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Kosovo: uno stato del popolo o delle multinazionali?

(19 Febbraio 2008)

Comprensibile è l’entusiasmo dei ventenni kosovari che domenica si sono inebriati fra un gran pavese di bandiere rosse con l’aquila accanto al nuovo vessillo che sa di posticcio col blu e le stelline d’Europa. Costoro, nove anni fa ragazzi qual erano, hanno visto la follia della guerra, l’ultimo sussulto del satrapo Milosevic e conoscono la miseria da cui oggi provano a risollevarsi. Come il resto della popolazione a schiacciante maggioranza albanese. Eppure la loro sovranità nazionale ufficialmente dichiarata, vede l’Unione Europea e gli Stati Uniti che molto hanno voluto questo stato, giocare i propri interessi sulla testa dei due milioni e mezzo di kosovari. Come ai tempi della disgregazione dell’ex Confederazione Jugoslava sono le multinazionali, la finanza ufficiale e quella ufficiosa, i denari sedicenti puliti delle banche e quelli palesemente maculati di sangue delle mafie orientali e occidentali a voler usare quei diecimila chilometri quadrati di terra per i traffici futuri.

Non è un segreto che le missioni estere, da quelle militari alle umanitarie, rappresentano un cospicuo business per privati e istituzioni che istallano nelle zone interventi di apparati, burocrazie, terziario di vario genere supportando investimenti per le popolazioni locali che hanno anche un ritorno autoreferenziale. Poi c’è il grande lavoro illegale, i mega traffici di clandestini, droga, prostituzione fra est e ovest che vedono i nuovi stati balcanici nati dai conflitti degli anni Novanta fare da ponte, alcuni più di altri. E comunque le mafie delle diverse etnie cercano e trovano le strade giuste. Sempre in accordo fra loro.Negli ultimi anni il Montenegro ha rappresentato un’eccellente base di smistamento, infatti parecchio si è arricchito, ora potrebbe toccare al misero Kosovo, divenuto Kosova come vuole l’idioma albanese. Quale reciproca occasione fra chi vuole risollevarsi da un’atavica povertà e chi su questa fa leva per interessi economico-politici locali ed esteri?

In quello spicchio di terra ognuno sta giocando la sua partita: i businessmen europei ripercorrono strade note, sperimentate innanzitutto in Croazia, degli apparati dei paesi dell’Unione Europea abbiamo detto come delle mafie etniche, agli Stati Uniti si presenta il meraviglioso alibi di poter giustificare una continuazione di controllo militare nella regione vista l’alzata di scudi della Serbia – già castigata con la guerra del 1999 – e della sua protettrice di sempre: la Russia mossa dalla chiesa ortodossa. Ora che il flirt, più o meno forzato, fra Bush e Putin va terminando con la fine dei rispettivi mandati gli Usa non possono permettersi di ricevere incognite dai successori del piccolo zar. Dietro la voglia di nazione kosovara dunque si celano smisurati interessi che non si occupano certo in prima battuta di offrire a quel popolo dignità nazionale.

La recita del sostegno europeo – non totale perché Spagna, Grecia, Romania si sono già criticamente sfilate dall’unanimismo – e statunitense a questo processo potrebbe subire una frenata se entrambe le potenze protettrici si dovessero pronunciare sui riconoscimenti nazionali palesemente negati ad altri popoli dell’area orientale del vecchio continente. A cominciare dal Kurdistan che conta 40 milioni di persone. Ma i curdi possono continuare a subire massacri obiettivo perenne della Turchia, paese in odore d’ingresso comunitario. I due pesi e le due misure non sono nuovi nella politica internazionale ma esprimono tutta l’anomalia dell’attuale scelta pro Kosovara e le dichiarazioni sul diritto di quel popolo – diritto senz’altro giusto ma al pari di centinaia di altri – paiono come maschere. C’è da augurarsi non come quelle ‘per un massacro’ mirabilmente descritte dall’illuminante saggio di Rumiz sull’ex Jugoslavia di anni or sono.

martedì 19 febbraio 2008

Enrico Campofreda

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