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(18 Novembre 2008) Enzo Apicella

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Tra fisco e contratti mancano più di 2.000 Euro nelle buste paga

è il risultato negativo della concertazione e della moderazione salariale

(22 Novembre 2007)

Una ricerca dell’Ires-Cgil mostra come negli ultimi anni siano venuti meno nella busta paga dei lavoratori almeno 2.000 euro, per il ritardo nel rinnovo dei contratti e per l’aumento superiore all’inflazione della pressione fiscale sul salario.
E’ questo un dato inferiore alla realtà, ma in ogni caso enorme:

mentre crescono i profitti delle imprese e aumenta la produttività del lavoro, mentre gli stipendi dei manager e degli alti burocrati si gonfiano,
i nostri salari accumulano perdite che non vengono recuperate


La perdita salariale è infatti frutto di tre effetti negativi:
- l’abolizione della scala mobile, che fa sì che ogni ritardo nella firma dei contratti rappresenti un premio per le imprese e la loro arroganza;
- il vincolo che, nei contratti nazionali, lega il salario all’inflazione programmata o, comunque, a un’inflazione ufficiale, molto inferiore rispetto alla realtà;
- la contrattazione aziendale, diffusa solo in una minoranza delle imprese e legata esclusivamente ai premi di risultato, cioè alla produttività e alla redditività aziendale.

Questi sono i principali effetti negativi dell’accordo del 23 luglio del 1993, che negli anni ha prodotto una progressiva riduzione del peso e del potere d’acquisto dei salari. Il bilancio di 15 anni di politica sindacale moderata e concertativa è quindi negativo per i lavoratori.

Oggi la Confindustria chiede di rivedere quel sistema e una buona parte del movimento sindacale si dichiara disponibile, ma per fare che cosa? La Confindustria afferma esplicitamente che bisogna ancor più ridurre il salario dei contratti nazionali e ancor più legare il salario alla produttività. Nella sostanza vogliono non migliorare, ma peggiorare proprio quelle parti dell’accordo del 23 luglio 1993 che più hanno inciso negativamente sulle buste paga dei lavoratori.

Per migliorare i salari e cominciare a recuperare le perdite accumulate bisogna invece:
- ripristinare una tutela automatica dei salari rispetto all’inflazione;
- rivendicare nei contratti nazionali aumenti salariali superiori all’inflazione;
- estendere la contrattazione aziendale e svincolarla dai legami rigidi con la produttività e la redditività;
ridurre la tassazione sulle buste paga dei lavoratori dipendenti.

Da oltre 15 anni i salari italiani sono in calo e l’economia perde colpi. Per una vera ripresa economica bisogna aumentare i salari, ridistribuire la ricchezza verso il lavoro dipendente, finirla con la politica dei due tempi per cui prima si devono aumentare la produttività e i profitti e poi, forse, possono crescere i salari. Per questo la prima scelta per cambiare è finirla con la politica sindacale moderata e concertativa di questi anni.

Per aumentare i salari ci vogliono
più e non meno contratto nazionale,
più e non meno contrattazione, più e non meno diritti

Rete 28 Aprile nella Cgil per l’indipendenza e la democrazia sindacale
www.rete28aprile.it

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