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    Referendum: la lotta è per l’estensione dei diritti

    Comunicato della confederazione cobas

    (22 Gennaio 2003)

    Il pronunciamento della Corte Costituzionale del 15 gennaio con cui sono stati cancellati quattro dei sei referendum sociali proposti (l’inammissibilità riguarda l’abrogazione del finanziamento pubblico alle scuole private, l’estensione di tutti i diritti sindacali alle aziende con meno di 15 dipendenti, norme più rigide per la costruzione di inceneritori, divieto di introduzione di pesticidi ed elementi tossici nel ciclo alimentare), è particolarmente grave, perché i referendum ritenuti inammissibili non introducevano alcun aggravio nel bilancio dello stato (al limite introducevano un risparmio nella spesa pubblica), né tanto meno mettevano in discussione accordi di politica estera, ed inoltre, insieme agli altri due referendum ritenuti ammissibili (estensione dell’art. 18 nelle aziende con meno di 15 dipendenti, introduzione di norme più severe per la costruzione di elettrodotti), avevano superato nello scorso dicembre il vaglio della Corte di Cassazione sia per quel che concerne la validità del numero di firme raccolte, sia per la chiarezza dei quesiti da sottoporre agli elettori. E’ la prima volta che la Corte Costituzionale cancella ben due terzi di un pacchetto referendario già avallato dalla Cassazione.

    Riteniamo inaccettabile soprattutto la cancellazione del referendum sulla legge ulivista di cosiddetta “parità scolastica”, decisione che ha ricevuto l’immediato plauso di Forza Italia; in questo caso centrodestra e centrosinistra avevano tutto l’interesse a difendere un provvedimento che abbiamo definito la madre di tutte le privatizzazioni.

    Il referendum sulla scuola pubblica era particolarmente temuto da entrambi i poli e da CGIL-CISL-UIL che avevano appoggiato i finanziamenti pubblici alle scuole private, contro cui in ripetuti sondaggi si era espressa la netta maggioranza degli intervistati. Eliminando questo referendum si è voluto cancellare l’inevitabile effetto traino che avrebbe avuto sugli altri quesiti.

    Ed è certo una coincidenza davvero assai singolare quella che vede la CGIL lanciare, contemporaneamente al pronunciamento negativo della Consulta, una manifestazione nazionale sulla scuola pubblica per il 12 aprile, prontamente controfirmata dalla parte moderata del movimento antiglobalizzazione (UDS, ARCI, Lega Ambiente, CIDI, etc…), in cui, se da un lato con linguaggio accattivante si chiama alla lotta contro la riforma Moratti e i processi di privatizzazione a livello mondiale promossi dal GATS (General Agreement on Trade and Services), dall’altro non si dice una parola sulla berlingueriana legge di parità, mentre si esaltano l’autonomia scolastica e la flessibilità didattica.

    Per noi ovviamente la partita non finisce qui, i Cobas, le forze coerentemente antagoniste e antiprivatizzazioni continueranno a battersi contro i processi di privatizzazione e mercificazione del sapere, rilanciando la battaglia contro la controriforma Moratti, i tagli alla scuola pubblica, appoggiando i referendum regionali (il prossimo in Liguria) contro i buoni scuola.

    Detto questo, dobbiamo ora concentrare il massimo degli sforzi sui referendum rimasti, in particolare dobbiamo batterci per l’affermazione del referendum sull’art. 18.

    Sappiamo che la battaglia è difficile, sia per il raggiungimento del quorum, sia per la vittoria del Sì, ma non riteniamo affatto di essere sconfitti in partenza e di poter recitare solo un ruolo di pura testimonianza.

    Sulla carta, ad oggi, solo un 10% delle forze parlamentari è schierata per il sì all’estensione dell’art. 18 (Rifondazione, Verdi, Socialismo 2000), in campo sindacale, oltre al sindacalismo di base, si può contare su una parte (non tutta) dell’area Lavoro e Società della CGIL.

    Il problema sono però milioni di lavoratori e lavoratrici che nell’ultimo anno hanno dato vita a possenti scioperi e manifestazioni per difendere l’art. 18. Ora, con il referendum, i lavoratori hanno l’opportunità di fare un passo avanti, non solo difendendo l’art. 18, ma estendendolo a tutti/e coloro che hanno un rapporto di lavoro subordinato in aziende con meno di 15 addetti, che rappresentano la parte più consistente della forza lavoro occupata nel nostro paese.

    Certo restano fuori i cosiddetti lavoratori atipici e co.co.co., ma a nessuno che non sia in malafede può sfuggire che una vittoria del sì sull’art. 18 avrebbe un enorme significato politico e aprirebbe spazi di battaglia per la conquista di nuovi diritti anche da parte di questi altri soggetti sociali.

    Il centrodestra si è subito schierato compatto per il no (un comitato per il no è stato addirittura istantanemente costituito dai radicali e dal forzitaliota Brunetta ex economista della Confindustria), si tratterà per loro solo di scegliere fra l’astensione per far mancare il quorum o il voto massiccio per il no. Non è però detto che anche gli elettori di centrodestra, tra cui putroppo ci sono anche molti lavoratori dipendenti, debbano seguire queste indicazioni. Per qualle motivo dovrebbero farlo? Il bello del referendum consiste nell’allentamento del legame clientelare che invece è molto più solido in occasione di elezioni politiche o amministratitive. Certamente dipenderà molto dalla nostra capacità/possibilità di intercettare questi lavoratori e spiegare che una vittoria del sì significa maggiore dignità e possibilità di diritti per tutti i lavoratori dipendenti e in qualsiasi modo subordinati.

    Per il centrosinistra invece il referendum sull’art.18 è subito diventato un tormentone, la Margherita, lo SDI e forse l’UDEUR si sono schierati per il no, proponendo il progetto di legge Amato-Treu che non c’entra niente con l’art. 18, se non nel senso di un ulteriore allargamento della flessibilità della forza lavoro in entrata e in uscita; l’estrema destra diessina coagulatasi attorno a “Il Riformista” ha subito aderito a un tale progetto schiettamente liberale; la magggioranza DS è contraria sia al metodo che al contenuto del referendum, propone una non meglio definita legge che riesca ad annullare il referendum, ma, se non sarà possibile, oscilla tra il votare no e l’astensione; il correntone DS (eccettuato il gruppo di Salvi e qualche altra individualità) insieme ai comunisti italiani vorrebbero ardentemente una legge che eviti il referendum, ma poiché non ci sarà forse finiranno col votare Sì.

    Ma veniamo alla CGIL e qui siamo nel pieno della confusione. Una parte di Lavoro e Società è disposta a battersi subito per il sì, la componente che fa capo a Patta preferirebbe non arrivare al referendum; la FIOM si è prontamente dichiarata per il sì. La maggioranza della CGIL e Cofferati sono in forte imbarazzo, entrambi sostengono che il referendum finisce per dividere ciò che il loro lavoro ha unito. E’ una posizione demenziale, poiché la battaglia per l’estensione dell’art. 18 semmai allarga ulteriormente il fronte di lotta di tutti coloro che finora hanno difeso strenuamente l’art. 18. Con quale buona fede e forza di convincimento la CGIL può spiegare ai lavoratori che il referendum è una sciagura, quando molti lavoratori, firmando quella petizione dei 5 milioni (assolutamente inutile dal punto di vista dell’efficacia giuridica), erano convinti di firmare per un referendum confermativo o estensivo dell’art.18, e in ogni caso perché mai non dovrebbero votare per la moltiplicazione della tutela contro i licenziamenti?

    E Cofferati -il grande concertatore che tanto si è speso in questi ultimi mesi per ulivizzare il movimento, mettendo in pratica una pericolosa azione di rottura tra la sua componente moderata e quella radicale e utilizzando la prima per arrivare alla “strabiliante” proposta di liste comuni tra Ulivo e movimenti alle prossime amministrative- si vede chiaramente spiazzato da un referendum in cui non sono ammesse né concertazioni, né mediazioni, come dire l’estensione dell’art. 18 senza se e senza ma; allora il “leader di tutta la sinistra” (come vorrebbe Moretti) annaspa, è costretto anche lui a cianciare di una legge che eviti il referendum, ma che non ha alcuna possibilità di passare.

    Alle accuse scalfariane, secondo cui i referendari fanno il gioco di Berlusconi, rispondiamo i passeri con i passeri, i merli con i merli; socialmente Scalfari difende gli stessi interessi di Berlusconi e di tutti coloro che non vogliono l’estensione dell’art. 18, da cui invece noi insieme ai lavoratori abbiamo tutto da guadagnare.

    Occorre scrollarsi di dosso la sindrome della sconfitta annunciata, per cui non potremo mai farcela. Bisogna lavorare sin da subito alla costituzione di un comitato nazionale e di tanti comitati cittadini, territoriali, aziendali per il Sì.

    Il movimento antiglobalizzazione nel suo complesso, i fori sociali territoriali devono schierarsi senza se e senza ma in questa campagna, che rappresenta in questo momento l’autentica cartina di tornasole delle posizioni coerentemente antiliberiste; ne va dell’autonomia, dell’unità e della radicalità del movimento.

    Il movimento non deve passare il tempo a tormentarsi amleticamente su cosa farà Cofferati; l’estensione e l’universalità dei diritti sono obiettivi che il movimento deve perseguire fino in fondo.

    Abbiamo visto che il movimento con la sua battaglia radicale contro la guerra è riuscito a d influenzare larghissimi settori sociali ed in seguito anche parti rilevanti di ceto politico e sindacale sono stati costretti ad abbracciare queste posizioni. Eppure tantissimi all’inizio dicevano che eravamo uno sparuto drappello di sognatori.

    Ebbene occorre muoversi con la stessa carica ideale che mostriamo nella lotta contro la guerra, rafforzata dalla concretezza materiale della difesa degli interessi e dei diritti di milioni e milioni di lavoratori, per affrontare la campagna per il Sì all’estensione dell’art. 18.

    Non siamo noi che dobbiamo giustificare le nostre cristalline posizioni per il Sì, piuttosto sono la CGIL e Cofferati che devono spiegare ai lavoratori i loro attuali farfugliamenti e la loro indispettita contrarietà al referendum. Se in seguito entrambi cambieranno opinione ne saremo contenti, ma non staremo a tirarli per la giacca, altrimenti correremmo il rischio esiziale di restarne ipnotizzati.

    Noi invece abbiamo fretta, dobbiamo muoverci subito e partire con la campagna per il Sì all’estensione dell’art. 18 nelle aziende con meno di 15 dipendenti e per l’introduzione di norme più severe per la costruzione degli elettrodotti.

    CONFEDERAZIONE COBAS

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