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Le grandi firme scelgono il Veneto e il Veneto subappalta ai mercanti di schiavi cinesi

(9 Giugno 2008)

Dai dati della puntata di Report di domenica 18 maggio e dagli approfondimenti dei quotidiani locali nei giorni successivi, emerge una realtà di lavoro in semi-schiavitù nel settore calzaturiero veneto che riguarda decine di migliaia di lavoratori e di lavoratrici cinesi che lavorano senza diritti e talvolta anche senza salario nei laboratori gestiti da imprenditori loro connazionali.

In questi anni di chiusure e di delocalizzazioni (ad esempio dei 122 tomaifici che esistevano nel 2000 insediati in Riviera, oggi ne rimangono 12) la produzione non sempre è andata lontano.
Mentre una parte del ciclo veniva e viene delocalizzata nei paesi dell'est europeo, un'altra parte si è spostata di poche centinaia di metri, subappaltata ai laboratori dei terzisti cinesi.
Il numero di questi laboratori è stimato essere di 2mila e la forza lavoro impiegata di quasi 40 mila tra lavoratori e lavoratrici, tutti cinesi e quasi tutti in condizioni di clandestinità e quindi costretti a lavorare in una situazione di semi-schiavitù (fonte il Mattino di Padova, 20 maggio 2008).

Di fronte a questa situazione la maggior parte del padronato è "realista" e punta il dito solo sui cinesi della Cina accusandoli di concorrenza sleale.
Il presidente dell'Acrib (Associazione Calzaturieri della Riviera del Brenta) Giuseppe Baiardo dichiara al Mattino di Padova: "quello che come Acrib dobbiamo combattere sono le truffe, scarpe che non hanno alcuna lavorazione italiana ma hanno la nostra etichetta".
Lo stesso giustifica in qualche modo il ricorso ai laboratori cinesi locali: "la verità è che [addetti specializzati] non ce ne sono e i cinesi hanno riempito uno spazio lasciato vuoto", e cerca di minimizzarne il numero: "la quota di tomaie affidate ai cinesi arriva al massimo al 10%".

Ma può essere che chi parla sia ormai solo un dipendente del capitale francese attratto qui dalle capacità professionali degli operai, ma anche dalle ampie disponibilità di produrre in modo semi-irregolare.
Il ricorso ai laboratori cinesi permette di ridurre i costi di produzione e di avere allo stesso tempo un prodotto "made in Italy". A tutto vantaggio dei profitti.
Occorre ricordare che il distretto della Riviera produce scarpe griffate con prezzi finali stimati di 500 euro al paio. Ma il cui costo reale è inferiore ai 100 euro, con gli operai che devono correre lungo la manovia per bassi salari. O, nel caso dei lavoratori i cinesi, per 4-500 euro al mese.

C'è anche un'altra parte del padronato che invoca il lavoro autoctono "tradizionale" senza bisogno dei cinesi.
Ad esempio René Caovilla, titolare di quella che il Mattino di Padova definisce "un'azienda famosa per le sue scarpe gioiello", che dalle colonne del giornale dichiara: "A noi che facciamo il vero made in Italy non dispiace affatto che questa situazione venga alla luce. E’ ora di finirla".

Ma in entrambi i casi occorrerebbe indagare seriamente quali siano le condizioni reali di lavoro e di salario nelle fabbriche e dove si vada ad attingere alla forza lavoro, tra i cinesi o ... tra i pensionati e le casalinghe della Riviera.

Vale sempre la regola d'oro del capitale, e cioè retribuire il meno possibile, poi ognuno, funzionari delle multinazionali della moda o imprenditori locali, si arrangia a metterla in pratica come meglio riesce.

I sindacati confederali di categoria da parte loro dovrebbero spiegare come mai in quel laboratorio della concertazione che è stata, ed è, la Riviera del Brenta, non si sono accorti di nulla.
Anzi Cgil e Cisl assieme all'Acrib hanno firmato nel 2002 un accordo per l'adozione di un "codice di condotta" e di un "marchio sociale" per i calzaturifici della Riviera. Un marchio che dovrebbe certificare che nella produzione non è stato utilizzato né lavoro minorile, né lavoro forzato!

La realtà è che questo sistema di sindacato ha abdicato da tempo al proprio ruolo e a furia di concertare con il padronato cessioni di rami d'azienda e scorpori dei processi produttivi ha perso il controllo dell'organizzazione del lavoro, e di conseguenza, consciamente o inconsciamente, ha aperto le porte al ritorno dello sfruttamento semi-schiavistico nel XXI secolo.

A questo punto l'interrogativo per gli operai della Riviera è grande. E' possibile difendere ancora i nostri salari noi da soli, nonostante delocalizzazione e laboratori semi-schiavistici?
O è necessario organizzarsi assieme?
Organizzare la difesa degli operai cinesi che lavorano in condizioni di semi-schiavitù perché tutta la classe lavoratrice sia in condizioni di difendersi dall'attacco capitalistico in atto?

Per difendere e progredire negli interessi generali della classe lavoratrice della Riviera del Brenta, forse è arrivato il momento che i lavoratori e le lavoratrici si interroghino sulla necessità di costruire una nuova forma sindacale dal basso, a partire da loro stessi, dai luoghi di lavoro, superando la diffidenza e coinvolgendo tutti gli sfruttati dal capitale, magari concentrandosi su un piano di sindacalizzazione di tutte le lavoratrici e i lavoratori sottoposti a forme di semi-schiavitù, con l'obiettivo di fare avanzare i diritti e i salari di tutte le lavoratrici e i lavoratori della Riviera.

Tra i lavoratori
non ci sono stranieri
l'unico straniero qui
è il padrone.

(slogan degli operai americani in sciopero ad oltranza a Lawrence, nel 1912)

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