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La globalizzazione liberista alla Marzotto: bassi salari, orari interminabili, lavoro interinale e lavoro notturno per le donne.

Dagli Atti della II Assemblea Nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori del PRC (Treviso 27-28 gennaio 2001)

(1 Febbraio 2001)

Sono un ex delegato CISL, poi epurato perché avevo idee che non collimavano con quelle che venivano date dalle direttive principali.
Abbiamo fatto, con altri compagni, una fatica immensa ad iscriverci alla CGIL e pensiamo che la lotta vada fatta all'interno della CGIL.

Abbiamo incontrato ostacoli enormi, in un'azienda come la Marzotto in cui i sindacati erano notoriamente, sicuramente non di sinistra.
Però siamo entrati abbiamo fatto una lotta all'interno abbiamo creato una contrapposizione perché noi pensiamo che la Marzotto sia la Fiat del tessile.

Le scelte che fa la Marzotto in campo economico e politico, sono scelte che poi a pioggia vanno a ricadere sulle miriadi di piccole e medie imprese.
Se la Marzotto intraprende un processo di localizzazione, di globalizzazione spinta, è chiaro che poi anche l'idraulico di Valdagno si sentirà autorizzato a fare questo processo.

Noi pensiamo che la lotta vada fatta anche all'interno del sindacato perché anche noi abbiamo dei dirigenti in Marzotto, che definiscono "devianze" certe opinioni politiche; noi le definiamo scelte politiche per cui ci battiamo, per cui c'è un programma all'interno della sinistra della CGIL, che noi condividiamo, e per cui continueremo a lottare, per avere sempre più compagni all'interno che andranno a scardinare quei boiardi che hanno comandato il sindacato fino a adesso.

Penso che dal punto di vista globale l'ultimo decennio vede un bilancio sociale ed economico spaventosamente negativo per i lavoratori.

Uno degli elementi fondamentali che ci permettono di affermare ciò senza alcun dubbio e senza alcun indugio (altrimenti noi che facciamo sindacato saremmo in malafede), è, per primo, il salario.
Il bilancio della Marzotto è in continua espansione eppure noi, che siamo in corso di contrattazione aziendale, non riusciamo a portare a casa "un soldino".
Abbiamo fatto cinque anni di accordo aziendale e si è verificato un episodio scandaloso: una divisione della Marzotto che conta 10.000 dipendenti in tutto il mondo, ha dovuto (per effetto di meccanismi perversi previsti dal famigerato accordo di concertazione del 23 luglio '93) restituire dei soldi all'azienda.

Siamo passati in questi anni, grazie soprattutto a questa politica esasperatamente concertativa, di sconfitta in sconfitta: la giornata lavorativa senza limiti di orario, carichi di lavoro sempre più intensi e non adeguatamente retribuiti, il terzo e il persino il quarto turno (compreso il lavoro festivo, nel comparto tessile).
Ci sono casi come quello dello stabilimento di Praia Mare, in provincia di Cosenza, dove hanno dovuto rinunciare al premio di produzione per poter fare delle assunzioni con contratto d'area che pure concede delle defiscalizzazioni all'azienda!

Alla Marzotto abbiamo, in questo momento, circa il 10 % di lavoro interinale, un vero e proprio caporalato del terzo millennio, che garantisce ai padroni la flessibilità.
Per il problema dell'utilizzo degli impianti, abbiamo fatto una battaglia ferrea; i sindacati hanno firmato un accordo di premio aziendale che aveva soprattutto lo scopo di non permettere alle RSU di gestire gli orari di lavoro all'interno degli stabilimenti.
Abbiamo fatto sciopero contro questa cosa, con i lavoratori in piazza e siamo riusciti, unico stabilimento del gruppo, a non dare l'utilizzo degli impianti.

Il lavoro notturno delle donne, e, per ultimo, le 60.000 lire di aumento lordo in quattro anni dell'ultimo contratto nazionale, ci hanno detto che sono conquiste negli interessi dei lavoratori.
All'epoca abbiamo fatto riunioni e assemblee in cui ci hanno imposto di chiedere più diritti a scapito dei soldi oggi, se dobbiamo fare un bilancio, siamo senza soldi e senza diritti.

Io credo che ci siano delle priorità su cui noi dobbiamo impegnarci per arginare e frenare sensibilmente l'offensiva liberista, e sono essenzialmente tre: il salario e un'equa ridistribuzione della ricchezza, il diritto del lavoro che deve essere ampliato, e, soprattutto, la sicurezza sul posto di lavoro.

Dobbiamo porre dei limiti sostanziali alla delocalizzazione sfrenata ed al concetto di globalizzazione liberista e capitalista.
Se deve essere globalizzazione, deve essere globalizzazione anche dei diritti politici e sindacali prima che economici.
Dopo ulteriore ed approfondita analisi del panorama politico ed economico in cui siamo costretti a muoverci e agire, è necessario ribadire quali sono i punti fermi del progetto politico di una sinistra vera e protagonista in questo paese.

A causa soprattutto dell'immobilismo e della sudditanza, ci auguriamo disinteressata, all'economia e al mercato, una certa parte della sinistra si sta inevitabilmente sempre più spostando a destra.
E' necessaria una forte contrapposizione alla globalizzazione liberista, che ha prodotto solo disastri sociali per la maggioranza della popolazione mondiale, occorre ridurre l'orario di lavoro per legge con l'introduzione delle 35 ore, a parità di salario, e quindi migliorare sostanzialmente la qualità di vita dei lavoratori e dare sviluppo e occupazione al paese.

Lavorare tutti, lavorare meno e vivere meglio, dicono i francesi! Occorre superare l'accordo del 23 luglio '93, è fondamentale come lotta politico sindacale, per recuperare sui punti più importanti: l'incremento dei salari legato all'inflazione programmata (che ha portato 60.000 di aumento in contratto nazionale) e la contrattazione aziendale, superando i vincoli retributivi legati alla strategia del profitto d'impresa (fin che ci sono questi vincoli non ci saranno mai soldi per i lavoratori).

Bisogna combattere con forza l'idea imperante della precarizzazione del posto di lavoro, estendendo e sviluppando il concetto di lavoro a tempo indeterminato, con nuove tutele contro il licenziamento ed assunzione.

Bisogna poi consolidare lo stato sociale, rinnovando la politica sociale, estendendo e incrementando sensibilmente la spesa sociale, parificandola alla media europea, a favore soprattutto delle classi sociali meno abbienti, tenendo conto delle nuove povertà, che ci sono anche qui nel nord-est.

Dove trovare le risorse? Basta aumentare di un punto percentuale la tassazione sui redditi superiori ai 50 milioni annui, porre il tetto massimo alle pensioni di anzianità a 6.000.000 mensili (ci sono in Italia 450.000 persone che prendono più di 10.000.000 di pensione al mese) per liberare subito dai 15 ai 20 mila miliardi da destinare alla spesa sociale.

Per ultima una riflessione di carattere politico: tutti si preoccupano dell'accordo che c'è fra Berlusconi e Bossi, io mi preoccupo dell'accordo che c'è tra Berlusconi e D'Alema.

Frigo, RSU Lanerossi - Vicenza

Fonte

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