei rioni di sottoproletari, non irreggimentati nelle organizzazioni burocratiche di sindacati e partiti, assai inclini alla sovversione e all’insubordinazione.
Trattandosi di una personalità di questo calibro, non può la riflessione limitarsi ai termini stabiliti dal titolo. Errico Malatesta è nato S. Maria Capua Vetere, il 14 dicembre 1853, ben prima che si compisse l’Unità d’Italia. È un giovane aderente al mazzinianesimo passato al libertarismo, che non ha terminato gli studi in Medicina proprio per dedicarsi alla cospirazione. Anello di congiunzione tra il Risorgimento democratico e il sovversivismo dell’Italia liberale. La Rivolta del Matese, del 1877, è il primo episodio eclatante che lo vede protagonista: un piano insurrezionale certo velleitario e destinato alla sconfitta ma che porrà le basi per la diffusione della coscienza e della prassi rivoluzionaria nel Paese.
Dopodiché, un fiume in piena. Una vita passata, senza posa, tra cospirazioni, carcere, esilio, soggiorni in mezzo mondo, direzioni e fondazioni di periodici, tra cui “Umanità nova”, nel 1920, che esce orgogliosamente ancora oggi: la più longeva rivista d’agitazione politica in Italia.
Una leadership morale e politica raggiunta con lavoro costante e quotidiano, conosciuta e riconosciuta sino ai più sperduti borghi rurali. Ne è esempio uno stornello anarchico, di inizi ’900, che fa: “Tu, Malatesta, sònala la tromba e dài lo squillo alla rivoluzione…”. Indicativo che in una composizione popolare venisse assegnato proprio a lui il ruolo di annunciatore della rivelazione redentrice.
Venendo al pensiero: dove si può collocare quello di Malatesta, basandosi proprio su quanto emerge dal Convegno? Egli fu sicuramente un fautore del comunismo libertario, diffidente verso le correnti dinamitarde e individualistiche dell’anarchismo (“ravacholismo”), nella convinzione che non fosse il beau geste individuale a condurre alla rivoluzione e a difenderne gli esiti. Ricordiamo, a tal proposito, che un attentato venne compiuto proprio per la sua scarcerazione, al teatro Diana di Milano, il 23 marzo 1921. Una strage con 21 morti e 80 feriti, da cui Malatesta si dissociò sospendendo lo sciopero della fame, che fece apparire i fascisti ancor più come forza di ordine e sicurezza dinanzi al pericolo rosso.
Convinto dell’indissolubilità di libertà ed eguaglianza sociale, si dimostrò critico con il bolscevismo e con il concetto di dittatura del proletariato, tanto da respingere la definizione che gli era stata data, a fini certo lusinghieri, di “Lenin italiano”. Ma, come egli stesso amava dire: “la rivoluzione non si fa in quattro gatti”; da qui il rifiuto di ogni concezione esoterica ed elitaria della lotta politica, nel nome della collaborazione con quelle organizzazioni e personalità - a Fiume come altrove - con propositi rivoluzionari e, ora, anche di contrasto all’avanzata fascista.
Lo dimostrerà proprio con il trasferimento definitivo a Roma, dopo il fallimento del Biennio rosso, quando Malatesta entrerà in diretto contatto con gli Arditi del popolo, con entusiasmo e senza obiezioni. Va detto che, mentre, già nell’agosto 1921, i partiti proletari diffidavano i propri militanti ad entrare negli ardito-popolari, in contemporanea con la loro messa al bando da parte del Governo Bonomi, l’anarchismo resterà a loro fedele sino alla fine.
Poi, l’avvento del fascismo. Malatesta, assai in là con gli anni, soprattutto per l’epoca, non viene posto in carcere né a domicilio coatto dal regime. La circostanza indispettiva molti antifascisti esiliati o detenuti, perché, come dirà Pertini a proposito di Malatesta stesso, questi poteva rappresentare un alibi per dare all’estero l’idea che in Italia ci fosse la libertà. Mussolini non mancava di farne vanto, sostenendo che Malatesta, ricercato dalle polizie di mezz’Europa, vivesse a Roma del tutto indisturbato. Nei fatti, egli viveva ai domiciliari, costantemente sorvegliato nella corrispondenza e in ogni movimento, suo, dei familiari e dei conoscenti.
Errico Malatesta moriva a Roma il 22 luglio 1932, a quasi 79 anni. Funerali e trasporto della salma al Cimitero del Verano furono tenuti in forma privata, sotto l’occhio vigile della polizia, affinché non si verificassero manifestazioni ed omaggi considerabili ostili dal regime.
Su tutta la vicenda umana e politica di Malatesta, più di ogni valutazione circa pensiero e ideologie, pesa un dettaglio: ha lavorato fino alla fine dei suoi giorni, o meglio, fin quando ha potuto, poiché la continua sorveglianza gli impediva finanche di recarsi alla sua bottega vicino casa. Così sappiamo che una personalità politica, con quella storia e conosciuta in tutto il mondo, alla soglia degli ottant’anni viveva del suo lavoro artigianale, facendo le riparazioni elettriche.
Nei paraggi, per la precisione in piazzale degli Eroi, una lapide, posta nel 1944, ricorda oggi la casa dove Malatesta visse gli ultimi suoi anni di vita, definendolo “L’Apostolo della libertà”.

Silvio Antonini

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