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(5 Febbraio 2012) Enzo Apicella

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Le ragioni del no all'ipotesi di riforma contrattuale

No al documento cgil, cisl, uil sulla contrattazione
No alle gabbie salariali e allo scambio salario-produttivita’
No allo smantellamento del contratto nazionale di lavoro

(17 Maggio 2008)

Il documento Cgil, Cisl, Uil sulla riforma della contrattazione è profondamente sbagliato perché di fronte alla catastrofe dei salari italiani, che sono i più bassi tra quelli dei paesi industriali più avanzati, invece che mettere in discussione la politica di concertazione e moderazione salariale che negli ultimi quindici anni ha portato a questo risultato negativo, la ripropone in termini ancor peggiori.

Il documento infatti:

Dichiara che per migliorare le condizioni di reddito, di sicurezza e qualità del lavoro è necessaria la crescita della qualità, della competitività e della produttività. Nel documento non si parla mai di redistribuzione della ricchezza e si ripropone nei fatti la politica dei due tempi: prima lo sviluppo e poi i soldi. Ciò significa, in altri termini, che per guadagnare di più bisogna semplicemente lavorare di più. Questo avrà effetti negativi su tutti, e in particolare sulle donne che, già oggi, hanno i salari più bassi e che sono meno disponibili allo straordinario perché, tra lavoro produttivo e lavoro di riproduttivo, di fatto di lavori ne fanno due.

Limita l’aumento del contratto nazionale all’inflazione “realisticamente prevedibile”, che verrà misurata con un nuovo paniere. Nei fatti le richieste dei contratti nazionali verranno preventivamente vincolate a quanto concordato a livello centrale tra confederazioni e controparti, pubbliche e private. Il riferimento al “sostegno e alla valorizzazione del potere d’acquisto” non significa che i salari possono davvero aumentare. Il rischio concreto è di chiamare con un altro nome quell’inflazione programmata che ha distrutto nei contratti il potere d’acquisto dei salari. Infine, si allunga di tre anni la durata dei contratti. Con il rischio di diluire ancor di più nel tempo gli scarsi aumenti salariali degli accordi nazionali.

Afferma che per “accrescere” i salari la sede è la contrattazione di secondo livello. Essa verrà legata a 5 parametri: “produttività, qualità, redditività, efficienza, efficacia”. La contrattazione di secondo livello potrà avvenire sia in azienda che a livello territoriale. Tutte le regole della contrattazione di secondo livello verranno di nuovo ridefinite con i rinnovi dei contratti nazionali. In sintesi, quando si concorderanno gli aumenti dei contratti nazionali si definirà anche lo spazio per la contrattazione aziendale o territoriale. E’ chiaro allora il rischio concreto del federalismo contrattuale, cioè delle gabbie salariali e del dilagare del salario individuale e di quello totalmente variabile e flessibile.

Cancella il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a votare sulle piattaforme. Si voterà - e non con il referendum ma tramite la “consultazione certificata” – soltanto sugli accordi già definiti, senza così una reale e sostanziale partecipazione dei lavoratori ai negoziati. Così, si va verso un modello centralizzato e burocratico delle relazioni sindacali, privo di reale democrazia.

Nel momento in cui i lavoratori avrebbero bisogno di rafforzare il contratto nazionale, per trovare assieme la forza di superare la frantumazione delle aziende e la precarizzazione, il ricatto del posto di lavoro e l’attacco continuo ai diritti, il documento Cgil, Cisl, Uil all’opposto indebolisce proprio il principale strumento di forza dei lavoratori: il contratto nazionale. Lo fa sulla base di un’idea sbagliata, quella che le retribuzioni in questi anni non sarebbero aumentate per troppo contratto nazionale. In realtà ce ne è stato troppo poco.

L’accordo del luglio del 1993 già poneva dei vincoli al contratto nazionale, legandolo all’inflazione programmata, e puntava in azienda sul rapporto tra salario e produttività. Invece che abbandonare questi vincoli che hanno portato il salario italiano al 23esimo posto nei paesi Ocse, il documento Cgil, Cisl, Uil li rafforza, peggiorando e non migliorando l’intesa del 23 luglio.

Così la trattativa si apre in modo verticistico, con un documento rigido e immodificabile che non è stato votato dalle lavoratrici e dai lavoratori, senza vincoli reali di mandato e con il rischio di una conclusione al ribasso rispetto agli stessi scarsi diritti già oggi esistenti.

La Confindustria vuole smantellare il contratto nazionale per poter distribuire soldi in maniera discriminatoria tra le lavoratrici e i lavoratori. Bisogna prepararsi allo scontro, non a nuove concessioni. Per questo proponiamo in alternativa:

Di abbandonare il vincolo dell’inflazione rispetto ai contratti nazionali. I contratti devono poter aumentare i salari quando l’economia va bene e garantire il potere d’acquisto quando va male. Occorre, cioè, un’offensiva salariale fatta di forti aumenti nei contratti nazionali per tutte le lavoratrici e i lavoratori.

Un meccanismo di aumenti salariali automatici che recuperino, anche solo parzialmente, la crescita dell’inflazione, in particolare nel caso in cui le imprese tardino a rinnovare i contratti o i prezzi aumentano improvvisamente.

La riduzione dei vincoli che legano rigidamente il salario alla produttività e alla flessibilità, con la piena libertà nelle aziende di contrattare sulle condizioni di lavoro, sulla professionalità, sul salario.

Una maggiore democrazia sindacale fondata sul diritto delle lavoratrici e dei lavoratori di decidere con il voto segreto e con pratiche trasparenti e controllate, sulle piattaforme e sugli accordi. Il superamento delle quote riservate alle organizzazioni firmatarie dei contratti nelle elezioni delle Rsu, una vera partecipazione alle scelte del sindacato a tutti i livelli.

Occorre rivendicare una politica economica che tuteli i salari e le pensioni e ridistribuisca effettivamente la ricchezza. Bisogna ridurre le tasse per tutto il salario e la pensione e non solo per le ore di straordinario. Va ripristinato un controllo dei prezzi e vanno migliorati le prestazioni dei servizi pubblici. Si deve tassare la ricchezza accumulata in questi anni. Diciamo basta alla moderazione salariale e alla concertazione, che sono le vere cause del disastro dei salari in Italia, diciamo basta alla precarietà del lavoro e dei diritti.

SI' AL CONTRATTO NAZIONALE, AL SALARIO,
SI' AI DIRITTI, AL LAVORO SICURO
SI' ALLA DEMOCRAZIA SINDACALE


Roma, 16 maggio 2008

Rete 28 Aprile nella Cgil per l’indipendenza e la democrazia sindacale
http://www.rete28aprile.it

Fonte

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