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L'angoscia dell'anguria

L'angoscia dell'anguria

(24 Luglio 2013) Enzo Apicella

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DIRITTI DEI LAVORATORI

Una “Prospettiva Operaia” per uscire dalla crisi del capitalismo

(7 Settembre 2018)

Prospettiva Operaia è impegnata nella costruzione di un’analisi e di un dibattito, con collettivi ed organizzazioni della sinistra e del movimento operaio e con chiunque sia disponibile al confronto, sulla crisi economica mondiale, sui compiti dei rivoluzionari, e sulle proposte espresse in questo documento.

logo prospettiva operaia

- La crisi economica che attanaglia il mondo da oltre un decennio è la più grande crisi capitalista della storia, superiore a quella del ’29 perché tocca l’intero economia mondiale (a differenza della crisi del ‘29 dove un terzo del mondo era fuori dalla produzione capitalista e la sua crisi). Si caratterizza come una gigantesca crisi di sovrapproduzione, causata dallo straordinario livello raggiunto dalle forze produttive dei tre grandi poli tecnologici del mondo: l’Europa, l’Estremo oriente e soprattutto il centro dell’imperialismo mondiale, ossia il Nordamerica. L’ampiezza e la gravità della crisi trovano eco nel fatto che non esiste economista, aderente a qualsivoglia corrente del pensiero economico, che abbia un’idea vaga di quando e come la crisi possa finire. È una crisi che investe non solo l’economia mondiale ma tutto il sistema di istituzioni nato sul finire della Seconda guerra mondiale e ristrutturatosi con la fine degli accordi di Bretton Woods, alla metà degli ’70. La crisi dell’economia prevalentemente del mondo occidentale degli anni ‘70 vede oggi coinvolto l’intero pianeta, compresi i paesi cosiddetti emergenti. In genere si assiste al declino, e addirittura alla scomparsa dagli organi di stampa, del gruppo di paesi chiamato BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). La crisi capitalista ha messo a nudo la dipendenza delle loro economie dalle potenze imperialiste e la posizione semiperiferica che occupano nella divisione mondiale del lavoro. Saturati i mercati e crollati i consumi, è crollata anche la domanda di materie prime e di forza lavoro su cui si fonda il loro modello economico. Nessuna di queste potenze regionali ha la possibilità di fare un salto di qualità sul terreno internazionale e di competere con l’imperialismo USA, il cui declino è un riflesso di quello più generale del capitalismo. L’incapacità del sistema capitalistico di trovare finora un’uscita dalla crisi dimostra il suo avanzato declino storico e il suo impasse strategico dopo il fallimento sia del keynesismo nei primi anni ’70 sia del neoliberismo nel 2007-2008.

- Le burocrazie dell’ex URSS (e del Comecon) e della Cina hanno trovato nell’imperialismo e nella restaurazione capitalista un sostegno di fronte al grande ciclo di mobilitazioni operaie e di crisi rivoluzionarie dei decenni successivi al secondo dopoguerra. Il prezzo che la burocrazia sovietica ha dovuto pagare è stato l’annessione all’UE di quasi tutta l’Europa Centrale, balcanica e baltica, paesi ridotti alla mercé delle potenze imperialiste europee, e in particolar modo dell’imperialismo tedesco. L'imperialismo, nel caso specifico della restaurazione capitalista nell’URSS non ha trovato l'arretratezza ottocentesca dell’impero zarista, ma ha trovato un paese industrializzato (con un enorme squilibrio tra i vari rami dell’industria e la supremazia del industria pesante-militare a causa del monopolio burocratico delle decisioni in merito agli investimenti,); di conseguenza ciò che permise agli imperialisti di adoperare la caduta dell'URSS a proprio vantaggio era la distruzione di forze produttive su scala gigantesca e l'integrazione della burocrazia sovietica, e dello spazio economico sovietico, nell'economia mondiale; tutto questo, anziché alleviare la crisi dell'imperialismo, ha finito per acuirla e per inasprire le contraddizioni inter imperialiste. Questo processo di restaurazione capitalista nell’ex URSS e in Cina, lungi dall’essere terminato, anziché permettere al capitalismo una nuova “espansione” ha finito per rilanciare gli investimenti (con un gigantesco aumento del capitale costante) e così ampliare la sua crisi su scala mondiale.

- La Russia, come correttamente previsto da Trotsky, nella restaurazione capitalista non ha potuto far altro che occupare il ruolo di semicolonia, fornitore di materie prime ai paesi imperialisti, ed in quanto tale fortemente dipendente dai consumi di questi paesi. L’abissale distacco con il livello tecnologico dei paesi imperialisti, e il carattere parassitario della sua proto-borghesia gli impedisce di affermarsi nell’economia mondiale come una potenza imperialista. L’economia russa si caratterizza oggi essenzialmente come quella di uno stato rentier, dipendente dall’esportazione delle sue materie prime e costretta a conservare la proprietà statale dell’industria pesante e dell’industria militare, non soltanto per ragioni strategiche ma soprattutto per l’impossibilità da parte dei suoi oligarchi di trasformarsi in capitalisti industriali. Il regime politico che governa la Russia è di tipo burocratico-oligarchico, organizzato dall’intervento che i siloviki, ossia i membri delle forze armate, dovettero realizzare alla fine degli anni 90 per salvare l’unità nazionale dello stato dalla disgregazione nella quale stava finendo all’epoca eltsiniana delle razzie dei beni statali. La stessa oligarchia, costretta per un decennio a camminare sul sentiero indicatogli dal Cremlino, ed oggi profondamente colpita dalla crisi economica globale, dalle sanzioni internazionali successive all’annessione della Crimea, e dalla guerra commerciale di Trump, chiede al Cremlino di capitolare di fronte all’imperialismo. La burocrazia restauratrice putiniana, conscia dell’impossibilità di scontrarsi frontalmente con l’imperialismo, si trova nella difficile posizione di mediare tra gli interessi degli oligarchi e la necessità di difendersi dall’aggressione dell’imperialismo al fine di raggiungere un compromesso che gli eviti un conflitto commerciale e militare dall’esito disastroso. In questo senso vanno dunque lette le recenti aggressioni militari operate a danno della Crimea e della Siria che non sono operazioni militari né a carattere progressivo né antimperialista, ma costituiscono piuttosto una manovra della burocrazia restaurazionista putiniana per salvare le due uniche basi navali all’estero che controlla (Sebastopoli e Tartus) e contrattare con l’imperialismo, con rapporti di forza migliori.

- La Cina, diversamente dall’URSS, ha affrontato un processo di restaurazione capitalista concertato con l’imperialismo che gli ha permesso di “esportare” l’unica materia prima di cui dispone in enorme quantità: la sua immensa forza-lavoro. La tipologia di capitalismo al quale si è ispirata la burocrazia cinese è stata il “dirigismo” asiatico dei vicini Giappone e Corea del Sud, che gli ha permesso di integrare la pianificazione economica e la proprietà statale con il libero mercato e la proprietà privata. Proprio la sua integrazione all’economia mondiale vede oggi la sua crescita strabiliante degli ultimi decenni fermarsi a causa del rallentamento dei consumi nei paesi imperialisti. L’enorme mercato interno che ha generato è incapace di sostituire quello esterno, costituito essenzialmente dai paesi occidentali. La necessità da parte dello stato cinese di controllare i rami più importanti dell’economia e dell’industria, la non convertibilità internazionale della sua moneta, la dipendenza dei propri capitalisti dall’investimento e dal consumo estero e l’impossibilità di costruire un modello economico basato su salari alti sull’esempio del fordismo americano d’inizio Novecento, rappresentano un serio limite allo sviluppo di una borghesia industriale autonoma in concorrenza con le altre e di conseguenza allo sviluppo della Cina come paese imperialista.

- Tutto ciò dimostra che la Cina è un gigante con i piedi d’argilla: il fallimento delle imprese statali – che sono fuori mercato e generano un deficit enorme nelle casse dello stato, un processo di deindustrializzazione come conseguenza dei salari in aumento (conseguenza di enormi lotte operaie e dell’ascesa di sindacati indipendenti) e lo scoppio di una enorme bolla immobiliare scatenerebbero una crisi rivoluzionaria in Cina, in un paese dove il proletariato si è fortemente concentrato in questi ultimi decenni. In questa impasse economica e sociale si erge Xi Jinping come Bonaparte cinese. La possibilità inedita di essere rieletto ininterrottamente come segretario del Partito Comunista Cinese (fino all’ultimo congresso del PCC esisteva un vincolo di due mandati), di controllare i conti delle imprese private da parte della burocrazia del partito e l’arresto generalizzato di capitalisti e burocrati per casi di corruzione, dimostrano che la burocrazia cinese sta adoperando misure straordinarie per evitare una bancarotta dell’economia cinese, che è indebitata per il 282% del PIL.

- La presidenza di Donald Trump rappresenta il tentativo di una parte dell’imperialismo USA di uscire dall’impasse delle presidenze Obama e di scatenare una guerra commerciale contro Unione Europea, Russia e Cina nonché per allineare alla sua politica gli alleati imperialisti (soprattutto l’Europa). La svalutazione del dollaro, annunciata al Forum economico mondiale di Davos (gennaio 2018) e concretizzata nei mesi successivi, ha subito provocato un crollo dei mercati azionari. Il presidente della BCE Mario Draghi denunciò immediatamente che l’applicazione di tale misura rappresentava una minaccia per la “ripresa” dell’Europa. Nel caso di Russia e Cina, l’obiettivo è ottenere l’accesso alle immense materie prime della Russia e un’apertura maggiore dell’economia cinese. Il protezionismo, il nazionalismo economico e le politiche del “prima l’America” di Trump altro non sono che un’offensiva su scala mondiale per cercare di combattere il declino dell’insieme del sistema imperialista. La guerra commerciale ha conosciuto una recente intensificazione con la politica dei dazi sull’acciaio e l’alluminio, una misura che colpisce in particolare la Cina che dovrà aumentare la scala del valore della sua produzione.

- Russia e Cina, lungi dal voler affrontare frontalmente gli USA, sono disposte ad aprire ulteriormente le rispettive economie agli investimenti esteri, grazie a privatizzazioni e liberalizzazioni. Tuttavia, nessuna concessione sul terreno commerciale può risollevare l’economia capitalista mondiale dalla caduta tendenziale del saggio di profitto e dalla saturazione dei mercati. Il tentativo da parte di Russia e Cina di cercare un compromesso su questo terreno non gli permetterà di evitare lo scontro militare con gli USA. Dopo un primo anno di presidenza “populista”, Donald Trump, sotto l’egemonia del Pentagono e pressato dai grandi gruppi finanziari e industriali, si riallinea alle necessità dell’establishment USA, prepara il paese al riarmo e marcia verso la guerra imperialista. L’unico rimedio che il capitalismo conosce alle sue crisi è la guerra imperialista e la distruzione su scala mondiale di forze produttive in eccesso, compresa la forza-lavoro, ossia la vita di decine o centinaia di milioni di uomini e di donne. L’esperienza della distruzione della Jugoslavia mostra l’unico possibile sbocco della bulimia dell’imperialismo USA: la distruzione e la colonizzazione di Russia e Cina.

- Sullo sfondo generale della crisi economica mondiale e delle crisi politiche da essa prodotte, occupa un posto particolare la situazione di Medioriente e Nord Africa. La crisi capitalista mondiale ha generato, in questa regione che ha enormi riserve di petrolio e gas, una crisi dei regimi politici consolidati da decenni di potere dispotico e fedeltà ai paesi imperialisti. Tale processo rivoluzionario in alcuni casi ha visto crollare il vecchio regime (Tunisia), in altri dopo una breve parentesi ha visto ricostituirsi il vecchio regime sotto l’egida dell’esercito (Egitto) in altri ancora ha visto la trasformazione del processo rivoluzionario in guerra civile egemonizzata da milizie fasciste-islamiche al soldo delle potenze imperialiste e dei loro alleati regionali. La guerra in Siria, e quella in Yemen, sono le arene nella quale si scontrano potenze reazionarie grandi e piccole. Il Medioriente vede la presenza di diversi regimi reazionari: il blocco sionista-saudita (braccio destro e sinistro dell’imperialismo USA), centro regionale della reazione, sostenitore dei poteri costituiti e della repressione violenta delle lotte; il Qatar, sostenitore dei Fratelli Musulmani e della strategia di egemonizzazione del processo rivoluzionario (Ennahda in Tunisia, Morsi in Egitto); l’Iran, sostenitore di Assad e di Hezbollah in Libano. Mentre i primi due sono inquadrati nel sistema di potere dell’imperialismo USA, l’Iran, che è tra i paesi industrialmente più avanzati del Medioriente, vede riacutizzarsi il conflitto che lo contrappone da decenni agli Stati Uniti in seguito alla cacciata dello Shah e al soffocamento della rivoluzione iraniana da parte del clero sciita. Il capitalismo dei mullah, la cui economia è tuttora al 60% pianificata dallo stato, non ha trovato alcun giovamento significativo dall’accordo sul nucleare, ed è attanagliato da una crisi economica e politica che ha prodotto, tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, le più grandi mobilitazione operaie dal 1979 ad oggi. Il ritiro degli USA dagli accordi sul nucleare offre mano libera a Israele e all’Arabia Saudita (terrorizzati dalle mobilitazioni operaie e popolari in Iran) per aggredire l’Iran, e trascinarlo in una guerra che ha per obiettivo la colonizzazione e l’accaparramento delle sue risorse. Una guerra di questo tipo, su mandato degli USA che non nascondono più il progetto di cambio di regime, avrebbe, da parte dell’Iran, tutte le caratteristiche di una guerra per l’indipendenza nazionale, guerra che può essere combattuta e vinta solo dalla classe operaia iraniana e dalla sua capacità di coinvolgere la classe operaia dell’intero Medioriente, in una prospettiva di liberazione sociale e nazionale, soprattutto per il popolo curdo e quello palestinese. Quest’ultimo, solo in un contesto di rivoluzione sociale dell’intera regione può trovare un valido sostegno nella sua eroica lotta ormai settantennale contro lo stato di apartheid sionista e per una Palestina unita, laica e socialista, dal Giordano al mare. La prospettiva di una Palestina unita, laica e socialista va ricondotta alla rivendicazione di una Federazione di repubbliche Socialiste del Medioriente e del Nord Africa.

- La politica di Trump nei confronti dell’Iran pone in serio pericolo la strategia di “pacificazione” della penisola coreana e le offerte nei confronti di Kim Jong-Un. Dopo decenni di sviluppo della propria strategia di deterrenza nucleare, il leader della dinastia stalinista nordcoreana è disposto a rinunciare alla deterrenza in cambio di investimenti economici nel Nord, che gli diano la possibilità di riciclare la sua burocrazia in una “unificazione” con il Sud industrializzato sullo stile Cina-Hong Kong (“un paese, due sistemi”), ed in cambio dello smantellamento degli armamenti pesanti Usa in Sud Corea e Giappone. Questa seconda richiesta per gli USA è inaccettabile poiché la trattativa con la Corea del Nord ha lo scopo di rafforzare l’accerchiamento di Cina e Russia e di sottrarre un paese di 25 milioni di persone, con un elevato livello di alfabetizzazione e con una grande quantità di materie prime, alla loro influenza. L’unica possibilità di unificazione della penisola coreana è nelle mani della classe operaia, del Nord e del Sud, e della sua iniziativa politica indipendente.

- L’Unione Europea è in un’impasse totale. Non può avanzare verso una maggiore integrazione politica e istituzionale a causa della crisi economica e della tendenza dei grandi gruppi capitalisti “nazionali” ad usare gli stati-nazione come scudo, e non può tornare indietro a ciò che c’era prima del mercato comune a causa del livello di integrazione delle rispettive economie (tra loro e con gli USA) – se non a costo di una crisi economica e sociale senza precedenti. Il risultato è uno stallo completo, a dispetto di qualsiasi annuncio di rilancio dell’UE a più velocità, e per di più in una situazione di aperta guerra commerciale da parte degli USA di Trump. Nessun nazionalismo o populismo “euroscettico” può offrire un’alternativa reale alla crisi. La Brexit, prodotto di una crisi all’interno delle classi dominanti britanniche e di un dissenso popolare nei confronti delle politiche dell’UE, viene oggi rimessa in discussione nei circoli del potere. L’integrazione dell’economia britannica a quella europea e l’aggressione che il Regno Unito subisce, al pari dell’UE, da parte di Trump, indebolisce qualunque ipotesi isolazionista.

- La totalità della sinistra europea, tanto socialdemocratica quanto stalinista, si è adattata ai regimi democratici sin dal secondo dopoguerra, nel quadro generale della ricostruzione capitalistica europea. La sua ascesa al governo, (con governi monocolore o con la partecipazione a governi con altre forze borghesi) ha offerto al grande capitale la possibilità di perpetuare le peggiori politiche antioperaie in un contesto di pace sociale garantito dal controllo burocratico delle grandi centrali sindacali. La trasformazione dei vecchi partiti operaio-borghesi in partiti borghesi di sinistra, combinata alla crisi economica, ha finito per disintegrare il loro insediamento sociale (“pasokizzazione”) e per favorire l’ascesa di un populismo di sinistra, spesso con toni apertamente nazionalisti, priva di qualunque prospettiva e insediamento sociale. La France Insoumise, Podemos, Bloco de Esquerda e Syriza possono capitalizzare il dissenso nei confronti dei vecchi partiti socialdemocratici e stalinisti ma non il radicamento nella classe operaia che questi avevano conquistato in decenni lotte sociali. pertanto il loro “successo” presenta un’intrinseca debolezza, acuita dal rifiuto di un programma rivoluzionario che abbia come obiettivo il governo dei lavoratori.

- A questa analisi non sfugge la sinistra cosiddetta “anticapitalista” o “rivoluzionaria”, e nel suo seno, il cosiddetto Segretariato Unificato della Quarta internazionale (ed altre correnti pseudo-troskiste). Il suo teorico più importante, Ernest Mandel, teorizzò che il soggetto rivoluzionario non fosse più la classe operaia ma le "nuove avanguardie di massa", ossia i partiti della sinistra centrista e/o maoisti. Il rifiuto di demarcarsi politicamente e organizzativamente dallo stalinismo, e di dare battaglia nel seno della classe operaia per una direzione alternativa, ha dato vita ad un processo di sostituzione della piccola borghesia al proletariato, non solo nelle teorizzazioni ma nella costruzione politica. Tutto questo non ha a che vedere con riflessioni, teorizzazioni o posizioni politiche; è il riflesso politico di un adattamento materiale al “benessere” europeo e alle direzioni tradizionali politiche e sindacali che furono protagoniste di un periodo di miglioramenti degli standard di vita dei lavoratori, combinato al terrore provocato in loro dalla crisi e dal ruolo che in essa deve avere la “sinistra rivoluzionaria”. Chiunque teorizzi la necessità della costruzione di un partito rivoluzionario nel “popolo della sinistra” non fa altro che offrire una variante di sinistra della teoria di Mandel. Questo adattamento ai regimi democratici (col rifiuto della rivoluzione socialista o la sua sterile rivendicazione nell’iperuranio dei riferimenti ideologici) in un’era in cui tali regimi tendono a diventare "bonapartisti" e ad accentrare il potere per marciare a tappe spedite verso la guerra imperialista, lega mani e piedi di tale sinistra ciarlatana impedendole di avere un ruolo politico indipendente. La litania di questa pseudo sinistra è costruita sulle seguenti argomentazioni: la coscienza è arretrata; il capitalismo, nonostante la crisi, tutto sommato "regge”; non siamo in una fase rivoluzionaria; non servono partiti marxisti rivoluzionari costruiti nella classe operaia. Se si rinuncia alla caratterizzazione di questa era come rivoluzionaria e all'idea che la Rivoluzione d’ottobre ha aperto una fase di transizione storica, e di polarizzazione sociale e politica, che può essere portata a termine solo da un Internazionale Operaia Rivoluzionaria con Partiti Operai Rivoluzionari, si rinuncia al cuore del trotskismo.

La stessa ascesa delle destre populiste e nazionaliste, spesso apostrofate come “fasciste” è un fenomeno estremamente instabile, legato alla crisi economica e alla assenza di una sinistra rivoluzionaria. Le forze “nazionaliste” come il Front National francese, AfD in Germania, la Lega in Italia, per quanto siano reazionarie non possono essere definite fasciste per il semplice fatto che il fascismo si sviluppa in un contesto di guerra civile e rivoluzione, con lo scopo di rafforzare il dominio borghese sul proletariato. Ad oggi queste politiche sono facilmente applicabili tramite le democrazie borghesi che marciano a tappe spedite verso la trasformazione in regimi bonapartisti. A ciò si aggiunge che il fascismo, italiano e tedesco, si svilupparono come movimenti di massa, capaci di mobilitare la piccola borghesia per colpire le organizzazioni del movimento operaio, mentre gli attuali movimenti populisti e nazionalisti sono per lo più fenomeni elettorali (perlomeno fino ad oggi. Il fascismo, per adesso, è un fenomeno solo potenziale, che per potersi sviluppare richiede una crisi rivoluzionaria che ad oggi non c’è. La classe operaia e la sinistra di classe, devono però prevedere lo sviluppo di questo fenomeno e lavorare per occupare lo spazio pericolosamente occupato da queste forze.

- La classe operaia europea e la sua gioventù, in modi diversi e con dinamiche diverse, messa spalle al muro dalla crisi economica, inizia a lottare. In Francia col movimento studentesco e gli scioperi contro la privatizzazione delle ferrovie; nelle lotte salariali dei metalmeccanici tedeschi, in Spagna nella dinamica contradditoria dell’indipendentismo catalano e gli scioperi dei portuali, dei lavoratori precari (Amazon, Ryanair, etc.…); in Inghilterra con il sostegno da parte della gioventù alla leadership di James Corbyn nel Partito Laburista; nelle rivolte di massa contro le politiche di privatizzazione e di corruzione in Bosnia e Romania. Un’attenzione speciale la merita l’impressionante sviluppo continentale della lotta delle donne contro l’oppressione capitalista, in particolare in Polonia, Irlanda e Spagna, ma anche in Italia dove 200.000 donne sono scese in piazza per difendere il finanziamento ai centri antiviolenza.

- In Italia si è prodotto un fenomeno contradittorio: da un lato, la partecipazione al Governo Prodi e alle sue politiche antioperaie del Partito della Rifondazione Comunista hanno creato una forte disillusione tra i lavoratori e i giovani d’avanguardia che supportavano questa esperienza storica della sinistra italiana, disillusione che non si è trasformata in una radicalizzazione a sinistra, ma nella passività perché non esisteva in Italia un’alternativa politica a questo partito – in primis perché le forze della cosiddetta sinistra rivoluzionaria portavano avanti un politica codista nei confronti di questo partito. Allo stesso tempo però, questo riflusso politico ha visto l’esplosione di vari movimenti di lotta (in alcuni casi anche di massa) come l’Onda studentesca contro il governo Berlusconi e la riforma Moratti, le lotte dei metalmeccanici contro il piano Marchionne, il movimento di occupazione delle case, le lotte dei facchini della logistica e lo sciopero della scuola più grande della storia italiana.

- La stessa sinistra che è stata in maggior o minor misura responsabile di questo reflusso, lo enfatizza dichiarando l’inesistenza di movimenti di lotta, e così facendo ne rimane completamente ai margini; in alternativa si limita ad una critica letteraria della burocrazia duranti i congressi della Cgil o nel formare accrocchi elettorali senza alcuna prospettiva reale. La classe, morsa dalla crisi, sarà costretta sempre più a lottare. L'arretramento della coscienza investe le direzioni, anche quelle “anticapitaliste” e “rivoluzionarie” più di quanto non investa realmente la stessa classe.

- Invece, la sinistra movimentista e il sindacalismo di base nonostante abbiano partecipato ed organizzato attivamente importanti movimenti di lotta, non rimanendo nel propagandismo disfattista, per colpa dei suoi metodi nella lotta politica hanno portato questi movimenti ad una via senza uscita. Le lotte del movimento studentesco, del movimento del diritto per la casa, il movimento No una di meno sono stati condannati alla sconfitta dal settarismo e dal mancato classismo dei centri sociali che li dirigevano. Il mancato fronte comune con le altre correnti presenti in queste lotte, la mancanza di un coordinamento nazionale (eccezion fatta del Movimento No una di meno) e, l’aspetto più importante, la mancata unità d’azione col movimento operaio sono stati un fattore di logoramento di questi movimenti, che nel loro isolamento sono stati sconfitti e hanno subito un riflusso. Allo stesso tempo il sindacalismo di base non è riuscito a costruire un’alternativa concreta alla burocrazia della CGIL per colpa del loro settarismo. I continui scioperi “generali” divisi tra le varie sigle del sindacalismo di base, il boicottaggio degli scioperi della CGIL e il rifiuto del fronte unico lo hanno condannato alla marginalità.


- La fase che stiamo vivendo esige da parte dei militanti della “sinistra rivoluzionaria” un cambio radicale rispetto al passato. La subordinazione alle correnti opportuniste o burocratiche del movimento operaio, la mancata analisi della crisi capitalista e le sue conseguenze politiche e sociali, non hanno permesso la costruzione di un partito rivoluzionario, e tanto più d'una internazionale operaia e rivoluzionaria. Cioè la costruzione di un partito combattivo e militante. A partire da questo bilancio Prospettiva Operaia propone una strategia per strutturare un’alternativa indipendente dei lavoratori.


- L’Italia è nell’occhio del ciclone. Il suo sistema bancario è fortemente in crisi, con il 20% dei crediti insolventi e l’aggravante che, nel suo insieme, difficilmente potrà essere salvato dallo stato italiano, già fortemente indebitato (132% del PIL) e con le norme della UE che vietano gli aiuti di stato alle banche. Lo Stato ha potuto, nonostante ciò, salvare MPS indirettamente sviando a tali norme (a scapito delle finanze pubbliche, cioè dei proletari), il salvataggio dell’intero sistema è impossibile se non a costo di una rottura con la UE. Inoltre il debito pubblico, e soprattutto il suo costo per interessi, è destinato ad aumentare vertiginosamente. La fine del Quantitative Easing della Banca Centrale Europea, ossia l’acquisto di titoli di Stato ad un tasso di interesse inferiore rispetto ai privati, è un fattore di instabilità del debito pubblico. Fino ad ora la BCE ha investito 345 miliardi in titoli di stato italiani, il 16% del PIL, ciò ha comportato un risparmio di 15 miliardi l’anno sui costi del debito. Nel prossimo periodo l’Italia dovrà vendere 380 miliardi di euro ai privati, ovviamente pagando un interesse più alto di quello pagato alla BCE e di conseguenza finendo per aumentare il rapporto debito/PIL. Finendo per essere declassata dalle agenzie di rating; declassamento in seguito al quale l’Italia dovrà pagare interessi ancora maggiori per nuovi prestiti, creando un circolo vizioso che la porterà al rischio default, che trascinerebbe con sé il resto dell’economia europea.

- Il governo M5S-lega, lontanissimo da qualunque stabilizzazione, è un governo che non ha alcuna possibilità di realizzare il suo “contratto di governo” (che è già ben più modesto delle stesse promesse elettorali) e pertanto non ha alcuna possibilità di evitare una crisi politica. I tratti marcatamente xenofobi che il governo ha acquisito nelle sue prime settimane di vita, soprattutto per mezzo delle iniziative del nuovo Ministro degli Interni Salvini rappresentano la vitale necessità di coprire l’impossibilità di realizzare anche solo una piccola parte delle promesse. In un contesto di aumento del debito e di crisi industriale, il consenso relativo di cui oggi godono questi partiti sarà scosso dalla necessità da parte del governo di applicare le stesse politiche dell’establishment. Riduzione delle spese da parte dello stato con conseguente aumento dell’avanzo primario (ossia della differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche) adoperato per pagare gli interessi sul debito; attacco ai lavoratori statali; privatizzazione di ciò che resta nelle mani dello stato; tagli a scuola, sanità e agli altri servizi dello stato sociale. Nel caso il governo rifiutasse di portare avanti questo programma entrerebbe in aperto scontro con la borghesia – che già adesso è ostile ad alcune sue misure e proposte. A tal proposito il comportamento del governo sulla questione del ponte Morandi è esemplare. Dopo i proclami pentastellati in merito al ritiro della concessione ai Benetton (paventando addirittura la nazionalizzazione), il governo è di fatto in un’impasse che gli impedisce di andare al di là delle “sparate” populiste per intercettare il dissenso popolare nei confronti delle ruberie e delle privatizzazioni. La nazionalizzazione con indennizzo di Autostrade per l’Italia richiederebbe uno sforzo economico che questo governo non si può permettere, a patto di indebitarsi ulteriormente e accelerare la corsa verso il default. Tanto maggiori sono le aspettative nei confronti delle domande sociali intercettate dai sovranisti, e tanto più fragorosa sarà la loro caduta.

- Questo scenario esige un radicale cambio di passo della sinistra di classe. L’instabilità costante di questo governo e la sua fine prematura, collegata e generata dalla crisi economica e dal ritorno della lotta di classe. Bisogna prepararsi, e preparare l’avanguardia di classe, a tale sconvolgimento economico e politico. Per questo è necessario che la sinistra si costruisca una fisionomia autonoma rispetto alle problematiche principali di questa società.

- Di fronte alla crisi economica catastrofica che si prospetta nel prossimo periodo, con la crisi congiunta del sistema bancario e del debito pubblico, una campagna di propaganda politica che rivendichi l’annullamento del debito pubblico verso gli speculatori, grandi banchieri e capitalisti strozzini; e al contempo, la nazionalizzazione delle banche e delle assicurazioni, senza alcun indennizzo eccetto che per i piccoli risparmiatori, sotto il controllo operaio e popolare, può essere un fattore di sviluppo per una sinistra che dimostri di saper analizzare il processo della crisi capitalista mondiale, e così facendo dare un’alternativa politica ai lavoratori.

- La crisi italiana è solo un episodio della crisi capitalista mondiale, che ha sconvolto tutti i vecchi equilibri e messo in discussione la cosiddetta globalizzazione, che si affermava avesse superato le contraddizioni tra stati, e che in realtà le ha esacerbate al punto tale che l’Unione Europea è sull’orlo della disintegrazione e Trump ha imposto al mondo una guerra commerciale e monetaria, che storicamente sono il preludio delle guerre imperialiste. È necessario che la sinistra emerga come alternativa indipendente ai nazionalismi piccolo borghesi (Salvini, Le Pen, etc.…) e alla borghesia liberale, il cosiddetto “establishment”, per fare ciò non si può rivendicare l’Unione Europea delle banche, ma la sua distruzione, alla quale però gli contrapponiamo un'Europa governata dai lavoratori, gli Stati Uniti Socialisti d’Europa. E allo stesso tempo una campagna unitaria contro i venti di guerra sempre più presenti, per la nazionalizzazione delle industrie militari, senza indennizzo, e la loro riconversione, sotto il controllo operaio e popolare, in industrie ad uso civile; l’uscita dell’Italia dalla NATO e la chiusura delle sue basi militari.

- Il principale freno ad una ascesa della lotta di classe è la burocrazia sindacale, per questo è necessaria la costruzione di una tendenza intersindacale che promuova l’unità dei settori combattivi ed antiburocratici, stiano all’interno della CGIL o nei sindacati di base. Una tendenza che promuova una battaglia unitaria contro la burocrazia, e allo stesso tempo, un fronte unico di massa, partecipando ad ogni sciopero o manifestazione promosso dai sindacati, fossero pure burocratici. Rivendicando una piattaforma autonoma del movimento operaio (riduzione orario di lavoro, salario minimo, eliminazione contratti precari, etc.…).

- L’unico modo per costruire un’alternativa politica a questa situazione di riflusso, d’isolamento dell’avanguardia e di crescita dei populisti è costruire un partito indipendente dei lavoratori. Il partito è uno strumento collettivo con il quale intervenire nelle crisi e nelle contraddizioni di una società, e solo può essere il prodotto di una battaglia politica. Quando l’intera sinistra italiana si lamenta delle relazioni di forza sfavorevoli, e in virtù di queste propone accozzaglie elettorali o partiti ampli, nelle quali correnti politiche differenti si uniscono senza dei principi comuni, ottiene come unico risultato quello di approfondire la sconfitta e la crisi della sinistra. Il partito del quale necessitiamo è un partito basato su un programma e una strategia, capace di cambiare le relazioni di forza attraverso il proprio intervento. L’unico partito che può portare avanti la propria strategia, e lottare per il proprio programma è un partito di militanti combattivi. Lo strumento per forgiare questo partito e questi militanti è avere un organo politico che sia il primo propagandista e agitatore.

Prospettiva Operaia è impegnata nella costruzione di un’analisi e di un dibattito, con collettivi ed organizzazioni della sinistra e del movimento operaio e con chiunque sia disponibile al confronto, sulla crisi economica mondiale, sui compiti dei rivoluzionari, e sulle proposte espresse in questo documento.


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