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(17 Novembre 2010) Enzo Apicella
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Morti sul lavoro. Per chi suonerà la campana, domani?

(8 Dicembre 2007)

Roberto Scola di 32 anni, Antonio Schiavone 36 anni, Angelo Laurino 43 anni e Bruno Santino di 26 anni sono i nomi degli operai deceduti dopo lo scoppio di un incendio all’interno dell’acciaieria della Thyssenkrupp nei pressi di Torino.
Altri tre di loro versano in condizioni gravissime. Un bilancio drammatico, al quale purtroppo ci hanno abituato ad assistere, come fosse parte della normale routine quotidiana. E non finisce qui.

Un meccanico, è morto schiacciato da un mezzo all’ingresso 4 dello stabilimento Fiat di Cassino e un’altro ancora è rimasto vittima dopo la caduta da un’impalcatura di un fabbricato in opera di ristrutturazione. Non dimentichiamoci di Michele Cozzolino, l’operaio deceduto poche settimane fa, dopo essere stato colpito da un tubo innocenti caduto da 70 metri d’altezza, alla centrale Enel di Torre Valdaliga Nord di Civitavecchia.

Ma, il bilancio di questo dilagante fenomeno è ancora più allarmante e sommerso delle notizie che ci giungono dall’informazione mediatica. Un problema del quale si vuole parlare poco e dove le tante soluzioni propinate non hanno un seguito. Dura la reazione di Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, che parla di fatti riconducibili ad un paese “terzomondista”. Indignazione dalle istituzioni, dai partiti e dalla società civile che osserveranno un solo minuto di silenzio per poi tornare tutti alle loro consuete attività.

I sindacati invece continuano a denunciare l’emergenza proclamando qualche ora di sciopero nei luoghi dove si sono verificate le tragedie. Evidentemente lo studio dell’Eurispes, “ Infortuni sul lavoro: peggio della guerra”, presentato a maggio del 2007, non ha di fatto creato quella coscenza politica per lavorare in tal senso. Si era parlato di maggiori controlli, di nuove assunzioni per gli ispettori del lavoro, di legge ferree e provvedimenti drastici per inosservanza da parte dei responsabili nell’ambito della sicurezza.

Ma soprattutto, di mettere un freno ai turni serrati di lavoro, ai quali sono sottoposti gli operai, nei tanti cantieri sparsi su tutta la penisola, unitamente alla condizione contrattuale di ditte, magari appalate, che puntano alla riduzione dei costi e allo sfruttamento del personale impiegato. Invece questa piaga sociale è rimasta pressocchè invariata. Dal 2003 al 2006 i morti sul lavoro sono stati 5.252, praticamente un incidente ogni 15 lavoratori, 25 infortuni mortali ogni settimana. Tuttavia, anche dopo il continuo susseguirsi dei tragici eventi, la realtà rimane sempre la stessa.

Di lavoro si continua a morire.

Alessandro Ambrosin

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