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Buona notte, Italia

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(11 Giugno 2010) Enzo Apicella
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“Urgenze”, affari privati, regalie, ovvero: anestesia italia

(9 Luglio 2008)

Il nostro paese, è la nazione delle emergenze, il luogo dove prevenzione e programmazione, suonano bestemmie. Un paese, dove la percezione di insicurezza provoca sdegno popolare contro lavavetri, ambulanti e “fannulloni”, ma che riesce a dimenticare di essere culla dell’evasione fiscale e contributiva, di avere “rappresentanti del popolo” con precedenti penali, di possedere il più alto tasso di nepotismo clientelare; così come oblia l’impunità di faccendieri operanti nella finanza, nello spettacolo e nello sport, la collusione dei cosiddetti colletti bianchi con la criminalità organizzata, l’impunità di imprenditori che mercificano i diritti ed il lavoro.
L’Italia, dopo il sole, il mare e la squisita cucina mediterranea, possiede altre attrattive, che la rendono unica al mondo: il “piano industriale” ( sic! ) per la pubblica amministrazione ed il decreto legge, panacea per i suoi mali.
Quest’ultimo, è un atto con forza di legge che può essere adottato dal governo in casi straordinari di necessità ed urgenza, con misure di immediata applicazione. La Corte Costituzionale considera un requisito unico la straordinarietà, la necessità e l'urgenza. Il decreto legge è un provvedimento provvisorio con forza di legge, che entra in vigore immediatamente, il giorno stesso (o il giorno successivo) della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Tuttavia, se non viene convertito in legge dal Parlamento entro sessanta giorni dalla sua pubblicazione, decade retroattivamente. La sussistenza dei presupposti è rimessa alla valutazione discrezionale dallo stesso Governo, che peraltro ne assume la responsabilità.
Per l’attuale governo, degnamente supportato da organi di stampa e radiotelevisivi, i decreti legge sulla “sicurezza” e quello sullo “sviluppo economico” ( con i relativi disegni di legge ivi inseriti ), possiedono elementi di necessità ed urgenza, rispetto a tante altre emergenze.
Naturalmente, analizzare in tale contesto tutti i provvedimenti sarebbe impossibile, tanto vasta è la materia trattata, quanti sono i richiami di legge, ma al popolo narcotizzato degli iper-tutto, dei centri commerciali e degli outlet basta far “recepire” la mission.
L’esecutivo dunque, prodromica la passata legislatura, privilegia peculiari “urgenze” in un contesto nazionale dove coesistono 4,4 milioni di “imprese” ( una ogni cinque abitanti ), che investono poco in ricerca e formazione, elemosinando denaro pubblico, qualora lo facessero. Aziende, che utilizzano massicciamente lavoro precario a basso costo, privilegiando la redditività sulla produttività. E se scende il tasso di disoccupazione, non sale quello occupazionale ( anche se, statisticamente, i morti ammazzati sul lavoro risultano occupati ), una tendenza, questa, fondamentalmente causata dalla rinuncia alla ricerca attiva di lavoro. Un paese, quindi, che cresce poco e sempre più disuguale ( ricerca ISTAT 2008 ), causa differenze di genere e distribuzione del reddito.
Il potere d’acquisto di salari e stipendi è tra i più bassi d’Europa, nonostante il numero di ore lavorate ( udite! ) siano state nel 2007 mediamente 1.824, contro le 1.794 dei paesi OCSE, che ha divulgato i dati. Peggio di noi, Turchia, Messico, Grecia e Corea. Queste, non sono percezioni!
Intanto, crescono l’incertezza, l’insicurezza ( quella vera ) e l’infelicità. L’ instabilità dei mercati finanziari e le speculazioni globali, la mancanza di protezioni sociali, sempre più incapaci di compensare gli accresciuti rischi prodotti da un mercato del lavoro precario e flessibile, i mutamenti complessivi di una società destinata ad essere sempre più meticcia, la dipendenza verso altre istituzioni europee ed internazionali, convogliano le esistenze, verso un solipsismo sempre più esasperato.
Nessuno si illuda che toccherà all’altro, al “fannullone”, al diverso, subire la normalizzazione imposta per decreto legge: le politiche per la “sicurezza”, per le privatizzazioni, per la flessibilità nel mercato del lavoro, per il taglio dei costi alle imprese, per la limitazione dell’attività sindacale, per lo svuotamento delle funzioni del pubblico impiego, sono mezzi per accrescere un più ampio controllo sociale e garantirsi la governabilità al di fuori delle regole.
Produttività e meritocrazia: quale significato possono avere in un paese dove l’economia è prevalentemente terziaria e dove basta una telefonata per fare la “valletta” in un quiz televisivo? Ci spieghino, come oggettivamente quantificare e qualificare la produttività, specie nella pubblica amministrazione; o come e chi, valuta i meriti in un contesto clientelare come il nostro. ( Riguardo le “vallette”, basta un ulteriore decreto che abolisca le intercettazioni ).
Tuttavia, attuare la “cultura” della produttività, ha ben altri intendimenti: rendere i cittadini ricattabili nei luoghi di lavoro, avere personale addomesticato ed in competizione per trenta denari, affinché si crei un modello di amministrazione consono alle esigenze del privato che, come previsto, dovrà subentrare in alcuni servizi. Una sorta di propedeutica all’accattonaggio, che purtroppo sta trovando humus adeguato.
Non una parola sul ridimensionamento del personale e dei carichi di lavoro, sulla mancanza di investimenti e formazione, sulle risibili retribuzioni, contrapposte a quelle dei manager pubblici e consulenti. Ci spieghino, allora, come la reificazione dell’ideologia della produttività, abbia potuto provocare disastri come Parmalat, Alitalia e Telecom. Ci chiariscano la ragione di certe buone uscite milionarie.
Come già detto, risulta complicato esporre il contenuto dei decreti, causa richiami ad altri articoli di legge, ma vorremmo evidenziare l’urgenza dell’art. 41, comma 12, del decreto legislativo 112/’08, che così viene esplicato nella circolare dal Ministero del lavoro del 2 Luglio 2008: “ …..viene eliminata l’ipotesi della sospensione dell’attività imprenditoriale nel caso di reiterate violazioni della disciplina in materia di superamento dei tempi di lavoro, di riposo giornaliero e settimanale e pertanto le causali del provvedimento di sospensione sono rappresentate esclusivamente dall’ipotesi del lavoro nero in misura pari o superiore al 20% della manodopera trovata sul posto di lavoro e da quella delle gravi e reiterate violazioni in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.” Traduzione: nessuna sospensione del cantiere se vengono superati, anche reiterativamente, ore di lavoro e riposi, ma solo nel caso di reiterate violazioni inerenti la sicurezza ( ! ). Un capolavoro! Si invitano gli imprenditori ad aumentare la “produttività”, ovviando alle più banali norme di sicurezza ( si sta parlando di cantieri ! ). Se qualcuno crepa, grazie all’urgenza decretata, il datore di lavoro, rischia meno di un ambulante abusivo, in regola con il soggiorno e presso cui compriamo false griffe per i nostri sogni non appagati.
Questo ci è dato, oggi, dopo decine di omicidi sul lavoro. Questo, dopo ipocrite dichiarazioni, dinnanzi a bare e figli in lacrime. Questo, grazie all’ideologia della produttività, del profitto e del libero mercato. La detassazione dei straordinari, farà il resto.
Brunetta, intervenendo legislativamente sulle norme e le previsioni contrattuali nel pubblico impiego, pone le basi per la sua privatizzazione ( sono previsti, nel triennio, circa 26 miliardi di tagli di spesa nei ministeri, nella scuola e per il personale ), le cui ripercussioni si faranno sentire sui lavoratori/cittadini. Ma l’acme si raggiunge con la previsione della “mobilità delle funzioni amministrative”. In parole povere: le amministrazioni potranno individuare tra le loro funzioni ( se, come avverrà, ci saranno risparmi di spesa ), quelle che potranno essere compiute da altri soggetti, pubblici o privati. Per come sarà ridotto il settore pubblico ( vedi anche blocco del turn over ), immaginiamo a chi spetteranno le prerogative. Il cittadino, quindi, anche se non contestualmente, dovrà comunque pagare in altro modo per dei servizi un tempo gratuiti. E’ la banale legge del profitto.
Naturalmente, anche i servizi per l’impiego, nella loro più ampia accezione, saranno investiti dalla grande riforma e verranno privati di determinate funzioni più appetibili. Sono anni che lo andiamo ripetendo, ma taluni hanno ritenuto che la massima funzione dei Servizi, fosse quella di essere terminali di progetti implementati in altri contesti; di adempiere a banali procedure burocratiche, quali l’istruttoria di “pareri di conformità” per l’apprendistato ( fra poco ridimensionata anche questa, come da decreto legge ); le assurde iscrizioni dei disoccupati; il certificare, fino a pochi giorni fa, le dimissioni volontarie; avallare preselezioni non sempre garantite per il disoccupato. Ad ogni battito d’ala di farfalla, petto in fuori, s’avanzavano verso
le nuove disposizioni con piglio di chi fosse partecipe di chissà quali rinnovamenti. Oggi ci arrivano le risposte.
Da parte nostra, mentre altri si crogiolavano nelle loro fittizie oasi, non sapendo cogliere i cambiamenti intorno ad essi, anche per opportunistici tornaconti, abbiamo cercato di denunciare il progressivo, prevedibile svuotamento delle funzioni dei servizi per l’impiego, chiedendo la riqualificazione mirata di un personale, che attualmente, date le condizioni, non potrebbe offrire più di quanto sta fornendo. Un ulteriore passo verso la “mobilità delle funzioni amministrative”, che sicuramente non saranno quelle sopra elencate.
Le direttive politiche del nuovo assessorato al lavoro e formazione, prevedono alcune priorità con dei corollari ( quanti ne sono a conoscenza? ): sul lavoro, la formazione e l’inclusione sociale. Ma con quale personale, ad esempio, si intenderà procedere” per rafforzare l’integrazione con i servizi presenti sul territorio”; chi sarà operativo per attuare “interventi mirati per la prevenzione e la sicurezza” ed “il contrasto alla precarietà” ( delle preselezioni abbiamo troppo spesso detto ); quale personale sarà utilizzato, presupponendo la conoscenza del territorio e del suo mercato del lavoro, per la “crescita qualitativa dei percorsi formativi” inerenti l’apprendistato o ad intervenire nei “percorsi mirati al target over 45”; chi sarà avviato a percorsi accanto ad immigrati, popolazione carceraria, rom, sinti e disabili.
Sicuramente, progetti ambiziosi ed apprezzabili, ma per la messa in opera ( almeno nei primi anni ) abbisognano di personale adeguatamente preparato ed ambizioso ( nell’accezione sana del termine), non arrivista e presuntuoso.
Non sappiamo, se come ipotizzato, ci sarà anche la gestione di cassa per una sorta di flexsecurity all’italiana, ne dubitiamo, considerata la finanza pubblica.
Nel frattempo, in attesa di nuovi eventi, che speriamo non essere mere flatu vocis, dobbiamo constatare come i servizi per l’impiego, per colpe ed incapacità oggettive, siano ancora strutture avulse dai territori in cui “operano”.
Nonostante l’ingerenza di istituzioni internazionali sugli Stati-nazione, questi, con una sorta di effetto domino, tendono a delegare altre competenze, che non siano gestione di conti pubblici o politica estera, a regioni, provincie e comuni, ridefinendo una nuova amministrazione dei territori.
L’istituzione locale ( attenzione a non mitizzarla, tanto da dimenticare il contesto macro economico-politico ), negli ultimi anni, ha voluto proporsi come nuovo soggetto autonomo, modello di sviluppo e di crescita del territorio di appartenenza, ma anche riferimento di prossimità per diversi attori operanti in esso. Ma quali sono questi attori? Sicuramente le pubbliche amministrazioni, poi tutto il privato ( banche, aziende, terziario ), ma anche quei circuiti sociali, luoghi di aggregazione di precariato giovanile, associazioni di volontariato ed organizzazioni non governative, tutti operanti in territori quasi mai omogenei, tanto da includere nei loro ambiti aree prossime di sviluppo ed arretratezza, dove si polarizzano presenze umane differenziate, con stili di vita e culture diverse, che spesso configgono.
Non è facile intervenire in tali ambiti, dato il contesto storico e le tendenze socio-economiche. Le attuali dinamiche del mercato del lavoro, l’assente inclusione sociale, la mancata redistribuzione della ricchezza, pretendono un diverso approccio delle istituzioni di prossimità. Non potrà mai svilupparsi un processo armonico di sviluppo tra i diversi attori, se la platea degli esclusi ( disoccupati, donne, immigrati, pensionati, precari, senza casa ) aumenta esponenzialmente e rimane mero oggetto di decisioni, piuttosto che essere aiutata a trasformarsi in soggetto protagonista e propositivo. Anche se riteniamo, che la presa di coscienza collettiva, possa prefigurare ben altre conquiste.
Le intenzioni programmatiche, spesso, collidono con la realtà prossima e sociale, la mancanza di strumenti idonei ad implementarle, pur essendo solo un aspetto del problema, non deve essere sottovalutata, se si sente l’esigenza di una politica realmente alternativa.
“Dentro”, è necessario ridare valore ad una struttura agonizzante e narcotizzata.
“Fuori”, ci sono condizioni ed interlocutori che non possono più attendere.

COORDINAMENTO REGIONALE RdB – CUB PUBBLICO IMPIEGO

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