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Euskadi non è il Kosovo...

La sinistra basca di nuovo esclusa dalla legalità e dalle elezioni spagnole del 9 marzo

(7 Marzo 2008)

Il 9 marzo la Spagna vota. A quattro anni dalle elezioni che portarono inaspettatamente al governo un partito socialista guidato dall’allora outsider Zapatero, la sfida è ancora tra il PSOE e il PP. I due partiti nei sondaggi più o meno si equivalgono e quindi la sfida si profila all’ultimo voto. E per sapere chi alla fine la spunterà occorrerà aspettare la notte del 9 marzo. Che vincano i popolari o i socialisti, però, un risultato è già certo: la sinistra indipendentista basca, di nuovo, non potrà partecipare alle elezioni. Proprio nell’ultimo giorno utile prima dell’inizio del periodo della presentazione delle liste, infatti, il supergiudice dell’Audiencia Nacional di Madrid Baltazar Garzòn ha decretato, tramite una apposita sentenza, che né il Partito Comunista delle Terre Basche (EHAK) né Azione Nazionalista Basca (ANV) potranno presentarsi alle prossime legislative, ordinandone la sospensione per tre anni. Una sospensione che suona come l’anticamera della messa fuori legge completa e definitiva, come già accaduto 5 anni fa per Batasuna. E se anche l’illegalizzazione non dovesse arrivare - il Tribunale Supremo è diventato più cauto da quando la Corte Europea di Giustizia di Strasburgo ha accettato di discutere il ricorso presentato dai legali di Batasuna contro il suo scioglimento coatto - comunque l’ordine di sospensione ha già portato alla chiusura delle sedi dei due partiti, al sequestro dei loro conti bancari, al divieto assoluto di ogni attività pubblica e politica, sia a livello nazionale che internazionale. Fuori dalle elezioni, ma anche fuori dalla legalità. “Quando abbiamo iniziato il nostro giro di incontri nei paesi scandinavi ci presentavamo pubblicamente come eletti nelle liste di Anv – racconta Jon Bollar, sindaco di Aulesti, un piccolo centro basco – ma poi è arrivata la sentenza di Garzon e ora, pur avendo deciso di continuare il tour, in Belgio, Danimarca, Germania e Italia abbiamo dovuto identificarci semplicemente come ‘sindaci indipendentisti’”. Ricevuti senza problemi da ministri, assessori e sindaci in numerosissime località europee durante un giro di incontri durato quasi un mese, Jon e i sue due accompagnatori non sanno che destino li attende una volta rientrati all’interno dei confini spagnoli, dove le autorità li considerano pericolosi terroristi. Ci scherza su la sindaca di Hernani, la giornalista prestata alla politica (come si definisce lei) Marian Beitialarrangoitia; ci ride sopra quando scambia alcune battute con l’europarlamentare del PdCI Marco Rizzo o con il segretario romano del Partito Fabio Nobile, o con il responsabile esteri del PRC Fabio Amato. Ma il ricordo va ai rappresentanti della sinistra basca che poche settimane prima incontrarono deputati e senatori italiani di tutti di numerosi gruppi e che ora sono in cella a Madrid. “Ogni qual volta la sinistra indipendentista presenta un progetto di mediazione e di trattativa mirante a risolvere in maniera dialogata e democratica il conflitto basco lo Stato risponde con l’eliminazione fisica delle organizzazioni promotrici dell’iniziativa”. Dopo la rottura definitiva del processo negoziale tra Stato Spagnolo ed ETA nel maggio del 2007, il ministro degli Interni socialista Alfredo Pérez Rubalcaba era stato chiaro: “Pagherete con centinaia di arresti”, aveva affermato. Da maggio 2007 a febbraio 2008 gli arresti tra i militanti e gli attivisti della sinistra basca sono stati ben 210. Tra di essi praticamente tutti i coordinatori nazionali di Batasuna, arrestati nel corso di diverse retate per aver violato la legge che gli impedisce di svolgere ogni sorta di attività politica. Ma anche giornalisti, sindacalisti, intellettuali, imprenditori, condannati a pene pesantissime nel dicembre scorso nel corso di un maxiprocesso denominato 18/98. E ultimamente è toccato anche ad alcuni attivisti di EHAK e di ANV, “colpevoli” di portare avanti una linea politica di sinistra e indipendentista che di per sé costituisce un delitto, un crimine, come scrive direttamente nella sentenza dettata a metà febbraio il giudice Garzòn. Per lo scioglimento e per la persecuzione di Batasuna la giustificazione giuridica insiste sul fatto che il partito sarebbe ‘il braccio politico dell’ETA’ e che non condanna le azioni dell’organizzazione clandestina. Ma quella che già di per sé rappresentava una forzatura dello stesso meccanismo emergenzialista adottato a livello mondiale dopo il settembre del 2001 sembra non bastare più. Nonostante la criminalizzazione della sinistra basca EHAK ottenne il 10% alle elezioni regionali basche del 2005, e ANV addirittura il 15% nel maggio del 2007. E quindi la strategia di Madrid comporta ora un nuovo e più incisivo giro di vite: mira a spazzar via dal panorama politico legale, oltre che dalla stessa società, ogni formazione politica che in qualche modo si richiama alla sinistra indipendentista.

“L’assurdità è che ci continuano a ripetere che dobbiamo cessare di usare la violenza e che dobbiamo fare politica. Ma lo Statuto del nostro partito condanna l’uso della violenza in ogni ambito. Il teorema è che l’ETA si inventa di volta in volta sigle e partiti per avere un'interfaccia legale, istituzionale. Ma il nostro partito esiste dal 1930! A metterci fuorilegge è stato prima Franco, e ora Zapatero…” spiega sconsolata Marian. “Abbiamo partecipato al governo del Fronte Popolare negli anni ’30, i nostri battaglioni hanno combattuto Franco nelle trincee, i nostri leader sono stati obbligati all’esilio o al carcere” racconta Jon ai suoi interlocutori. Che prendono appunti e si meravigliano che in un paese dell’Unione Europea, nel 2008, si possano violare così apertamente le libertà democratiche e politiche, oltre che individuali, senza che nessuno si alzi a denunciarlo. “Ven y cuentalo!”. Vieni a vedere e raccontalo, recitava il materiale turistico stampato dal governo autonomo basco negli anni scorsi. Faranno così alcuni esponenti politici ed istituzionali, oltre ad alcuni giornalisti, provenienti da alcuni paesi dell’Unione Europea, che dal 6 al 10 marzo saranno nei Paesi Baschi per vedere come funziona effettivamente l’apartheid politico imposto dai governi spagnoli alla popolazione negli ultimi anni. Ospiti di ANV che, non potendo presentare la propria lista alle elezioni, sta facendo campagna per una ‘astensione attiva’. L’obiettivo è portare l’astensione nelle province basche al 40-45% per dare un segnale inequivocabile non solo a Madrid ma anche all’opinione pubblica europea. E porre una domanda: “perché il Kosovo si e noi no?”

(Articolo pubblicato sul settimanale La rinascita della Sinistra di mercoledì 5 marzo)

Marco Santopadre

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