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Qualcosa da recuperare. Giorgiana Masi, 12 maggio 1977- 12 maggio 2008.

(13 Maggio 2008)

C’è qualcosa da recuperare, da far riemergere dall’oblio. E non si tratta solo della memoria di una generazione che ha lottato e che ormai è sottoposta ad una demonizzazione costante sui media. Pensiamo a Giorgiana Masi, a quello che evoca il suo omicidio. L’hanno uccisa, il 12 maggio di 31 anni fa, le squadre speciali della Polizia di Cossiga, nonostante quest’ultimo continui squallidamente a negarlo. Era la risposta dello Stato al protagonismo di massa, alla volontà collettiva di trasformare il mondo.

Ma rispondere con la forza a spinte radicali che vengono dal basso è una costante. A Genova, nel 2001, si esprimeva un principio di movimento, formato da tante lotte particolari che cominciavano ad unificarsi. La reazione è stata durissima: l’assassinio di Carlo, l’assalto alla Diaz, le torture di Bolzaneto.

Ora, proprio le spinte alla trasformazione sociale del ’77 e quella, più recente, ma apparentemente già dispersa, del 2001, andrebbero recuperate. In questo senso, più che proclamarsi retoricamente “figli della stessa rabbia”, bisognerebbe riappropriarsi di certi contenuti. La manifestazione non autorizzata a cui partecipava Giorgiana, studentessa di un liceo della zona nord di Roma, celebrava l’anniversario della vittoria nel referendum sul divorzio, ma la spinta di quella generazione andava oltre. Mettendo in discussione la famiglia come pilastro sociale, sperimentando forme comunitarie più aperte. Inoltre, proprio i movimenti degli anni ’70 furono pervasi da una forte tensione antistatalista, purtroppo più agita che oggetto di una riflessione condivisa.

Oggi viviamo in tempi di “familismo egoistico”. Si svuota la partecipazione popolare, salvo che ai riti elettorali, fruiti come spettacoli televisivi. Ci fanno essere gli uni contro gli altri: se il collega di lavoro è un concorrente, l’immigrato è addirittura il nemico principale. La famiglia è il luogo del rifugio nel privato e, insieme, un ammortizzatore sociale “informale” in tempi di precarietà estrema della vita e di smantellamento d’ogni servizio pubblico. L’esaltazione di tale istituzione, nella sua forma più tradizionale e quindi nel segno del dogma della eterosessualità e della condanna di ogni esperienza difforme, non è solo ideologia clericale, ma ha una base materiale precisa.

Quanto allo Stato, pur perdendo funzioni di indirizzo economico in direzione degli organismi sovranazionali, mantiene ed accentua la sua opera di contrasto e prevenzione del conflitto. Con i suoi apparati di polizia, sempre più spesso scagliati contro quelle lotte che cercano di salvare i territori dalla devastazione, ma anche – e soprattutto – per la sua capacità di formare il consenso, di creare collante ideologico. Si pensi, in questi tempi di politica estera aggressiva e di missioni militari dispiegate ovunque, al patriottismo propugnato dagli ultimi presidenti della Repubblica.

Non si tratta solo di suscitare approvazione attorno ad imprese imperialiste descritte come atti umanitari, ma di creare le basi per condannare chiunque rompe con la concordia, trasformando in nemico interno chi dissente e lotta per i propri bisogni.

Ciò, in un quadro in cui tutti i livelli istituzionali, a partire da quello parlamentare, sono sordi ad istanze che non siano quelle del padronato e delle gerarchie ecclesiastiche. Il risultato delle ultime elezioni, per esempio, mostra una situazione inedita, legata alla improvvisa accelerazione di un processo in atto da un quindicennio, segnato da una tendenza al rafforzamento dell’Esecutivo e dalla progressiva perdita di rappresentatività delle Camere. Una situazione che presenta per noi difficoltà, come dimostra il segnale più inquietante giunto dalle elezioni: i voti operai ad una forza, la Lega, che rappresenta in modo estremo l’egoismo sociale di questi anni. E’ la conseguenza dell’assenza di punti di riferimento fuori dalla fabbrica.

Ma questo contesto nuovo porta con sé anche un’opportunità.

In questo quadro, infatti, il recupero delle istanze per cui lottarono Giorgiana ed un’intera generazione, può esser condotto in modo non formale, all’insegna di una attenta rielaborazione. Mentre le spinte conflittuali (contro la precarietà del lavoro e della vita, per l’ambiente, contro la guerra ed il saccheggio delle risorse dei paesi “terzi”) che cercavano di unificarsi a Genova, trovano meno ostacoli nel loro tentativo di esprimersi finalmente in modo netto e autonomo. In sostanza, non avere più interlocutori nelle istituzioni, può spingere le lotte a rimandare in termini più chiari all’idea di una società altra, dove la libertà di uno/a sia veramente la condizione per la libertà di tutti/e.

Collettivo Autonomo-Libertario “Liberidiamare” (liberidiamare@yahoo.it)
Collettivo Comunista di via Efeso – Roma (www.viaefeso.org)
Corrispondenze Metropolitane – Roma (cmetropolitane@yahoo.it)

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