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(20 Settembre 2010) Enzo Apicella
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L’indipendenza del Kosovo è la miccia pronta per fare esplodere il barile di polvere

(24 Febbraio 2008)

Gli Stati Uniti hanno messo a punto un processo di proclamazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, che si è compiuto oggi 17 febbraio, seguito dal riconoscimento di un centinaio di Stati. Così facendo, non solo ammettono che nel 1999 l’operazione della NATO si poteva configurare come una guerra di conquista, ma stanno aprendo la porta a tutte le rivendicazioni separatiste nel mondo. E comunque si tratta solo dell’inizio, dato che per parte loro si tratta di provocare un’onda d’urto opportuna alla disgregazione della Federazione Russa.

Un gioco pericoloso, denuncia Jürgen Elsässer, con l’obiettivo di destabilizzare tutta l’Europa!

Di recente, il deputato al Bundestag Willy Wimmer (CDU) scriveva: « Quando nel 1918 il mondo di allora era ridotto in cenere e si stavano predisponendo con molta perfidia le fondamenta del futuro grande conflitto, non si è voluto perdere molto tempo ad indagare sulle cause della guerra. Si è dichiarato che le cause dovevano essere ricercate nei colpi di pistola di Sarajevo, che erano costati la vita alla coppia di eredi al trono d’Austria. Tutti si ricordavano dell’avvenimento e non si sentiva alcun bisogno di porsi delle domande sugli elementi annessi e connessi, molto più determinanti dell’attentato di Sarajevo. Fino a questo momento, non si sono avute variazioni nella direzione di tiro durante i negoziati sull’avvenire del Kosovo, ma alcune firme sotto certi documenti potrebbero avere il medesimo effetto di quei colpi di revolver. Le micce sono là e vanno dall’Irlanda del Nord al Tibet e a Taiwan, passando per i Paesi Baschi, Gibilterra e il Caucaso.»

L’attuale situazione nei Balcani richiama alla mente in modo inquietante quella che ha condotto alla Prima Guerra Mondiale. La Germania e le altre grandi potenze, dopo anni di grandi agitazioni e disordini, avevano trovato nel 1878, alla Conferenza di Berlino, un compromesso per un nuovo ordine nell’Europa del Sud-Est : la provincia ottomana di Bosnia doveva restare turca de jure ma essere amministrata de facto dall’Austria. Nel 1908, Vienna stracciava il trattato e annetteva la provincia anche de jure. Dopo di che, nel 1914, l’arciduca Francesco Ferdinando veniva ammazzato a Sarajevo.

Dopo un centinaio di anni, le potenze della NATO hanno tentato un compromesso del tutto consimile : dopo la loro guerra di aggressione contro la Jugoslavia nel 1999, hanno imposto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Risoluzione 1244, che manteneva de jure il Kosovo come territorio della Serbia, ma de facto lo collocava sotto l’amministrazione delle Nazioni Unite. Più tardi, le potenze Occidentali si sono dimostrate favorevoli ad una secessione completa della Provincia e alla sua consegna, sotto il controllo dell’Unione Europea, alla maggioranza Albanese : in questo contesto si configura il progetto del negoziatore dell’ONU Martti Ahtisaari. Dal punto di vista del diritto internazionale, tutto questo sarebbe stato possibile se Belgrado avesse manifestato il suo accordo o se, per lo meno, il Consiglio di Sicurezza avesse approvato questa soluzione. In assenza di queste condizioni, il Kosovo non può dichiarare la sua indipendenza, se non unilateralmente, attraverso un atto arbitrario privo di legalità. Ed è questo che succederà nelle prossime settimane.

Come un secolo fa, gli interessi degli Stati dell’Europa Centrale, della Russia e del mondo musulmano vanno a cozzare sempre nella regione dei Balcani. Qualsiasi cambiamento violento nel fragile equilibrio di quest’area può avere conseguenze che vanno a riflettersi su tutto il continente Europeo.

Si è sfiorato un conflitto mondiale

Nei giorni successivi al 10 giugno 1999, abbiamo potuto scorgere come l’Europa del Sud-Est poteva essere all’origine di un pesante conflitto internazionale. Dopo 78 giorni di bombardamenti della NATO, l’esercito Jugoslavo si predisponeva per il ritiro dal Kosovo; a questo riguardo veniva firmato un accordo militare fra Belgrado e l’Alleanza Atlantica e veniva adottata la Risoluzione 1244. Nel frattempo, mentre le truppe del Presidente Milosevic si ritiravano, unità Russe di stanza in Bosnia si dirigevano verso Pristina in modo del tutto inatteso. Sui loro mezzi corazzati, i soldati avevano trasformato la scritta SFOR — che indicava la loro appartenenza alle truppe di stabilizzazione dello Stato Bosniaco sotto mandato ONU — in KFOR, sigla delle forze di occupazione del Kosovo, che era ancora in una fase di decisione. Il Presidente Russo Boris Eltsin aveva concesso il suo parere favorevole a che una KFOR fosse costituita sotto l’alto comando della NATO, ma i suoi generali esigevano che alla Russia venisse assegnata per lo meno una testa di ponte strategica.

Il Ministro Tedesco degli Affari esteri, all’epoca Joschka Fischer, ricorda nelle sue memorie come la situazione risultasse drammatica : « Quei paracadutisti Russi non potevano effettivamente contrapporsi alla NATO al momento dell’ingresso in Kosovo, visto il loro numero troppo esiguo e il loro armamento decisamente leggero. L’occupazione dell’aeroporto da parte dei Russi non poteva significare che una sola cosa: loro stavano aspettando rinforzi aerei. Questo poteva immediatamente portare ad una pericolosa contrapposizione direttamente con gli Stati Uniti e la NATO. [...] La situazione diveniva ancora più preoccupante quando fu confermata la notizia secondo cui il governo Russo aveva chiesto ai governi dell’Ungheria, Romania e Bulgaria l’autorizzazione a sorvolare il loro spazio aereo con aerei da trasporto truppe Antonov. I Russi avevano l’intenzione di trasportare 10.000 soldati, parte per via aerea in Kosovo e parte verso la Bosnia per avviarli in un secondo verso il Kosovo per via di terra. L’Ucraina aveva già accordato il permesso, ma gli altri paesi mantennero il loro veto in maniera irremovibile. Ma cosa sarebbe accaduto se gli aerei Russi non avessero sottostato a questo divieto ? Gli Stati Uniti e la NATO avrebbero impedito il loro atterraggio o si sarebbero opposti allo sbarco del loro carico, se atterrati, o si sarebbero spinti fino al loro abbattimento in volo? Si stava tratteggiando l’eventualità di una tragedia dalle conseguenze imprevedibili!». Parallelamente alla guerra dei nervi a proposito degli aerei Russi, la crisi si inveleniva all’aeroporto di Pristina. Le truppe del contingente Britannico della KFOR erano arrivate in tutta fretta e avevano puntato i loro cannoni sugli occupanti …ribelli dell’aeroporto, i paracadutisti Russi. Il Comandante in Capo della NATO, Wesley Clark, ordinava di passare all’attacco, ma Michael Jackson, Comandante in Capo Britannico della KFOR, conservava ancora la sua mente lucida e si rifiutava di lanciare l’assalto. Chiamava al telefono Wesley Clark e gli urlava : « Io non posso rischiare per voi di scatenare la Terza Guerra Mondiale!»

Non si conosce come l’Occidente abbia convinto il Presidente Russo a bloccare gli Antonov. In tutti i casi, il combattimento all’aeroporto di Pristina era stato impedito solo dal fatto che Jackson non aveva voluto muoversi. Clark ha accettato questo atto di disobbedienza. A dire il vero, avrebbe dovuto fare arrestare Jackson dalla polizia militare. Un generale Tedesco, in seguito, ha mosso critiche a questo comportamento. «L’arretramento dei Britannici e degli Americani è stata una cattiva risposta ad una situazione che non avrebbe mai portato ad un conflitto serio fra la NATO e la Russia», ha scritto Klaus Naumann, all’epoca Presidente della Commissione Militare della NATO, e di conseguenza l’ufficiale di grado più elevato dell’Alleanza.

Missili su Bondsteel

Nelle prossime settimane, esiste l’eventualità che possa riprodursi una situazione altrettanto pericolosa? Già nel 2006, la Fondazione Scienza e Politica (Stiftung Wissenschaft und Politik, SWP), uno dei più importanti centri studi della Germania, manifestava le sue preoccupazioni relative ad una soluzione della questione del Kosovo, se venisse imposta dall’esterno: « Queste missioni richiederanno un impegno diplomatico costante e dovranno giovarsi delle risorse politiche, militari e finanziarie dell’Unione Europea.» Per « risorse militari », gli autori facevano riferimento alla KFOR, che comprende attualmente 17.000 soldati, di cui circa 2.500 della Germania.

Un intervento potrebbe interessare non solo il Kosovo, ma parimenti la Serbia stessa. La Fondazione prevedeva una situazione « che richiamava alla mente la crisi del 1999 », vale a dire i bombardamenti. Eventuali disordini potrebbero estendersi dal Kosovo alle Province Serbe della Vojvodina e del Sangiaccato, così come alla vallata di Presevo. Questa la chiave di lettura di questa eventualità: « Manifestazioni di massa con scontri che vedano coinvolte forze moderate contro forze radicali o con la polizia potrebbero divenire la causa della dissoluzione delle strutture statuali della Serbia ». Se queste strutture dovessero collassare, l’Unione Europea, coerente con la sua concezione politica, potrebbe assumere il ruolo di chi assicura stabilità ed apportare una « assistenza fraterna ». I « battle groups », i gruppi da combattimento, hanno questo unico scopo!

Esaminiamo gli avvenimenti prevedibili alla primavera 2008. Tanto la NATO che gli Albanesi del Kosovo hanno escluso categoricamente nuovi negoziati, come richiesto da Belgrado e Mosca. Il 24 gennaio, Hashim Thaci, ex comandante dell’organizzazione terroristica UCK e all’oggi Primo Ministro della Provincia del Kosovo, ha annunciato che la dichiarazione formale di indipendenza avrebbe avuto luogo « entro quattro o cinque settimane, a partire da oggi ». Il giorno dopo, si poteva leggere nell’International Herald Tribune — che faceva riferimento a fonti diplomatiche — che « la Germania e gli Stati Uniti si erano trovati d’accordo di riconoscere l’indipendenza del Kosovo » e questo « dopo il secondo turno delle elezioni presidenziali Serbe del 3 febbraio ». Questo è quello su cui avevano convenuto Angela Merkel e George W. Bush. Possiamo supporre che la Cancelliera della CDU si sarà consigliata con il suo amico di partito Willy Wimmer, che è stato per tanti anni Segretario di Stato al Ministero della Difesa, al tempo della presidenza di Helmut Kohl.

Dopo la proclamazione ufficiale della « Republika kosova », le municipalità Serbe a nord del fiume Ibar vogliono senza dubbio affermare la loro fedeltà nei confronti della Serbia, quindi la loro non appartenenza al nuovo Stato. Si può immaginare cosa succederà quando truppe armate di Albanesi del Kosovo faranno il loro ingresso nelle enclavi della minoranza Serba, in particolare nel suo bastione di Nordmitrovica, per reprimere brutalmente la resistenza. Al tempo di quello che può essere definito come inizio della pulizia etnica, a metà marzo 2004, i terroristi skipetari sono riusciti a mobilitare una folla di 50.000 persone scalmanate. Non è stato possibile frenare la violenza delle loro aggressioni, anche se, almeno parzialmente, i soldati della KFOR avevano fatto opposizione contro gli estremisti. Ne hanno uccisi otto. Nella situazione attuale, bisogna attenderci piuttosto che la KFOR si comporti nel suo complesso come in quell’occasione si è comportato il contingente Tedesco appartenente alla KFOR: gira la testa da un’altra parte per non vedere e lascia il campo libero ai terroristi. Nel 2004, nel settore di occupazione tedesco attorno a Prizren, tutte le chiese e i monasteri Serbi sono stati incendiati. Certamente che, dopo quegli avvenimenti, i Serbi del Kosovo hanno costituito delle formazioni di autodifesa, e quella più chiassosa è la Guardia “Zar Lazar” dal nome di un eroe della storica battaglia del Campo dei Merli nel 1389. Questi paramilitari hanno annunciato che avrebbero attaccato con missili la base militare Statunitense di Camp Bondsteel in caso dell’indipendenza del Kosovo. È difficile sapere se si tratta di una fanfaronata o di un progetto più serio. Secondo conoscitori dell’ambiente, è possibile che dietro l’etichetta di “Zar Lazar” si celi una banda di provocatori dei servizi segreti Occidentali.

I paesi membri della NATO hanno l’interesse che la secessione della Provincia abbia in ogni caso meno ripercussioni possibili e che avvenga senza scontri militari. Possono essere anche accettabili le proteste diplomatiche della Russia e perfino dei piccoli paesi dell’Unione Europea come la Slovacchia, la Romania e Cipro. La Fondazione Bertelsmann, vicina al governo, in uno studio del dicembre 2007, ha posto in piena luce l’esempio di Taiwan : è noto che questa repubblica insulare è stata riconosciuta solamente da un piccolo numero di Stati, che non possiede un seggio alle Nazioni Unite, ma che gode, dopo 60 anni, di una qualche stabilità e anche di una discreta prosperità. Gli Stati membri della NATO si augurano probabilmente che gli Albanesi del Kosovo, dopo la proclamazione di indipendenza, rinuncino alla violenza nei confronti della minoranza Serba e, almeno in un primo periodo, non vadano a interferire nelle strutture Serbe di auto-amministrazione nel Nord del Kosovo. Se la NATO tagliasse di colpo tutti i loro collegamenti con la Serbia, i Serbi di Mitrovica, alla lunga, non avrebbero altra scelta che quella di adattarsi ai nuovi despoti che gravitano attorno a Hashim Thaci.

Questa strategia di vittoria senza l’uso di una mano pesante da parte dei secessionisti potrebbe d’altro canto essere ostacolata con grande facilità. Alla fine del 2007, la Frankfurter Allgemeine (FAZ) esprimeva tutti i suoi timori : « I Serbi potrebbero bloccare il lago di sbarramento di Gazivodsko Jezero, situato nella parte del Kosovo sotto controllo Serbo, e quindi privare dell’acqua numerose regioni del Kosovo. Questo produrrebbe conseguenze per le forniture di energia elettrica al Kosovo, già insufficienti, dato che l’acqua di questo lago serve al raffreddamento degli impianti della centrale a carbone, non lontano da Pristina.» La NATO reagirebbe rapidamente con l’uso della forza contro questa operazione relativamente facile da mettere in atto: basta una banda di paramilitari per occupare la diga di sbarramento. La FAZ precisa: « Già si pensa di far intervenire la KFOR per impedire quell’azione, ma allora il livello di confronto di natura militare, che l’Occidente vorrebbe giustamente evitare, verrebbe compromesso ».

La Serbia potrebbe rispondere per le rime

Come reagirebbe il governo di Belgrado se gli Albanesi e i militari della NATO tirassero addosso ai Serbi? Continuerebbe a perseguire la sua politica attuale consistente nel non intervenire militarmente? Questa è la tendenza prima di tutto del partito governativo più forte, quello dei Democratici (DS) del Presidente Boris Tadic e del Ministro della Difesa Dragan Sutanovac. Il piccolo partito della coalizione, il Partito Democratico di Serbia (DSS) del Primo Ministro Vojislav Kostunica è un po’ più audace. Il suo consigliere Aleksandar Simic ha dichiarato espressamente che ogni Stato ha il diritto di ricorrere alla forza delle armi per proteggere la sua integrità territoriale. Però, in caso di crisi, è il Consiglio della Difesa e il Presidente, vale a dire, di fatto, Tadic, che hanno la direzione sull’Esercito. Di conseguenza, l’Occidente non aveva motivo di inquietarsi…se non ci fossero state di mezzo le elezioni presidenziali. Il candidato del Partito Radicale (RS) Tomislav Nikolic aveva serie probabilità di essere eletto. Già, nel 2004, aveva costretto Tadic al ballottaggio ed era stato battuto di poco. Indignata per l’imminente secessione del Kosovo, questa volta una maggioranza di cittadini avrebbe potuto eleggerlo. Allora, l’Esercito Serbo avrebbe potuto essere posto sotto l’alto comando di un uomo politico che vede con favore l’insediamento di una base militare Russa nel paese e il cui partito possedeva una propria milizia durante le guerre degli anni Novanta.

Questa prospettiva ha sconvolto il calendario dei secessionisti. Infatti il Consiglio d’Europa voleva decidere per il 28 gennaio l’invio in Kosovo di un reparto di qualcosa come 2.000 poliziotti, contro la volontà di Belgrado e quindi contro il diritto internazionale, ma indispensabili per dare adito alla secessione in piena sicurezza. Ma, siccome il 28 gennaio precedeva di poco il secondo turno delle elezioni presidenziali decisive del 3 febbraio, la dichiarazione di indipendenza avrebbe costituito una provocazione del tutto favorevole a Nikolic. Quindi, la questione doveva essere differita. Nello stesso giorno, Bruxelles offriva un accordo di associazione all’ex « Stato canaglia » e rinunciava benevolmente alla condizione posta fino a quel momento, vale a dire all’estradizione dei « criminali di guerra » Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Così, l’Unione Europea confidava di garantire a Tadic i voti di cui aveva bisogno. Finalmente Tadic veniva eletto di misura.

Attualmente Belgrado gode del sostegno di Madrid. Secondo il quotidiano Serbo Express dell’11 gennaio, il Primo Ministro José Zapatero avrebbe ottenuto l’assicurazione dagli altri governi dell’Unione Europea che il Kosovo non avrebbe proclamato la sua indipendenza prima del 10 marzo, dunque quattro settimane dopo la data annunciata da Thaci, dato che il nuovo Parlamento Spagnolo doveva essere eletto a quella data. Quindi, il governo Socialista vuole impedire ai movimenti separatisti Spagnoli di utilizzare il precedente Balcanico come argomento nella campagna elettorale, quello che i Baschi hanno già cominciato a fare. Per contro, la maggioranza degli Spagnoli potrebbe allora essere tentata di castigare i Socialisti, che l’opposizione conservatrice accusa di essere troppo indulgenti nei riguardi delle regioni desiderose di secessione. Ma questi ritardi nel calendario avrebbero sicuramente messo a dura prova la pazienza degli Albanesi del Kosovo. Si poteva temere che costoro tentassero di dare una spallata alle decisioni diplomatiche, lasciandosi andare a qualche azione violenta spettacolare. Ci si domanda come le potenze membri della NATO…e i Russi avrebbero reagito in questo caso. Anche questi ultimi devono eleggere un nuovo Presidente nella prossima primavera, e qualsiasi candidato che abbandonasse al suo destino il fratello Slavo dovrebbe attendersi di perdere dei voti.

Jürgen Elsässer è un giornalista tedesco. Ultima opera pubblicata http://www.voltairenet.org/article139861.html Comment le Djihad est arrivé en Europe (Come la Jihad è arrivata in Europa); prefazione di Jean-Pierre Chevènement. Xenia, 2005.

Traduzione http://www.voltairenet.org/auteur124195.html?lang=fr

Articolo proposto dal Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia – ONLUS http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/5852


(Traduzione dal francese di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Jürgen Elsässer

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