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Vatican Bank scandalo

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(27 Maggio 2012) Enzo Apicella

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Un’altra via per contrastare l’offensiva clericale.

(28 Febbraio 2008)

In questi anni si sta svolgendo la più dura offensiva clericale mai avutasi nella storia dell'Italia repubblicana. Non passa giorno senza che le autorità ecclesiastiche non sferrino un attacco contro le libertà individuali, i diritti civili, l'autodeterminazione delle donne. Ne è un esempio la campagna contro la legge 194 sulla interruzione di gravidanza, che la Chiesa italiana non si sarebbe sognata di portare avanti con tanta aggressività sino a pochi anni fa.

Ma perché oggi si verifica questa offensiva? Il fatto è che Ratzinger punta decisamente a rievangelizzare le secolarizzate società europee e l'Italia, in questo disegno, è un importante avamposto. Ciò, in virtù del peso che sempre vi ha esercitato il Vaticano e di una congiuntura politica particolare. In un momento in cui, nel paese, non c'è uno schieramento politico che prevalga nettamente sull'altro, il voto dei cattolici organizzati, per quanto essi siano una minoranza, acquista un peso decisivo. E' in questo contesto che si colloca la tendenza ad orientare l'attività del legislatore, soprattutto sui temi cosiddetti di "urgenza etica" ed in difesa della famiglia tradizionale, contro qualsiasi riconoscimento alle coppie di fatto.

Ora, questo punto è da valutare con attenzione. Gli organizzatori della manifestazione NO VAT dello scorso 9 febbraio hanno giustamente posto l'accento sul fatto che la difesa della famiglia tradizionale non rimanda solo ad un dato ideologico, ma ha una base materiale molto precisa. Nel momento in cui vengono smantellate le conquiste dei lavoratori e si elimina ogni garanzia sociale, la famiglia accentua il suo ruolo di ammortizzatore. Non dimentichiamo che la precarizzazione crescente delle nostre vite è avallata senza indugio delle gerarchie cattoliche, basta sfogliare le pagine del quotidiano dei vescovi Avvenire per rendersene conto. Sul giornale cattolico, l'atteggiamento anti-liberale sui diritti civili si coniuga con un violento liberismo economico. In molti articoli, infatti, viene esaltata la reaganomics, la politica di attacco al Welfare State portata avanti, negli USA degli anni '80, da Ronald Reagan. Il presidente-cowboy è celebrato quasi con la stessa enfasi riservata al suo amico Karol Wojtila.

Per i commentatori economici del quotidiano della CEI non solo la legge Biagi non va toccata, ma il mercato del lavoro italiano è ancora troppo rigido e va ulteriormente riformato, mentre i governi di diverso colore (con meno asprezza se di centrodestra), vengono criticati perché non hanno liberalizzato e privatizzato abbastanza. A compensare tanto liberismo, a costituire un rifugio in una società ridotta a giungla, rimane la famiglia, che accoglie i figli ultraprecari sino ai 40 anni. Ed al cui servizio sempre debbono stare le donne che, nel mondo del lavoro, possono aspirare solo ad un onorevole part time.

Se poi qualche incapace cade nella miseria nera, essendo anche lui creatura di Dio, sarà affidato alle amorevoli cure della Caritas. Se fa il bravo, le porte delle mense gli saranno sempre aperte.

Un altro punto che veniva sottolineato nella piattaforma della manifestazione del 9 febbraio è quello relativo al revisionismo storico promosso dalle gerarchie ecclesiastiche. In particolar modo, la riscrittura del '900 da parte cattolica è incentrata sul ruolo sempre positivo della Chiesa e sulle persecuzioni da essa subite, nonché - in linea con tutti gli altri revisionismi - sulla demonizzazione dei rossi.

In questa ottica si colloca la recente beatificazione di 498 "martiri della guerra civile spagnola”, molti dei quali collusi col franchismo. Con questo provvedimento si vuole ribadire che il '900 per la chiesa è stato "il secolo del martirio", sottacendo il ruolo che essa ha giocato nelle tragiche vicende che portarono all'avvento di Francisco Franco. Non solo: sottolineando esclusivamente le violenze commesse dai repubblicani, si riabilita implicitamente il regime di Franco che, per le gerarchie ecclesiastiche, ebbe il merito di non farsi coinvolgere nella seconda guerra mondiale e di essere un baluardo dei valori cristiani, un difensore dell'Occidente. Si torna dunque a considerare in modo benevolo un regime che, negli anni '50, veniva indicato come modello su riviste come La Civiltà Cattolica e dal quale solo nel decennio successivo, nel clima creatosi con il Concilio Vaticano II, vi fu una presa di distanza.

Ma non è finita qui. Anche la chiesa italiana, nei suoi organi di stampa, si fa paladina della diffamazione della resistenza rossa. Si pensi agli articoli sul tema scritti, nel 2007, da Paolo Simoncelli su Avvenire. Anch’egli si è soffermato sulla azione di guerra di Via Rasella, mettendone in dubbio la legittimità e addossando di fatto ai partigiani le responsabilità per la successiva rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Ciò, in un articolo dal titolo evocativo: Ma a via Rasella la Resistenza divenne rossa (Avvenire, 10 agosto 2007). Se tale scritto viene collocato nella intera serie di articoli sulla questione, ne esce fuori che l’obiettivo del noto storico era quello di affermare che da Via Rasella partì una scia di sangue che si protrasse sino al dopoguerra, provocando - nella “vendette” successive al conflitto - addirittura più vittime di quante non ne registri Pansa. Va detto che se già il giornalista dell’Espresso ha il torto di prendere a riferimento acriticamente le cifre fornite dal fascista Pisanò, Simoncelli, nel suo voler andare oltre, non fornisce nessuna documentazione attendibile.

Ma forse l’aspetto più indecente del revisionismo clericale è la patente di combattente per la libertà e contro i totalitarismi attribuita alla chiesa di Papa Ratti (Pio XI), negli anni ’30. Si esaltano le prese di posizione di questo pontefice contro la Germania nazista e l’Unione Sovietica, ma si dimentica che, con la prima, in principio vi fu la ricerca di un accordo (si pensi al Concordato del 1933). Per non dire della mistificazione assai grave che riguarda il contesto italiano, laddove si muta radicalmente il senso della tensione tra il papa ed il regime due anni dopo il Concordato. Il fascismo era allora nella sua fase di massima penetrazione in ogni ambito della vita civile e sociale, non voleva concorrenti e riteneva che lo Statuto dell’Azione Cattolica le ritagliasse un ruolo eccessivo nella educazione dei giovani. Il fatto che il Papa abbia affermato che il regime non poteva avere il monopolio della gioventù, poco c’entra con una autentica battaglia per la libertà. Se di questo si fosse trattato, non ci sarebbero stati prima né i Patti Lateranensi, né la celebrazione di Mussolini, “l’uomo che la provvidenza ci ha fatto incontrare”. Alla Chiesa invece interessava solo di mantenere i propri spazi: la libertà di espressione degli altri proprio non la contemplava. Anzi, era ben felice che fosse totalmente negata: in questo modo l’entrata del paese nella modernità, allora in atto, avrebbe avuto minori effetti sul piano dei costumi e dei modi di vita.

Dunque, la manifestazione No Vat del 9 febbraio è giunta al momento giusto, nel quadro di una offensiva clericale che si può definire complessiva. Tuttavia, alcuni punti della piattaforma di questa manifestazione sono, a nostro avviso, problematici. Si pensi alla questione della scuola: è ovvio che bisogna battersi contro l’ora di religione, ma è giusto appellarsi tout court alla scuola laica? Ora, questo è un nodo delicato: negli ultimi anni la rivendicazione del carattere laico della istruzione ha fatto parte anche delle piattaforme del sindacalismo di base ed autorganizzato. Ma una scuola priva di riferimenti religiosi non è di per sé meno autoritaria, perché il suo fine rimane sempre il disciplinamento dei giovani da immettere, irreggimentati, nella società.

Non va dimenticato che, in Italia, il principale prototipo della scuola laica è stato, all’indomani del Risorgimento, quello definito da Edmondo De Amicis nel libro Cuore. Qui, alla religione cattolica si sostituiva la religione civile della patria, nella celebrazione del culto dei Mazzini, Cavour e Garibaldi. L’obbedienza verso i docenti doveva essere assoluta, l’educatore non doveva essere educato ed era considerato spregevole chi non si commuoveva al ricordo dei funerali di Vittorio Emanuele II. Oggi, una scuola pienamente laica potrebbe non essere distante da questo modello, portando l’acqua al mulino della più becera retorica patriottarda. Magari, al posto di racconti come Il tamburino sardo e La piccola vedetta lombarda, gli allievi delle nostre scuole sarebbero costretti ad ascoltare brani edificanti sulle nobili gesta dei soldati italiani in Afghanistan e ad imparare a memoria i discorsi dei Presidenti della Repubblica. E allora, forse è il caso che nelle prossime manifestazioni, chiunque le organizzi, il punto in questione sia formulato solo in termini negativi (“contro l’ora di religione, contro l’ingerenza della Chiesa nella scuola”), così da non dare l’idea di disperdere un patrimonio di contestazione dell’autoritarismo nelle scuole che ci viene dal 1968.

Più in generale, il nodo qui sviscerato, può rimandare ad un altro problema. E’ forse giunto il momento di far emergere una posizione differente rispetto a quella laicista. Vi è chi, come Piergiorgio Odifreddi sulle colonne di Repubblica, critica l’attuale offensiva clericale per difendere le prerogative dello Stato. A nostro avviso, andrebbe invece affermato un punto di vista a un tempo libertario e classista, capace di svelare la matrice materiale di certe posizioni clericali ed il loro legame con l’offensiva padronale in atto, così come di opporsi ad ogni negazione delle nostre libertà, che provenga dalla Chiesa o dallo Stato.

Corrispondenze Metropolitane – collettivo di controinformazione e d’inchiesta

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