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Dignità operaia

Dignità operaia

(9 Marzo 2012) Enzo Apicella
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(5 Maggio 2008)

Il peggiorare della condizione sociale della classe lavoratrice nella attuale fase di crisi finanziaria è ormai un tratto comune di tutte le economie sviluppate e, sebbene non sia comparabile con i paesi della periferia, sta mostrandosi come un carattere permanente che mette potenzialmente in crisi l’egemonia del capitale nell’attuale assetto sociale.

Le forme in cui si esprime questo peggioramento delle condizioni sono oggi estremamente diversificate ma certamente riguardano tutto il mondo del lavoro dipendente e dunque coinvolgono anche le forme di organizzazione sindacale che questo si è dato nell’ultimo scorcio del secolo trascorso. Processo di modifica, questo, che percorre periodicamente il lavoro subalterno in base alle fasi economiche ed ai processi di riorganizzazione produttiva che si sono succeduti a livello nazionale ed internazionale.

Purtroppo l’abbandono di fatto dell’analisi marxista non ha permesso di vedere i processi reali che sono maturati nell’economia mondiale fermandosi all’ovvietà della globalizzazione. Infatti dalla metà degli anni ’90 si sono manifestati i segni di un cambiamento che è stato sistematicamente sottovalutato. Il più significativo è stato quello sul consolidamento dell’Unione Europea e sulla nascita dell’Euro come possibile moneta di riserva internazionale.

Ci si è attardati a ipotizzare un impalpabile “Impero” che già in quegli anni era stato virtualmente superato proprio a causa della crisi degli paesi dell’est; oppure si è continuato a sopravvalutare l’imperialismo americano dandogli una patente di stabilità ed egemonia, quasi di onnipotenza, che ben presto hanno mostrato nei fatti tutti i loro limiti.

Paradossalmente è accaduto che due visioni ideologiche e due analisi economiche in netta contrapposizione hanno portato alla stessa conclusione ed hanno sottovalutato l’imperialismo “in nuce” della Unione Europea ed il peso della sua “arma nucleare” di nuovo tipo ovvero l’Euro.

Questa nuova condizione economica e finanziaria internazionale ha accentuato la Competizione Globale che si è generata tra i blocchi economici dei paesi capitalisti sviluppati, inclusa l’area di influenza Giapponese, che ha prodotto in questi anni delocalizzazioni, profonde modifiche sociali e produttive della forza lavoro, crisi finanziarie e destabilizzazione di quell’ equilibrio dei poteri internazionali che aveva tenuto fin tanto che ha tenuto l’URSS.

L’attuale crisi finanziaria del paese capitalista più forte è il prodotto di questa Competizione Globale che lo ha portato a divenire un paese prevalentemente consumatore per mantenere il ruolo di “locomotiva” economica e l’egemonia internazionale, a far crescere il debito estero e quello pubblico e infine ad avventurasi in guerre di aggressione delle quali, grazie alle Resistenze in atto, non si intravede l’esito finale; guerre avviate per sostenere una economia che in questi anni ha arrancato sempre più ed è stata tenuta in piedi solo grazie al Keynesismo militare che ha permesso il crescere drogato del suo PIL.

LE DINAMICHE OGGETTIVE

Se questi sono i termini strutturali e geoeconomici della situazione attuale ben più pesante è la condizione che queste tendenze hanno prodotto sulla condizione della classe lavoratrice in termini generali. Ci limitiamo a concentrare la nostra analisi sulla situazione italiana nel contesto europeo ma questi caratteri, in modo più o meno drammatico, si manifestano a livello internazionale. La questione salariale è certamente emersa in questi anni in modo sempre più accentuato e i trucchi operati sulla inflazione hanno contribuito solo a nascondere questa realtà montante.

La nascita dell’Euro, la priorità della sua stabilità, la competizione verso il Dollaro producono da oltre un decennio la riduzione dello stato sociale, privatizzazioni dell’industria pubblica e dei servizi sociali, riforme a ripetizione ed il peggioramento delle pensioni, generalizzazione di norme di flessibilità selvaggia della forza/lavoro, aumento di Tickets e delle tariffe dei servizi privatizzati.

Per quanto riguarda le condizioni lavorative lo sviluppo del precariato ormai è universalmente riconosciuto essere una piaga sociale, la disoccupazione è stata debellata solo nelle statistiche ufficiali mentre intere regioni ne subiscono le conseguenze. Ma il dato più drammatico è costituito dal crollo verticale di tutti gli standard di sicurezza sul lavoro i quali sono ormai solo un ricordo e causa ogni giorno morti sul lavoro.

Una triste fenomenologia che evidenzia, sempre più, il carattere criminoso del modo di produzione capitalistico. Va fatta un’ultima considerazione relativa al fatto che queste “presse” che agiscono sulla classe lavoratrice nel nostro paese non potranno che aumentare ulteriormente la loro pressione in quanto proprio lo scenario di crisi finanziaria incombente, che in questa sede non approfondiamo, spinge in tale direzione in tempi ed in modi che allo stato attuale non sono prevedibili.

Il contesto analizzato di accentuazione delle contraddizioni in altre epoche storiche ha trovato sempre una risposta di massa, di lotta e di organizzazione adeguata che vedeva il protagonismo delle forze di sinistra, dei sindacati e dei comunisti. Questa dinamica, sicuramente in forme non schematicamente lineari ma articolate alle difficoltà ed ai problemi che di volta in volta affrontava, è iniziata alla fine dell’800 ed è andata avanti fino agli anni ’70 seppure in modi ed in forme organizzate diverse, talvolta anche con aspetti drammatici come è avvenuto in vari momenti nel secolo passato.

Questa volta la direzione presa dalla gran parte di quelle forze politiche e sindacali, che sono in discontinuità netta con il movimento dei lavoratori in Italia, non solo non contrasta ma crea le condizioni politiche per contenere ogni tipo di risposta che abbia un carattere di classe, radicale e indipendente.

E’ inevitabile che oggi ci si ponga la domanda su come questo possa essere avvenuto, quali sono gli elementi che hanno determinato un arretramento così forte del movimento dei lavoratori, anche perché se è vero che in Europa non ci sono conflitti sociali di rottura è anche vero che in molti paesi almeno la lotta in difesa dei diritti dei lavoratori trova ancora risposte forti come in Francia o in Germania ed addirittura in Grecia ed in Slovenia.

Poiché non vogliamo affrontare il punto delle politiche sindacali nel nostro paese ma fare una analisi di merito e storica sul perché siamo giunti a questo livello di degrado eviteremo di fare riferimento ai vari accordi fatti da quello sulle pensioni del 1995 con Dini alle leggi Treu e Biagi sulla precarietà fino all’ultimo accordo del Luglio del 2007 sul Wellfare sostenuto da tutti i sindacati confederali e votato anche dai partiti della sinistra di governo.


LA NECESSITA’ DELL’ANALISI

Per capire e, se possibile, trovare vie d’uscita il piano della riflessione deve essere di altro tipo. Va infatti scavato sui “buchi neri” della cultura dell’attuale “sinistra” ed anche dei comunisti perché ci troviamo di fronte alla rescissione di qualsiasi rapporto organico tra un pur teorico progetto di trasformazione ed i settori di operai, dei lavoratori e del più vasto blocco sociale che sta determinando una situazione mai vista in precedenza nel nostro paese. L’esito delle ultime elezioni registra, analizzando i flussi di voti dei lavoratori e dei giovani precari, l’approdo ultimo di questa catastrofica deriva. Qualcuno parla dei movimenti sociali che, seppure importanti in determinate contingenze politiche, non hanno certo la capacità di sostenere un piano strategico e d’altra parte non può che essere così.

Quelle che sono state annullate sono, perciò, le ragioni storiche della sinistra in questo paese e non solo di quella radicale, antagonista etc. ma addirittura di quella riformista in quanto oggi la rappresentanza politica è stata regalata da una parte al Partito Democratico, per i settori sociali di ceto medio in termini reddituali, a Berlusconi, alla Lega Nord e agli aggregati della “destra sociale” per i settori popolari più degradati e in crescente crisi sociale. Dunque una analisi non può che partire dall’alto di una ricerca teorica che cerchiamo di accennare, con il Convegno che proponiamo, ma che sicuramente va ampliata ed approfondita collettivamente.

Ed è proprio dagli evidenti ritardi e dalla vera e propria incapacità teorica legata alla attualità nazionale ed internazionale che nasce questa condizione. Sappiamo bene che dopo la rottura con il PDS Rifondazione comunista ha rapidamente dimenticato il termine di Rifondazione dando peso, in forma mistificata, al termine comunista nella sua accezione dell’uso del bacino elettorale del PCI che tutti sapevano che non sarebbe scomparso per il decreto di scioglimento fatto da Occhetto. Naturalmente questo riguardava il gruppo dirigente e non le centinaia di migliaia di compagni che allora si iscrissero, con entusiasmo, a quel partito. Comunque sia ha prevalso, fino all’attuale debacle, la versione politicista ed elettoralista, la quale, in maniera costante, ha tagliato ogni canale di comunicazione e di stimolo all’implementazione del conflitto. Sicuramente questo passaggio politico andrà ulteriormente indagato, anche considerando la nefasta influenza dell’inserimento nel PRC del sindacalista Bertinotti portatore dichiarato di una sorta di sotto-riformismo neo/keynesiano.

Questa modalità politicista ha generato l’abbandono della analisi di classe, cioè delle classi reali che vivono in Italia oggi, che è stata sostituita dalla rappresentazione ideologica degli “operai” con l’unico fine di coprire, con una mistificante fraseologia di sinistra, una svolta pesantemente moderata. Quante volte abbiamo sentito parlare di operai, di movimento antagonista, di lotte sociali e tutto questo avveniva quando addirittura gli operai della FIAT di Torino hanno votato nel 1994, per la prima volta ed in numeri significativi, per Berlusconi. A questa retorica, che coinvolgeva il partito ed i suoi intellettuali più o meno organici, è corrisposta l’assenza totale di definizione di una linea sindacale da seguire nell’epoca della concertazione sindacale, del nuovo modello di sfruttamento basato sull’accumulazione flessibile mentre si definivano e varavano nuovi patti neo-corporativi (Protocollo Welfare, varie tappe della controriforma pensionistica, blindatura autoritaria del sistema delle relazioni sindacali).

In realtà una linea implicita c’era ed era quella della totale subordinazione ai sindacati confederali i quali erano criticati su questioni o scelte specifiche ma non sono stati mai rimessi in discussione nei loro capisaldi strategici e programmatici nonostante intromissioni ed occhieggiamenti, fatti spesso strumentalmente, nei confronti del sindacalismo di base. Addirittura c’è stato chi ha scomodato Lenin sulla “tattica sindacale” rispetto ai sindacati, anche di quelli reazionari, dimenticandosi, però, di fare “l’analisi concreta della situazione concreta” della classe lavoratrice in un paese a capitalismo avanzato ed imperialista come l’Italia.

Accanto al logoramento del bacino elettorale e della storia del PCI e della “sinistra rivoluzionaria” degli anni ’70 si è fatto consolidare anche il logoramento dell’organizzazione e della identità dei lavoratori già abbondantemente messa in discussione dai processi di ristrutturazione prodottesi dall’incidere veloce del capitale mondializzato. Per fare un esempio concreto possiamo fare riferimento alla vicenda dei lavoratori bruciati alla TyssenKrupp dove si è visto da una parte la drammatica condizione di lavoro degli operai ma anche la loro inadeguata reazione che non ha saputo andare oltre la richiesta di solidarietà umana. Sempre Bertinotti, quando c’è stata nei giorni immediatamente successivi una mobilitazione davanti alla fabbrica, ha rilevato l’isolamento di questi operai rispetto ai lavoratori torinesi, isolamento concretizzatosi anche con l’assenza ai funerali dei dirigenti nazionali di CGIL, CISL, UIL.

Il particolare che sfugge è che nessuna solidarietà, nessuna identità, nessuna coscienza del mondo del lavoro subalterno è possibile senza l’ organizzazione, naturalmente adeguata e connessa alla fase storica. L’organizzazione è la base materiale della coscienza della classe lavoratrice, quella coscienza che ha fatto fare innegabili progressi storici alla società nel suo insieme. Affermare, quindi, che i lavoratori di quella fabbrica sono isolati significa semplicemente dire che sono stati smontati pezzo per pezzo tutti gli elementi della coscienza di classe e della sua base materiale in quanto i sindacati confederali, aiutati da quella “sinistra” che li ha sostenuti nelle peggiori scelte concertative, ormai svolgono da tempo una funzione di controllo politico, di divisione, di dichiarato depotenziamento e non di organizzazione dei lavoratori seppure su posizioni riformiste.


LE CONDIZIONI DELLA RIPRESA

Tentare di affrontare la “questione sindacale” nel nostro paese è molto complesso e deve tenere presenti sia elementi che fanno parte della storia del movimento operaio sia quegli elementi di trasformazione che sono intervenuti e che hanno modificato radicalmente le condizioni della ripresa del sindacato di classe. I caratteri di queste condizioni sono molteplici, ci limitiamo, in questa sede, a descrivere quelli che ci sembra abbiano un valore strategico e politico attuale.

Il primo è indubbiamente la modifica della composizione di classe dei lavoratori nella loro condizione di lavoro, di qualifica e di identità. Questo è il prodotto della grande ristrutturazione di questi ultimi decenni che ha dislocato la produzione di merci e di servizi su un piano internazionale cambiando la collocazione dei lavoratori italiani dentro il processo produttivo e di valorizzazione capitalistica a dimensioni mondiale.

L’altro è il livello di reddito raggiunto nei paesi a capitalismo avanzato, detti anche consumatori, ruolo svolto, particolarmente nell’ultimo decennio, dagli Stati Uniti, che modifica la disponibilità al conflitto e la modula sulla base del corso dei cicli economici che, peraltro, ora sono fuori controllo anche dei poteri finanziari internazionali, come dimostra l’attuale incrudimento della crisi mondiale, i rischi di recessione e di palese stagflazione.

Sul mondo del lavoro hanno inciso anche i processi di riorganizzazione politica ed istituzionale del nostro sistema riducendo la capacità di comprensione politica delle classi subalterne, la radicalità delle loro espressioni, le stesse possibilità di lotta vertenziale e rivendicativa nei posti di lavoro sia a causa di elementi politici, il monopolio dei diritti sindacali da parte di CGIL, CISL, UIL, sia a causa di elementi strutturali come lo sviluppo della condizione generalizzata di precarietà dopo le ondate di ristrutturazione che hanno sconvolto l’assetto del ciclo fordista.

Questo insieme di elementi strutturali, economici e politici estremamente contraddittori hanno prodotto una condizione che ribalta il rapporto tra politica e le lotte sociali e sindacali. Infatti di fronte alla arretratezza del livello politico-istituzionale quello che emerge è che il conflitto sindacale e sociale in genere esprime contenuti più avanzati di quelli dei partiti di “sinistra” ma anche delle formazioni politiche anticapitaliste e comuniste che però non hanno una effettiva capacità di rappresentanza politica generale. Questo elemento va ben considerato perché è uno spazio possibile su cui agire, dove la crisi strutturale che si manifesta dall’inizio di questo secolo rende difficile alla politica istituzionale ed al controllo confederale di far funzionare appieno la loro egemonia moderata e subalterna ai poteri forti.

Siamo di fronte ad un quadro complesso ed inedito ed è con questo che bisogna fare i conti; prima ancora che sul piano delle lotte e dell’organizzazione bisogna acquisire la comprensione esatta della situazione, delle sue potenzialità e di quale ruolo possono svolgere le forze politiche che hanno un carattere di classe. Ovviamente non possiamo dare in quanto Associazione ne risposte ne indicazioni poltico/pratiche, ci sembra però fondamentale lavorare ad un contributo teorico e politico, da mettere a disposizione del movimento reale, per uscire da una condizione in cui ci ha cacciato una cultura politica subordinata allo stato attuale delle cose ed alla pretesa dell’eterna, quanto immodificabile, vigenza dei rapporti sociali capitalistici.

Associazione Politica e Classe - Bologna

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