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C’era una volta l’America buona… oggi c’è l’Europa.

(6 Luglio 2008)

C’era una volta l’America buona. Era la favoletta che dopo la seconda guerra mondiale e per circa una trentina di anni è stata raccontata dai mass-media e ha affascinato molti: intellettuali progressisti, giovani, persone acculturate ed individui comuni che vedevano negli USA, a seconda dei casi, la patria della libertà, dell’accoglienza, della democrazia, dell’individualismo, della possibilità del fare, delle opportunità, della scalata sociale, del welfare ecc..

C’è voluta la guerra del Vietnam alla fine degli anni ’60, i suoi orrori ed i suoi morti, per demistificare questa visione buonista dell’America.
Allora si è incominciato a parlare dell’”altra America”, quella della contestazione, degli hippy, delle black panthers ecc. senza capire che quest’America, estremamente minoritaria, riusciva ad incidere solo in modo marginale ed episodico sul connotato principale degli USA: l’aspetto imperiale, regolatore supremo di tutti gli equilibri internazionali.

Soltanto in pochissimi casi, dovuti all’evidente fallimento di questa politica sui campi di battaglia, questa politica è stata messa in discussione dal cambiamento dell’opinione pubblica interna, sollecitata in questo dalle poderose lotte condotte dall’“altra America”.

Ora è la volta dell’Europa.
Anche sull’Europa continuano a raccontarci la solita favoletta che nel passato valeva per gli USA.
C’è addirittura un politologo americano, il neoconservatore Robert Kagan, che ha paragonato gli statunitensi a figli di Marte, mentre gli europei sarebbero figli di Venere.
Per gli americani, dunque, gli europei sono degli smidollati.
In un mondo dove se vuoi resistere alla concorrenza internazionale e farti rispettare devi, per forza di cose, assumere e praticare aspetti bellicosi in politica estera, mentre sul piano interno si deve ridurre il welfare (come l’attuale modello americano impone) al livello di mero aiuto alla sussistenza, secondo la teoria statunitense di “assistenzialismo compassionevole” che è in sostanza una forma di carità mascherata.

Ma ora l’Europa sta riguadagnando di gran carriera, in peggio, il tempo perso.
Gli ultimi provvedimenti (direttive) sull’orario di lavoro, sull’immigrazione (normativa sui rimpatri e sulla detenzione nei CPT), sulla gestione italiana dei rifiuti ecc. mostrano in che direzione di marcia si procederà anche in futuro.

Alla fine sta venendo meno la foglia di fico dietro cui si celava l’Europa “faro di civiltà”.
Infatti la legislazione europea non è un corpus giuridico elaborato in modo indipendente e sovrano che viene calato dall’alto nei vari stati che compongono l’Unione.
Essa non è altro che la “forma armonizzata” delle legislazioni già vigenti nei singoli paesi.
Quindi, si può arrivare ad una mediazione giuridica che può recepire in vario modo e con varie gradazioni sia le norme più avanzate che quelle più arretrate, ma in ogni caso tenendo d’occhio la necessità di affermare gli interessi della fortezza Europa.

E’ il caso proposto dalla Gran Bretagna della possibilità di legalizzare in sede U.E. l’orario settimanale di lavoro di 65 ore perché lì già in vigore.
Naturalmente in una fase come quella attuale, la concorrenza per le direttive nei settori economico-sociali è fatta al ribasso, non al rialzo.
Ciascuno stato tende ad adeguarsi agli standard più bassi in vigore negli altri paesi della UE.

Prendiamo il caso della polemica intercorsa tra ministri spagnoli e ministri italiani sul problema dell’immigrazione.
C’è da segnalare che, una volta tanto, i ministri berluscones avevano ragione.
Gli spagnoli che, a parole, si sono lamentati dei provvedimenti xenofobi e razzisti presi dal governo italiano, non vanno poi tanto per il sottile quando tocca a loro reprimere gli immigrati ed i tentativi di immigrazione clandestina.
I fatti avvenuti a Ceuta e Melilla insegnano.
Ma di esempi simili se ne potrebbero fare a centinaia.

Insomma quest’Europa, nata anni addietro tra squilli di trombe e rulli di tamburo come nuova potenza soft in grado di affermarsi senza negare i valori di giustizia, civiltà e democrazia si rivela per quello che solo può essere.
Una potenza imperialista attraversata da contraddizioni per la necessità di mediare tra i diversi interessi nazionali soprattutto delle grandi potenze che la compongono, ma assolutamente unita sulla sostanza della politica da attuare verso i lavoratori ed i settori sociali deboli all’interno e la politica di dominio verso le aree periferiche della stessa Europa e del resto del mondo.
Sorprende perciò che anche nelle file dei movimenti continui ad affermarsi la tendenza a vedere l’Europa come una potenziale sponda di ultima istanza a cui rivolgersi per trovare ascolto alle proteste contro le misure antipopolari attuate dai singoli governi.
Ciò risulta tanto più incomprensibile quando ormai la maggior parte dei provvedimenti presi nei singoli stati vengono giustificati in nome delle direttive europee alle quali si sostiene di non potersi sottrarre.
Insomma se è vero che il difficoltoso processo di integrazione europea sta sottraendo pezzi di sovranità ai singoli stati, la nuova sovranità che si va realizzando non presenta il volto più umano di quella che l’ha preceduta e per altro ancora in buona parte vigente.

L’Europa, meno ancora dei singoli stati nazionali esprime gli interessi dei generici cittadini che la compongono, bensì quello dei grandi gruppi economici e della sua burocrazia politica adeguandosi ai nuovi livelli di centralizzazione e di concentrazione che la competizione internazionale determinata dalla globalizzazione e dalle difficoltà di valorizzazione impongono.
I movimenti non possono certo prescindere dal confrontarsi con tale nuovo potere che si va progressivamente strutturando, ma devono aver presente che esso rappresenta non un interlocutore bensì una controparte delle istanze delle singole vertenze, da affrontare magari trovando momenti crescenti di unità e di coordinazione con i movimenti di altre realtà nazionali che si oppongono alle politiche liberticide ed antiproletarie della comunità europea.

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