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(11 Ottobre 2018)

La pubblicistica corrente ha inserito l’azione di governo attualmente in corso in Italia all’interno di due categorie: populismo e sovranismo (compreso l’esplicito richiamo all’autarchia.)
Definizione che può essere considerata abbastanza precisa a patto che la si collochi all’interno del suo contesto naturale sul piano storico, culturale, morale: quello del fascismo.
Del resto è fascismo la dichiarazione di ieri di uno dei due Vice Presidenti del Consiglio al riguardo del ruolo della Banca d’Italia: ne è emersa una visione totalitaria in spregio del bilanciamento e dell’articolazione dei poteri che comporta l’esercizio delle politiche pubbliche in democrazia.
Una democrazia beninteso regolata con grande precisione dal testo della Costituzione Repubblicana.
Del resto una reviviscenza del fascismo è presente da tempo nel nostro Paese con l’espressione di tratti subdolamente inquietanti ben più di quelli a suo tempo presenti nel MSI che rappresentava in forma chiara e definita l’eredità della Repubblica Sociale.
Il caso della lapide contenente la dizione “camicie nere” in un quadro di celebrazione dei caduti della seconda guerra mondiale avvenuto in questi giorni a Savona rappresenta sicuramente un elemento emblematico di questo stato di cose in atto.
Sempre rispetto al caso “Savona/camicie nere” è emerso, inoltre, un dato specifico riguardante l’assoluta inadeguatezza dell’Amministrazione Comunale di Centro – destra rappresentata dalla Signora Sindaco che, in una lettera di scuse alla Città per l’accaduto, richiama i valori della Lotta di Liberazione, citando per il tramite l’assegnazione (avvenuta nel 1978: anniversario dimenticato dai più) della medaglia d’oro al valor militare assegnata alla Città, per il ruolo ricoperto dalle sue cittadine e dai suoi cittadini nella Lotta di Liberazione.
Proprio da quella lettera di scuse emerge il deficit culturale al riguardo del tema con un allineamento a quell’idea di revisionismo storico, accettato anche a sinistra, che ha rappresentato la breccia attraverso la quale è passata quella vera e propria reviviscenza del fascismo cui si è già accennato e che si sta concretizzando nella filosofia di fondo dell’azione dell’attuale governo.
E’ bene allora soprattutto al riguardo della coppia “populismo/sovranismo” recuperare per intero l’identità della Resistenza soprattutto sul piano della funzione di identità e coesione nazionale che in quel periodo, di invasione straniera, si espresse proprio attraverso la lotta Partigiana.

E’ il caso, allora, di porsi un primo interrogativo: potrebbe essere possibile recuperare un rapporto tra coesione e identità nazionale, all'interno di un sistema di valori non genericamente condivisi ma nella necessaria distinzione delle diverse realtà sociali, economiche, culturali, di classe, tornando ad analizzare a fondo la nostra storia nel rapporto tra Risorgimento e Resistenza, ricercando proprio in questo rapporto un nuovo punto di saldatura “nazionale”, senza timore di cadere nella retorica o in una sorta di stantio revisionismo?
Abbiamo così assunto un filone di pensiero: quello che va dall'analisi del Risorgimento sviluppata da Antonio Gramsci alle fondamentali riflessioni sulla Resistenza elaborate da Claudio Pavone (non dimenticando il Gobetti del “Risorgimento senza eroi”) e periodizzando il tema dell'Unità e dell'identità d'Italia in tre periodi, quello della costruzione, quello dell'intervallo fascista e quello della redenzione nazionale, avvenuta attraverso la Resistenza.
Ci siamo già domandati in altre occasioni: Resistenza come secondo Risorgimento?
Proviamo, allora, a sviluppare un qualche ragionamento di merito.
Gramsci sviluppò, da questo punto di vista, lo sforzo più complesso nel ripensare la recente storia d'Italia.
Questo sforzo si basava, obiettivamente, sulla maturità raggiunta dal movimento operaio italiano, che poteva infine riproporsi, senza complessi, il problema del suo rapporto con il Risorgimento, sottraendosi alla posizione subalterna che era stato della sua ala destra, come pure al rifiuto polemico che aveva caratterizzato le correnti più vivaci della sua sinistra.
In Gramsci questa maturità si esprime col porre il problema dello Stato in generale, e di quello italiano, delle sue origini e delle sue caratterizzazioni storiche.
In particolare Gramsci volle allargare la sua attenzione dagli sconfitti del Risorgimento a tutto lo Stato e a tutta la sua classe dirigente, nelle cui caratteristiche soltanto, del resto, potevano essere pienamente colti i motivi di quella sconfitta.
Proprio per questo, le fonti immediate di Gramsci, nelle sue considerazioni sulla storia d'Italia, vanno ricercate non tanto nella tradizione socialista italiana e tanto meno negli epigoni del mazzinianesimo, ma nelle elite critiche che si erano formate all'interno della stessa classe dirigente, Salvemini, i liberisti di sinistra, in un rapporto di dare e avere con Gobetti (nota dello stesso Gobetti a pagina 129 della “Rivoluzione Liberale”).
Gramsci innestò alcuni risultati di quella critica nel suo marxismo rivoluzionario: un innesto dal quale derivò quel nuovo quadro dello Stato italiano, su cui s’impegnò a lungo la discussione degli storici e dei politici.
Gramsci riconobbe che “la borghesia italiana era stata lo strumento storico di un progresso generale della società”, ma che ormai tale ruolo era stato perso, proprio per l'incompletezza del processo risorgimentale e che la stessa borghesia stava affossando e disgregando la stessa nazione da lei creata.
La sola risposta possibile per Gramsci poteva avvenire innestando una vera unità (non quella del Regno sorto con “un vizio d'origine che lo rende incapace, nonché di risolvere, di sentire il problema del popolo) da realizzare finalmente con l'alleanza tra gli operai del Nord e i contadini del Sud (L'Ordine Nuovo).
La disgregazione dello stato liberale ci fu, Gramsci fu sotto quest’aspetto profetico, ma su quel disastro s’innestò il fascismo, per una fase che ci siamo permessi di definire come di “sospensione” e poi (con Salò) di frantumazione della coesione e dell’identità nazionale.
Il fascismo, pur nella sua rozzezza culturale, non poté sottrarsi all'obbligo di definirsi in rapporto all'allora più recente storia d'Italia; e se la retorica della romanità gli fece sempre più preferire il gran volo di collegamento diretto con il lontano Impero, tuttavia il fatto stesso di considerarsi il provvidenziale termine “ad quem” dell'intera storia d'Italia, rese necessario al fascismo atteggiarsi, in qualche modo, anche a continuatore e sistematore del Risorgimento.
Il primo a mettersi sulla strada di una reinterpretazione fascista del Risorgimento era stato Mussolini, con materiali culturali di scarsa originalità e grossolanamente manovrati sotto la spinta di scoperte esigenze tattiche.
Ma l'eclettismo che ne derivava corrispondeva, sul piano effettuale, all'assorbimento che il fascismo andava compiendo dei vari gruppi della vecchia classe politica e, sul piano storiografico, all'eclettismo dell'agiografia tradizionale che metteva assieme, indiscriminatamente, i quattro “grandi” Vittorio Emanuele, Cavour, Mazzini e Garibaldi.
In questo modo è indubbio che, durante il fascismo, il Risorgimento abbia agito in molti casi come mito conformista, provinciale, piccolo borghese, elemento positivamente accolto nella formazione del cittadino disciplinato e rispettoso di un’immagine oleografica della Patria.
Il periodo della dittatura fascista va però affrontato, dal punto di vista della ricostruzione storico-politica, in termini di rottura dell'identità nazionale così come questa era stato costruita dal Risorgimento, ponendo anche in questo caso un interrogativo: poteva lo Stato totalitario rivendicare quella continuità?
Il problema della continuità dello Stato non si pone, infatti, nel nostro caso come tenteremo di fare più avanti a proposito del passaggio dal fascismo alla Repubblica, ma deve essere affrontato su un più lungo periodo quale problema di continuità attraverso il fascismo.
E' indubbio che il peso determinante dell'apparato statale centralizzato era presente fin dall'Unità, quale strumento di governo di una ristretta classe dirigente di un paese solcato da profonde fratture sociali e territoriali ed in via di squilibrato sviluppo.
Già in periodo liberale si poteva parlare di identificazione fra Stato e amministrazione, accoppiate dall'assunto “che non v'è libertà individuale prima dello Stato” e sbrigare l'argomento definendo il regime fascista come “semplicemente più incisivo nel dare svolgimento a questa impostazione, sbarazzandosi delle difficoltà che creavano le libertà individuali”.
Del resto, nel corso dell'amministrazione giolittiana, avevamo avuto un ampliamento nei poteri dell'esecutivo, caratteristico di tutti i paesi industrializzati, ed il varo di un progetto “burocratico di governo” da parte del blocco dominante.
Il punto vero, di rottura con l'identità nazionale costruita con il Risorgimento, avvenne però rafforzando nel periodo fascista, da un lato, quella tradizione che prendeva le mosse dal sistema moderato di governo proprio sotto l'aspetto dei riferimenti sociali (quindi escludendo le grandi masse operaie e contadine da qualsiasi possibilità di apporto politico) e rompendo, unilateralmente, a favore di un mostruoso accentramento di potere nelle mani del Capo e del suo governo, il “mostruoso connubio” con il parlamentarismo ed incontrandosi con una tendenza sviluppata anche a livello internazionale, ma in Italia particolarmente radicata ed acuta, di presenza capillare del Governo nei rapporti economici e sociali.
Possiamo quindi sostenere il giudizio di “rottura” nella continuità dello Stato da parte del regime fascista, attraverso queste valutazioni, anche se va riconosciuto il carattere tutto sommato ambiguo dello Stato totalitario che sostituì lo Stato liberale.
E' certo che il tentativo fu di annullare davvero la distinzione tra Stato e società civile (come del resto si sta verificando in questa fase), allo scopo di far sì che lo Stato soverchiasse la società civile per imbrigliare, mediare, reprimere, respingere e sospingere in certe direzioni la dinamica sociale e le lotte delle classi.
Ovviamente quella dinamica e quelle lotte non si composero totalmente e non si placarono lasciando comunque residui nella forma statuale, ma si può ben affermare che le patenti forme di oppressione e l'invadenza statale possano essere catalogate come forma di stato totalitario, fornendo alla fine un dato di vera e propria rottura nella identità della Nazione sorta dal Risorgimento.
Il completamento di quello “strappo”, la sua forma più incisiva si realizzò però con l'8 Settembre: coloro che vissero quel periodo furono colpiti dallo sfasciamento dello Stato e dal senso della sua “sospensione”.
E' difficile, ancor oggi, dare di quel fenomeno di “sospensione dello Stato” una misura quantitativa, ma l'importanza di certi nodi storici sta proprio nel costringere ampie masse di uomini a prenderne atto fino in fondo presentando loro conseguenze immediate (l'invasione del Paese da parte di eserciti stranieri, l'abbandono dei soldati italiani dislocati all'estero, le Città abbandonate alla mercé dei bombardamenti, ecc.).
La nascita della Repubblica sociale rappresentò il completamento di questo “strappo” inaudito perché costrinse i cittadini a far parte di uno Stato che, appunto, chiedeva un diverso vincolo di appartenenza e di fedeltà (pensiamo ai militari che avevano giurato fedeltà al Re, e questo fatto portò molti ufficiali per restare coerenti a quell'impegno a militare nella Resistenza, e che prestarono un altro giuramento aderendo alle forze armate della RSI; così come gli impiegati statali: tanto per fare degli esempi).
Apparve più feconda, rappresentando davvero il metro di misura per riprendere e ripartire, l'esperienza di chi trasse la conclusione che i giuramenti, quando vengono alla ribalta le questioni di fondo, non servono e bisogna trovare altrove il punto di appoggio per la propria condotta.
Fra le tante “lezioni morali” che si sogliono, cadendo a volte anche nella retorica, accreditare alla Resistenza, questa della messa in mora dell'istituto del giuramento possiamo definirla come una delle più importanti, perché rifatta a quel senso di scelta autonoma, imposta dalla durezza della situazione, che è alla base del più valido comportamento resistenziale.
La Resistenza si pose subito il problema del “fascismo come parentesi” e della costruzione di uno Stato nuovo: prevalse però, al di là della scelta istituzionale demandata poi al referendum dopo un periodo di incertezza, l'idea del collegamento ideale con il Risorgimento con un discorso assieme di completamento e di innovazione: con lo “stato totalitario” fuori da un quadro di possibile continuità.
Un discorso di “rottura” che ha riguardato anche il ruolo delle Forze Armate per le quali non si può parlare sul piano storico come di continuità tra l’Esercito monarchico e quello repubblicano.
E' stato da molti, e giustamente, osservato che la Resistenza italiana fu tra le più politicizzate: i motivi di questo fatto sono facilmente intuibili anche a distanza di tanti anni, come è facile comprendere che i più ostili a tale politicizzazione furono i ceti monarchici e conservatori, nonché gli alleati.
Per tutti costoro il nuovo Risorgimento era solo una formula di comodo per incanalare il rischioso ribollire della società italiana nella patriottica guerra al tedesco.
Non è del resto giustificato neppure dall'atteggiamento strumentale tenuto da conservatori e alleati un giudizio di distacco verso il motivo nazionale della Resistenza.
Non si può cioè considerare un mero equivoco il fatto che la Resistenza si avvalse con larghezza di donne e uomini mossi da spinte prevalentemente patriottiche.
Bensì si deve riconoscere che le più mature forze politiche cercarono di trasformare tali spinte, in quella situazione, in una tensione verso un generale rinnovamento della società italiana.
Gli esiti furono contraddittori ma la presenza del fattore nazionale contribuì, fra l'altro, a far riflettere sul posto che ad esso sarebbe spettato nella ricostruzione postbellica e sul valore che poteva ancora avere per l'uomo moderno.
Proprio la presenza del fattore nazionale rappresentò il filo conduttore dei lavori dell’Assemblea Costituente e il punto di collante tra i partiti consentendo così la conclusione dei lavori nonostante che, in mezzo alla strada, fosse capitato una rottura non banale del quadro politico con la fine dei governi di solidarietà resistenziale.
La Costituzione ha rappresentato, dal punto di vista dell'elaborazione di principi e dettati organizzativi dello Stato e della vita dei cittadini, il punto più alto di questo collegamento ideale tra le fasi diverse della nostra storia che qui si è cercato di richiamare.
Non possiamo comunque tacere, in conclusione, delle difficoltà che incontrò la sua applicazione, la mancata applicazione di certe parti, i ritardi, le resistenze di parte del ceto politico e dell'apparato burocratico che dimostrarono come forma sperimentata del potere borghese, non esaurita all'interno dei quadri del partito fascista, l'esistenza di un elemento portante di un dominio di classe in cui apparati amministrativi tradizionalmente autoritari continuavano ad avere parte rilevante.
L'applicazione e la difesa della Costituzione Repubblicana rappresenta quindi ancor oggi la bussola, il riferimento di fondo per l'intreccio tra Risorgimento e Resistenza, ed in questo senso è apparso fondamentale l’esito del referendum del 4 dicembre 2016, quando il PD propose la rottura del nesso che tiene assieme l’identità nazionale, così come si è cercato di descrivere in questa sede.
Questo perché la Resistenza è stato uno dei pochi fatti storici vissuti dagli italiani sconfiggendo l'antica logica che, mentre i popoli europei dimostravano di saper morire per la libertà, gli italiani attendevano passivamente la liberazione elargita dagli stranieri.
La Resistenza come tale tentò di superare, innanzi tutto nelle coscienze, l'opposizione tra società civile e Stato, fra moralità pubblica e moralità privata o se si preferisce, fra etica della convinzione e etica della responsabilità.
I limiti, gli errori di ideazione e di realizzazione del progetto contenuto nella nostra Costituzione repubblicana, dai quali comunque non discendono deterministicamente i mali della Repubblica accumulati – almeno – nel corso degli ultimi trent'anni vanno ulteriormente indagati.
Il senso di quel progetto elaborata dalla Resistenza e tradotto dall’Assemblea Costituente, però, può svolgere ancora una funzione civile, oggi che tutte quelle opposizioni di un ceto politico “Nuovista” tendenzialmente autoritario e antidemocratico si ripresentano con crudezza: applicare e difendere la nostra Carta Fondamentale ecco l'impegno da assolvere nell'immediato e nella prospettiva storica, proprio in questo momento in cui emerge una linea di non riconoscimento della Repubblica nata il 25 aprile e di sostanziale revanscismo fascista.

Franco Astengo

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