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Berlusconi in Palestina

Berlusconi in Palestina

(4 Febbraio 2010) Enzo Apicella
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La mia scelta elettorale inizia e finisce con queste riflessioni.

(13 Aprile 2008)

La grancassa del falso e tragico chiacchiericcio ammantatosi da confronto politico è terminata. Chi aveva qualcosa da dire -pochissimi- è stato vergognosamente oscurato. Coloro che, invece, nulla avrebbero dovuto e potuto dire, perché per loro -moltissimi- hanno parlato fin troppo chiaramente gli ultimi quindici anni di governo, hanno dato fiato alla bocca facendone uscire un lezzo mortifero per la democrazia, la partecipazione, i diritti, a cominciare da quelli dei lavoratori, la pace.

Provo a dare un saggio di questa atmosfera che definire insalubre è offensivo per chi ne sta subendo la velenosità distruttrice. E per farlo parto da me, dal mondo piccolo e quotidiano che mi circonda, e che non va.

Ieri ho viaggiato da qua a Milano. Intorno a me giovani studenti, qualche genitore, alcuni colleghi, un ex allievo, speciale: si muove in carrozzina, manca di movimenti fini, ma ragiona, eccome se lo fa. Con lui ho parlato, a lungo, ma soprattutto da lui ho ascoltato. Cosa?

Con la fatica che la sua condizione speciale gli impone nel luglio scorso questo ex allievo della scuola dove insegno ha conseguito il diploma: ha acquisito la qualifica di perito informatico, programmatore. Ma per arrivarvi ha visto ruotare intorno a sé un esercito di insegnanti di sostegno -di cui aveva diritto- perché le politiche scolastiche e sociali del nostro paese rispondono alla legge del risparmio economico e non a quello dei diritti delle persone, a partire da quelle più bisognose, come questo mio allievo che univa in sé due necessità fondamentali: quella della speciale attenzione che si deve a chi vive nella propria persona difficoltà fisiche e quella dello studio, che si deve a tutti i ragazzi, qualsiasi sia la loro natura e condizione fisica, sociale, culturale. Invece, i governi che si sono succeduti in questi ultimi quindici anni hanno badato bene a togliere investimenti nel funzionamento della scuola, nel sostegno ad attività che nella scuola evitano i danni più gravi a chi è già stato danneggiato dalla natura, nella definizione delle classi, divenute enormi e portatrici di problematiche che agli allievi per mille motivi speciali provocano disagi continui, nel rinnovo dei contratti, per cui soprattutto figure come gli insegnanti di sostegno alle classi con studenti con difficoltà fisiche e psichiche devono pagare pegno con precarietà e mobilità infinite.
Ma quel mio ex allievo speciale ce la fa, pagando anche di tasca propria, oltre che con la propria esistenza.

Continua, però, il ciarlio di questo ragazzo, quasi liberatorio. Ad ottobre inizia una collaborazione con un'azienda che produce soluzioni aziendali informatiche. Sì, ricordo. ho incontrato questo mio allievo prima di ieri, proprio nell'isituto dove insegno e che lui aveva frequentato fino a tre mesi prima. Presenziava ad uno degli eventi che la collega di sostegno aveva organizzato per sviluppare la sensibilità per l'integrazione degli allievi speciali nella scuola. Era contento, questo mio alllievo. Per il lavoro. Certo, stava applicando ciò per cui aveva studiato: programmava. Ma ieri quella contentezza era finita, spenta -perché ci prendiamo questo lusso?-. Per forza! Aveva sentito promesse, e parole. Ma a gennaio, tre mesi dopo il nostro incontro, i proprietari dell'azienda non si fanno più sentire e non gli danno più commissioni da svolgere. Lo scartano, senza neanche dirglielo perché tra le tante nefandezze che i prenditori di lavoro compiono -piccoli o grandi che siano non vi è tra loro quasi mai differenza- c'è anche quella di rendere invisibile un lavoro che già la legge pensa a far divenire precario. Infatti, non contenti di averlo fatto lavorare 'a progetto' -come si definisce oggi con belle parole una delle forme più infami dello sfruttamento del lavoro di marxiana memoria- e a tempo, i 'progetti' e i tempi erogati da questo ragazzo non sono mai stati regolarizzati. Poteva chiederlo, sbotterà qualcuno. Vero, se il mondo, piccolo e grande, che abbiamo costruito, nel lavoro e nella vita, non fosse costellato di mille ricatti che danno ai pochi che hanno molto tutti privilegi di questa Terra, merntre ai moltissimi che sono ricchi solo di bisogni e precarietà di vita, prima ancora che di lavoro, lascia unicamente la possibilità di subire quei ricatti ed accettare il degrado della propria persona, suddita, e dell'esistenza. E mentre parla questo mio ex allievo penso. Penso al 1997 quando un governo infame guidato da Prodi, e ben protetto da D'Alema e Veltroni- approvò una legge che 'inventava' il lavoro 'a progetto' -era, ed è, il per me fin troppo noto 'pacchetto Treu'-. E penso al 2003 quando un governo assassino -responsabile dell'annientamento di Carlo Giulian e delle torture di Bolzaneto, luglio 2001- e inguardabile guidato da Berlusconi emana la legge Maroni -legge 30, impropriamente detta 'Biagi'- rafforza le dinamiche di precarizzazione del lavoro inventate da Treu, Prodi, D'Alema e Veltroni. E penso al 2007 quando, a novembre, un governo indecente guidato da Prodi e sostenuto da D'alema e Veltroni, e non osteggiato da Berlusconi, Fini e Maroni se non a chiacchiere -e neppure con queste per ciò che concerne la scarnificazione dei lavoratori- ha approvato, col benestare dei giullari che danzavano, e danzano, intorno al napoleonico Bertinotti, che di comunista non hanno più niente -da tempo-, e da un po' neppure nella simbologia -che, tutt'altro che inutile, da sempre, per tutti, aiuta a far capire e a capire chi è uno e che fa-, ha approvato, dicevo, Prodi coi suoi saltimbanchi il pacchetto 'welfare', che conteneva senza alcuna modifica, quelle leggi che qualcuno -pochi, evidentemente- hanno urlato a gran voce che bisognava cancellare. E mentre il mio giovane interlocutore parlava di sé ed io pensavo dov'è la responsabilità delle sue difficoltà rabbia e tristezza immense mi si aggrappavano alla mente. Sentivo qualcuno ridere e vedevo la corriera andare, veloce, verso Milano. Perché?

Che fosse stanco di evocare questo giovane che stava davanti a me? Macché! Sì, sapevo che a lui piace comunicare, ma ieri quello che stava facendo era altro. E mentre diceva della sua precarietà parlava anche di quella degli altri. Ma non di qualcuno, genericamente. E nel flusso di parole di sveviana coscienza ha chiesto 'Ha sentito prof di Jasmine, ad ottobre scorso, sa quella ragazza schiacciata da una pressa...' e continua, ma io sono tornato col ricordo a quei giorni, stanchi e difficilissimi per me. Lessi, allora, parole in memoria di quella giovane donna scritte da un mostro sacro della letteratura veneta, Ferdinando Camon: 'Nelle industrie più moderne si continua a morire nella maniera più antica [...]. Lunedì [15 ottobre 2007] è toccato ad una ragazzina di 21 anni, un esserino da niente, quasi invisibile, alta un metro e cinquanta, peso 40 chili, di nome Jasmine (cognome italiano, Marchese)', rileggo ora, che scrivo. E la persona speciale che ieri stava davanti a me raccontava, e ricordava a sua voilta. Voleva bene lui a Jasmine, erano sempre insieme. Lei era una delle poche che lo guardavano oltre la sua fisicità, dato che la sua persona è speciale. Anche lei era precaria, e costretta a bisticciare con la vita più del necessario già a ventun anni. Ma voleva cambiare lavoro 'sa prof, tanto l'avrebbero licenziata dopo qualche giorno' -chissà se Treu e Maroni hanno una figlia di ventun anni che è costretta a fare a pugni col mondo per sopravvivere, qualcuno vada a chiederlo a quei due signori, per favore, e poi mi riferisca, se pensa che sia il caso-. Stava cercando qualcosa che la portasse fuori da quella maledetta fabbrica. Ma intanto doveva chiudere con il suo impegno. L'aveva sentita poche ore prima, Jasmine, perché lo avvertiva che non avrebbero potuto incontrarsi come erano d'accordo. Non sapeva, questo mio allievo speciale, che non l'avrebbe più nè sentita nè vista, la piccola, precaria, sfruttatissima, Jasmine. Perché a lei la fabbrica e la precarietà del lavoro hanno chiesto il tributo più grande: la vita. E scaricava rabbia, questo ragazzo, 'Parlano tanto dei sette della Thyssen, ma quella pressa doveva essere ferma, fissa al suolo, parlano, ma intanto fanno morti'. E Jasmine era bella 'sa prof andavamo dappertutto insieme' e intanto ha tirato fuori la foto e me l'ha porta 'guardi prof, ha il cappellino in testa, ma guardi com'era bella'. C'era da piangere, ma non si poteva, la corriera andava veloce verso Milano, c'erano gli altri allievi, qualcuno rideva, stavamo andando a premiare chi col lavoro ha agito per i miei allievi perché, nel loro essere, sono tutti speciali. Ho resisitito. E ho risposto con voce dura al genitore che aveva detto la sua. Avevo capito che stava stemperando l'atmosfera, ma io non riesco più, da molto, a lasciare spazio all'ironia quando è l'umanità a pagare le nostre scelte tutte volte a tirar su quattro soldi.

La corriera ci ha portato fin davanti alla Cattolica, università storica di Milano. Anche da qui, decenni fa, eruppe la critica al mondo dello sfruttamento -nelle fabbriche si moriva di fatica, come oggi- e delle guerra -la Palestina e il medio oriente, come oggi, e il Viet Nam, oggi sostituito dall'Afghanistan, subivano la barbarie delle potenze industriali-. Anche da qui qualcuno disse allora che il mondo andava rivoluzionato. Siamo entrati, spingendo il carrozzino del mio allievo speciale, in chiostri incantevoli carichi di storia secolare. Siamo andati nella sala che accoglieva l'evento, abbiamo visto premiare la mia collega. Il sole ci ha salutato mentre bambini, genitori ed insegnanti si sfamavano all'aperto. Ma il mio allievo speciale non ho potuto portarlo in giardino: tre alti gradini impedivano alla sua carrozzina di accedervi. Ho avvicinato sette -è un numero fatidico, evidentemente- ragazze che poco prima dal palco avevano brevissimamente parlato di loro stesse, del loro ruolo in Cattolica, dei loro impegni in quella giornata, che le vedeva correre a destra e a sinistra per far scorrere al megliio l'organizzazione dell'evento. Ho detto loro che riferissero a chi di dovere che le barriere architettoniche andrebbero eliminate, dato che non tutti su questa Terra si muovono senza difficoltà, così come avviene per il mio allievo speciale. Si sono scusate, con gentilezza, com'è probabilmente normale nella loro natura, oltre che nel ruolo che ricoprivano nella giornata festosa di ieri. Poi si è parlato un po' assieme, e chiedendo l'un l'altro qualche informazione di cortesia ci hanno raccontato della loro precarietà. Sì, ancora, e di nuovo. Ricercatrici, a contratto, e a tempo. Pagate poco ma, giovani, inesperte, da non molto laureate, apparentemente convinte che questo sia il prezzo da subire per raggiungere autonomia ed emancipazione. Forse, con più tempo, avrebbero potuto dire più e meglio di loro stesse. E forse sarebbe affiorata con maggiore evidenza la natura assolutamente non necessaria della loro traballante condizione che anche in Cattolica, come in Statale, o in Sapienza, o a Ca' Foscari, si impone a giovani studiosi per i quali i nostri governi, tutti, da quindici anni a questa parte, almeno, hanno tagliato i finanziamenti per aumentare le spese militari -Prodi in meno di due anni le ha accresciute del 23%, mentre ha cancellato il contratto del pubblico impiego, si tratta di scelte, non di necessità, sia chiaro-.

Siamo tornati, dopo qualche ora di svago -quiete, questa sì necessaria, ogni tanto-. Il duomo, con le sue mille guglie, bianchissimo, splendeva al sole, che pareva essere solo lì, su di noi, in un'Italia del nord coperta dalla pioggia. Il castello è imponente, e bellissimo, simbolo di potere. Cosa ci avrebbe raccontato chi ne ha subito il dominio? Meglio non pensarci. Ho chiacchierato, di tutto e di niente con una carissima collega. Mi sono imposto silenzio e lettura. Poi mi ha raggiunto un giovane, figlio di quella mia collega benevola, ceh del mio ex allievo speciale ha gli anni, e le speranze, credo. Lui studia. Mi ha proposto argomenti che mi coinvolgono, perché, mi ha detto, per molto tempo aveva preferito non guardare, non sentire. E insieme abbiamo osservato, e criticato, il mondo dell'informazione, quella che annebbia e che nasconde, quella che distorce e che diventa strumento di chi, governandoci, vuole convincerci che tutto va bene. Ma era lui a sottolinearmi che no, che guardandosi intorno vede un mondo di giovani sparpagliati, sgranati, individualisti. E mi domandava cosa ne pensassi, portandomi su strade e sentieri pieni di buche aperte da chi gestisce la società badando prima ai suoi interessi e perciò tutto proteso a frantumare la socialità degli uomini, e con essa il loro essere comunità ed individui di quella comunità. E mentre mi parlava del suo amore per l'insegnamneto di ciò che lui ama, la musica, si ragionava delle difficoltà che i giovani hanno nell'astrarre e nell'inventare. E si tornava a commentare come il sistema mediatico della pseudo informazione sia una delle agenzie più potenti di creazione dell'individualismo acritico, e quando va male perfino un po' stupido, perché tutto teso all'avere di ciascuno per conto suo e non al benessere di ogni individuo con il resto della comunità che dell'avere il più possibile è nemico. E in questo nuovo fiume di considerazioni pensavo tra me a come i signori che ci governano accondiscendono, quando non favorsiscono e propugnano, questo tipo di realtà. E quante risorse bruciano per raggiungere l'obbiettivo di distruggere menti e corpi. Che hanno fatto in questi ultimi quindici anni, almeno, i governi vari che si sono succeduti, per restituire alle persone ciò che è loro, a partire dagli strumenti dell'informazione? Urla, strepiti, sul conflitto di interessi, sulle proprietà e sulla gestione, per poi lasciare scorrere tutto in quel fiume fangoso di immagini e suoni e parole inutili al 99%.

San Donà. Con un'ora di ritardo. Il traffico e i lavori sulla quarta corsia -quarta!- ci hanno frenato. Ci siamo salutati mentre alcuni degli studenti, che avevano calpestato le stesse strade che io avevo percorso insieme a quei due giovani che m'avevano così duramente messo alla prova per tutto il giorno, inneggiavano al voto alla Lega e a Bossi. Ancora è salito alla mente il ricordo che questo signore, assieme al suo compare Fini, al tempo del governo Berlusconi, istituì una legge contro i migranti a partire da un'altra legge, emanata da Napolitano -sì, il presidente della repubblica italiana fondata sul lavoro e che ripudia la guerra, almeno secondo Costituzione- e dalla Turco, ministra anche dell'attuale governo Prodi. La legge di Napolitano e Turco era tanto immonda da istituire dei lager per migranti -definiti con le solite ipocrite parole Centri di Permanenza Temporanea-, tanto indegna che Bossi e Fini, razzisti coerenti, se la sono tenuta senza neppure discuterla, dato che i CPT, non li avessero trovati costruiti, li avrebbero edificati loro. I CPT, ricordavo mentre sentivo l'urlio di quei ragazzi, nemmeno l'attuale governo Prodi, e tantomeno i suoi giullari di corte non più comunisti da tempo infinito quanto la loro ipocrisia, hanno cancellato. Al contrario Veltroni e Berlusconi si sono lanciati a gara per far vedere a tutti che ciascuno di loro è meglio dell'altro nell'additare il nemico primo di noi italici nei migranti. Avevo altro da fare, purtroppo, che non ricominciare da capo a parlare anche con quei giovani, e provare a capire, e a discutere, e a ragionare con la speranza di essere ascoltato, e forse contestato anche. L'ora era tarda. Tutti eravamo stanchi. Me ne sono andato.

Adesso, mentre scrivo, confermo a me stesso, che dare una delega politica è cosa troppo importante per affidarla a chi oggi ce la chiede con tanta indegnità. Meglio molto meglio partire da sè. Domani nel posto di lavoro, tra le persone, quelle che, in carne ed ossa, vivono in un mondo che va necessariamente cambiato. Da cima a fondo.

No! Oggi non voterò. Domani ricomincerò a combattere, fin che ce la farò. Se qualcuno di voi non l'ha ancora fatto, non voti e combatta.

Brunello Fogagnoli.

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