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Partire da sé, solidarizzare con gli altri: 9 maggio, che lo sciopero nella scuola sia generale!

(5 Maggio 2008)

Per essere creativi non bisogna partire dalle buone vecchie cose, bensì dalle cattive cose nuove.
Bertolt Brecht

L'ennesimo lavaggio delle nostre menti nel vortice di feste e banchetti ci ha fatto dimenticare che, sì, il 25 aprile di 63 anni fa in Italia fu festa, grande, oserei dire, ma perché ci si era riconquistati la dignità, perduta più di venti anni prima, ad un prezzo altissimo, di sangue e di intelligenza politica, tributo a cui finalmente quel giorno fu posta fine con gioia indicibile per chi pure aveva deciso di mettere a disposizione la propria persona per la libertà di tutti; e che, invece, il primo maggio è divenuto simbolo del mondo del lavoro molto più di un secolo fa, quando scioperare non costava solo il salario del giorno, ma spesso metteva in gioco il lavoro di chi, con spirito sociale immenso, partiva da sé e incrociava le braccia, ed alcune volte perdeva la vita, come accadde agli undici operai assassinati a Chicago nel 1886 -http://it.wikipedia.org/wiki/Rivolta_di_Haymarket-, e agli impiccati -tutti anarchici- che furono accusati ingiustamente della morte di un poliziotto in quei medesimi eventi.

Tornati alla realtà, essa ci si presenta per quella che è, e che ognuno legittimamente giudica secondo la sua sensibilità, ma che nessuno può prendersi il lusso di falsare secondo interessi opportunistici e miserevoli.

E la realtà in cui operiamo ogni giorno -ovvero la scuola- è veramente miserevole. Schiacciati da un monolite d'acciaio qual è l'OM 92 del novembre scorso, privati della copertura contrattuale -anche a parità di salario- che ci spetta, non per legge, di cui da un po' mi disinteresso totalmente, ma per i principi minimi fissati dalla dichiarazione universale dei diritti umani -Articolo 23: Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata se necessario, da altri mezzi di protezione sociale. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi (per il resto della dichiarazione si veda qui http://www.emergency.firenze.it/Dirittiumani.htm)-, derubati continuamente del potere d'acquisto di una retribuzione che sempre più somiglia ad un'elemosina che i governi -tutti, da più di quindici anni- hanno trasformato in una graziosa largizione che solo bontà loro noi percepiamo poiché lavoriamo appena 'diciotto ore la settimana', invischiati in un pensiero ideologicamente dominante per cui si lega il diritto ad un aumento retributivo ad un presunto dovere di intensificazione degli impegni e di accettazione di un 'giudizio' di qualità del nostro operato che puzza di assoggettamento intellettuale anche a distanze siderali, cancellati come portatori di prerogative sindacali -a proposito di diritti umani-, quale quello di assemblea, assegnati per legge alle congregazioni sindacali amiche di qualsiasi governo gestisca il potere, colpiti da tutto ciò ancora pieghiamo il capo, attenti a non ostacolare il manovratore, anche quando questi sta frantumando la scuola come uno schiacciasassi e senza renderci conto che i prossimi sassi siamo noi, che ci crediamo al riparo da ogni pericolo -e per i precari si canti un requiem, tanto come lavoratori non esistono e come persone possono sempre appellarsi ai diritti dell'individuo di nordamericana memoria -ovvero della più individualistica, antisociale e antisolidale società del pianeta- al fine di garantirsi il plauso di chi, mediante il mito ideoogico della persona che si fa da sé, sfrutta gli esseri umani quanto più può per poi buttarli come stracci -o ucciderli, se proprio va male.

Ecco quindi che è giunto il momento di affermare con certezza che ora la misura è colma, oltre ogni immaginazione. E' giunto il momento di dire che ora basta, perché tutto quello che di buono c'era nella scuola di non molti anni fa, che pure arrancava perché assalita da troppi sciacalli affamati e divoratori di risorse e di intelligenze, è stato tolto a scapito del diritto allo studio dei giovani e del diritto al lavoro equamente retribuito di chi vi opera. E' giunto il momento di disubbidire a qualsiasi atto governativo -legge, ordinanza o circolare che sia- non apra la strada alla riqualificazione della scuola attraverso la concreta riabilitazione del nostro lavoro e l'investimento di risorse nello sviluppo di nuove didattiche per gli studenti. E' giunto il momento di alzare la testa e di partire da noi stessi, esattamente come fecero gli operai che rivendicarono le otto ore di lavoro giornaliere e che istituirono il primo maggio come giornata simbolo della conquista della dignità dei lavoratori, tutti indistintamente, e come decisero di fare i 'piccoli maestri' della resistenza italiana che della dichiarazione dei diritti umani universali (non individuali in senso esclusivo ed escludente, perciò) fu prodromo doloroso e cruento, ma fecondo, razionale e costruttivo.

Lo sciopero del 9 maggio per tutto il mondo della scuola è un modo per partire da sè, per riprendere il filo rosso della solidarietà tra persone, lavoratori, cittadini, comunità. E' poca cosa? Forse. Nondimeno è sempre molto più che il chinar di capo che fin qui abbiamo ostentato. E' velleitario? Può essere. Tuttavia senza un primo passo finalmente controcorrente rispetto al minestrone informe delle riforme di Berlinguer, Moratti e Fioroni nulla si muoverà. E' costoso? Sia. Ma quanto ci è costato, fin qui, il nostro silenzio -o il borbottio inconcludente- e quanto ci costerà il nostro immobilismo? A me pare già troppo ora! Rivendica obbiettivi elevati? Sì, senza dubbio! ed è per questo che necessita di una partecipazione amplissima, poiché pochi otterranno poco, uno addirittura nulla.

Che poi questo sciopero sia indetto dai Comitati di Base della Scuola -così quando nacquero si chiamavano, e tutt'ora si chiamano, i COBAS, nel lontano 1986, mio primo anno di insegnamento- è solo una caratteristica di pregio, che dignifica sia quest'organizzazione, composta esclusivamente da persone che mai hanno abbandonato il posto di lavoro per divenire ceto privilegiato, sia la sua coerenza, pagata al prezzo altissimo della discriminazione per legge -questa si da stracciare in nome dei diritti umani universali- che tengono artificiosamente ed iniquamente quelle persone, lavoratori e lavoratrici reali nella scuola, lontano dai luoghi della rivendicazione dei diritti di chi nella scuola, come loro, dà il meglio di sé.

Esitare va benissimo, se poi fai quello che devi fare.
Bertolt Brecht

Brunello Fogagnoli

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