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L'arresto del pericoloso brigatista latitante, Michele Pegna

comunicato della Rete Noglobal di Napoli

(24 Dicembre 2002)

Nella conferenza stampa del 17 dicembre 2002 l'Ucigos e la Digos, cioè l'antiterrorismo targato Viminale, hanno presentato l'arresto eccellente dell'anno: Michele Pegna, brigatista. Il Ministro Pisanu ha spiegato che 'finalmente non brancoliamo più nel buio', riferendosi esplicitamente alle indagini sui delitti Biagi e D'Antona. Ha poi aggiunto che con l'arresto di Pegna, definito una delle menti dei due delitti eccellenti, si è inferto un colpo duro alle nuove BR.

Dopo la figuraccia fatta con l'operazione che portò all'arresto di Alessandro Geri, definitivamente scagionato da ogni accusa appena lo scorso 9 dicembre (ricordate l'indagine che seguì la scia elettronica lasciata da una scheda telefonica?), gli investigatori romani dell' antiterrorismo dichiarano di essere finalmente sulla pista giusta. In verità l'avevano detto anche due anni fa, quando, per fare un favore al neo-ministro Enzo Bianco, dagli ambienti investigativi romani qualcuno annunciò l'operazione alla stampa, facendo imbestialire i magistrati e lanciando Geri in un autentico incubo. E l'operazione condotta con l'arresto di Pegna sembra l'esatta fotocopia di quella conclusasi miseramente pochi giorni fa.

Da notizie di stampa abbiamo appreso che gli inquirenti bolognesi che stanno lavorando sul delitto Biagi non hanno affatto gradito l'operazione partita da Roma, perché gli avrebbe bruciato un anno di lavoro; apprendiamo, inoltre, dalla conferenza stampa tenuta dal questore e dal capo della digos di Napoli che Pegna non godeva di alcuna particolare rete di protezione, né che le indagini svolte per la sua cattura daranno luogo all' apertura di un fascicolo per connivenza o complicità nella gestione della sua 'presunta latitanza'.

Ma insomma, Michele Pegna è veramente il nuovo capo, o uno dei nuovi capi, delle BR? E il suo arresto è veramente l'operazione più importante condotta l'ultimo anno sul fronte antiterrorismo? Andiamo per gradi e cerchiamo di capire cos'è successo.

Prima domanda: avete mai conosciuto un 'pericoloso brigatista' che gira con in tasca un documento di riconoscimento rilasciato da un carcere speciale, che nella città dove vive non riesce a trovare uno straccio di appoggio che gli consenta, dopo tre giorni che ha alle costole gli uomini dell'antiterrorismo, di trovare un posto sicuro dove nascondersi o di lasciare la città, che telefona al suo avvocato per contrattare le condizioni del suo arresto, o che consente al suo avvocato di dichiarare alla stampa che stava per consegnarsi agli investigatori perché ormai è un combattente in pensione? A rigor di logica, una logica elementare che gli uomini dell'antiterrorismo conoscono, ma che chi oggi fa informazione sui media non esercita più, questi semplici punti di domanda dovrebbero almeno lasciare qualche dubbio sulla bontà della propaganda che ha accompagnato l'arresto di Pegna.

Cominciamo a dire che la cattura del presunto latitante avviene dopo tre anni dalla morte di D'Antona e dopo 1 anno da quella di Biagi, due delitti sui quali, per ammissione dello stesso Ministro dell'Interno, finora si è brancolato nel buio. Diciamo che l'arresto di Pegna avviene nel momento in cui un grappolo di libri bomba (bisogna riconoscere l'originalità del gadget) investe la penisola, facendo salire la temperatura dell'emergenza antiterrorismo. Diciamo che all'archiviazione dell'indagine su Alessandro Geri doveva essere data una risposta immediata. Diciamo, infine, che al protagonismo dell'antiterrorismo dell'arma dei carabinieri (vedi gli arresti dei noglobal a Cosenza), le strutture che fanno capo al Viminale dovevano pur portare a casa qualche risultato, dopo il licenziamento di La Barbera (ex capo dell'Ucigos) in seguito all'irruzione nella scuola Diaz a Genova, durante il G8.

Perché riteniamo che la latitanza di che ne stava seguendo i movimenti da almeno un anno, e che la caccia all'uomo scatenata da Roma gli ha bruciato la pista. Inoltre, per stessa ammissione degli inquirenti, Pegna, durante questi due anni di permanenza tra Napoli e Portici, è stato fermato per ben due volte dai poliziotti, che si sono limitati ad invitarlo ad osservare gli obblighi di firma e soggiorno obbligato. Quindi Pegna non era latitante. Sappiamo, inoltre, che nel capoluogo campano, e nel suo immediato hinterland, sono state fatte 4-5 perquisizioni in abitazioni di persone che erano in contatto con il ricercato, e sappiamo anche che l'arresto è avvenuto seguendo i movimenti e le comunicazioni della sua attuale compagna, che abita a Portici, un comune vicino Napoli. Se, a tal riguardo, il capo della Digos napoletana ha escluso che Pegna potesse godere di una rete di protezione, ciò significa che queste perquisizioni sono state fatte in abitazioni di persone estranee alla storia e ad ambienti 'brigatisti'.

Allora come si è arrivati ad identificare queste persone ed a perquisire le loro abitazioni? Semplice: Michele Pegna non si nascondeva, e quelli che gli sono stati vicini in questi ultimi tempi non nascondevano la sua frequentazione.

Sulla pericolosità di Pegna e sul suo essere 'organico' alle attuali Br si è scritto molto. Non ci risulta che Pegna, al momento dell' arresto, abbia rivendicato questa appartenenza, né che abbia dichiarato di essere 'un prigioniero politico', una regola fondamentale per chi è militante di questa organizzazione. Invece l'avvocato del nostro 'pericoloso latitante' ha dichiarato che si tratta di un ex combattente in pensione, che voleva trattare alcune condizioni minime per consegnarsi ai poliziotti e che non aveva rapporti o affinità politiche con i brigatisti detenuti a Trani. Un pericoloso capo delle Br non si consegna ai poliziotti né si aggira per la piazza più controllata della città dov'è ricercato, quella intorno alla stazione facendosi riprendere dalle telecamere fisse messe lì in bella mostra per dissuadere qualche incallito scippatore.

Pegna mente dei delitti D'Antona e Biagi? La deduzione si fonda su due elementari constatazioni. Pegna era detenuto nel carcere di Trani quando venne assassinato D'Antona, quello stesso carcere dove sono ancora incarcerati alcuni militanti delle Br-Pcc, recentemente raggiunti da un ordine di custodia cautelare per il delitto Biagi, perché ritenuti gli estensori della bozza di rivendicazione. Su questo punto il difensore di Pegna, in un'intervista a La Repubblica, ha dichiarato che quand'era a Trani non si salutava neanche con i brigatisti lì detenuti. Una dichiarazione del genere, per un 'prigioniero politico che non ha mai rinnegato il suo passato ' significa soltanto un'assoluta estraneità a quell'organizzazione.

Pegna, e questa è la seconda constatazione, era rimasto in contatto epistolare con altri detenuti politici anche dopo la sua scarcerazione e, per questo, avrebbe concorso nella elaborazione della rivendicazione del delitto Biagi e forse anche partecipato materialmente all'azione.

Sulla partecipazione all'azione il capo della Digos di Napoli davanti alle telecamere ha escluso che Pegna fosse a Bologna il giorno dell'omicidio del consulente del ministro Maroni, circostanza confermata anche dagli ambienti investigativi bolognesi. Sull'altro punto, cioè l'essere rimasto in contatto con altri detenuti politici, ci sembra assolutamente nell'ordinario che chi ha trascorso 16 anni in prigione, costantemente in comunicazione con compagni che vengono dalla sua stessa storia, possa mantenere questi contatti anche una volta uscito. E che questi contatti siano avvenuti per via epistolare dimostra un'altra cosa: chi è in carcere sa, o comunque sospetta sempre, che la sua posta possa essere controllata. Lo sanno i detenuti comuni, ne hanno la certezza i detenuti per reati politici, consapevoli che quando chi investiga brancola nel buio tutto le antenne su chi sta in galera. E volete che uno che ha trascorso 16 anni in prigioni di massima sicurezza non abbia questo sospetto o timore? Michele Pegna, quindi, non aveva alcuna intenzione di nascondere i 'contatti' con i suoi compagni ancora detenuti.

Ma c'è ancora un altro motivo per escludere il coinvolgimento di Pegna nel delitto Biagi, e sono le stesse ragioni che portano gli inquirenti a sospettare di lui. I militanti delle organizzazioni armate non usano mai i loro familiari o il giro di amicizie 'ufficiali' per preparare o eseguire un 'azione. Invece abbiamo saputo che i tutori di Pegna, unico contatto che per anni ha mantenuto con l'esterno oltre ai familiari, non solo vivono a Bologna, in un luogo poco distante dall'abitazione dell'ex consulente del lavoro, ma hanno anche un bambino che frequenta la casa dei Biagi perché è nella stessa scuola del figlio. E' come farsi trovare con la pistola in mano e la canna ancora fumante. Se le nuove Br sono ritenute particolarmente brave a mimetizzarsi, compartimentarsi e impermeabilizzarsi da reti di contatti 'emerse', questa leggerezza sarebbe veramente imperdonabile per un' organizzazione che da anni tiene gli investigatori in scacco. In realtà è noto a tutti quanto sia Biagi che D'Antona fossero dei bersagli per nulla difficili da colpire, perché persone che non godevano di nessuna particolare protezione (scorta), che conducevano una vita regolare, che uscivano puntualmente di casa ogni giorno alla stessa ora, da soli, insegnavano all'università, cioè in luoghi pubblici, con pubblici calendari delle lezioni e degli esami. Non c'è bisogno di una approfondita 'inchiesta' per conoscere gli spostamenti di uomini del genere, e non c'è bisogno, aggiungiamo, neanche di una particolare perizia per colpire uomini del genere.

Quindi il presunto ruolo che persone vicine a Pegna, inconsapevolmente, avrebbero avuto nell'aiutare il gruppo che ha realizzato l'azione, ci sembra una cuona soltanto per la propaganda.

Quando, tra qualche giorno, questa storia sarà sparita anche dall'ultima pagina di cronaca dei giornali, del caso Pegna probabilmente non sentiremo più parlare per lungo tempo, così come non abbiamo più letto nulla sugli arresti dei militanti di Iniziativa Comunista fatti quasi un anno fa, e dell'estradizione dalla Francia di un altro , Paolo Persichetti, che viveva ufficialmente a Parigi, girava con i suoi documenti in tasca, insegnava all'università di quella città e pubblicava libri. Altro che non brancolare più nel buio: se continuano ancora ad andare avanti a colpi di operazioni mediatiche, pescando negli archivi delle cancellerie dei tribunali, potremmo trovarci tra non molto a commentare l' arresto di Curcio, Franceschini e Moretti.

L'operazione, comunque, è ormai andata in porto. Insieme al berlusconiano poliziotto di quartiere, il Viminale depone sotto l'albero natalizio anche la brillante operazione 'Pegna', un'altra persona che trascorrerà il prossimo Natale dentro una cella.

Il movimento deve difendere questi compagni, queste persone, al pari di quanto ha fatto per quelli che sono finiti in galera per i sogni di gloria della Procura di Cosenza, o per l'operazione 'verità' di quella di Genova. La caccia al è un tassello importante di quelle operazioni di potere che servono a tenere alto il clima d'emergenza in questo paese, continuando a riscrivere all'infinito un pezzo importante della nostra storia per meglio colpire il nemico interno di oggi.

21 dicembre 2002

Rete Noglobal
Napoli

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