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Da Piazza Navona alla giungla colombiana

Lavati con “diritti umani” e galateo, anche i capi grandi si restringono. Figuriamoci quelli piccoli.

(14 Luglio 2008)

Il libro “Mamma, ho perso la sinistra”: convergenze, obbedienze, connivenze di una Sinistra ex, Malatempora editrice, e il lungometraggio “L’asse del bene: Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador”, sulle grandi avanzate dei popoli indio-afro-latinoamericani, vi hanno risparmiato per qualche mese le intemperanze di questa rubrica. Ma è proprio il fatto che, descrivendo nel documentario soprattutto le gloriose conquiste di alcuni stati del Centro- e Sud-America e dei loro capi, recenti avvenimenti in quell’area e tra quei personaggi mi impongono di integrare l’apologia con un pensierino critico. Tanto per ristabilire l’equilibrio con un minimo di onestà intellettuale e di disponibilità alla critica, anche dei migliori e più cari. Ne parliamo dopo.

La fattispecie degli integralisti, veri, non di uno qualunque del miliardo di musulmani, è immortale. E ahimè spesso sorretta da assoluta buona fede e generosi intenti. Una volta, in un congresso di Italia-Cuba, si erse indignato contro il relatore che rilevava, nel quadro di un’immenso apprezzamento, qualche incrostazioncella burocratica a Cuba, qualche disagio giovanile, un irriducibile paladino di Cuba si erse a urlare: “Ma che, sei della CIA?” Analogamente, in un’assemblea dell’Ernesto, la componente del PRC in cui militavo, una delle campagne considerate più in gamba osservò che, “forse, Fausto Bertinotti è un po’ anticomunista”. Fu severamente redarguita, come per lesa maestà, dal muselide che guidava il gruppo, Claudio Grassi, il quale dopo aver calmierato per anni l’opposizione da sinistra al rinnegato in cachmere, per questi meriti approdò in parlamento e al voto per la distruzione dell’Afghanistan del welfare. Ieri partecipavo alla riunione di un gruppo di ottimi compagni del Movimento per la Costituente Comunista. Nel giro di interventi per rimettere in piedi qualcosa che assomigliasse a un embrione di rilancio comunista, si levò a parlare un bravo, appassionato compagno, di non implume età, per dire che “No! Assolutamente no. Manco per niente sono stato in Piazza Navona da Di Pietro. Che c’entro io con Di Pietro!”
E dove eri? “Stavo a casa!”.

Il compagno, in rossissima maglietta e voce tonante, mi faceva sgorgare nella mente quel personaggio di Carlo Verdone che, facendone il padre, gridava al figlio sbambocciato in hippie, “So’ comunista io! So’ comunista COSI’!”. Il compagno in rossa indignazione alla mera idea di poter stare sotto un palco di Di Pietro, merita ogni stima e tutto l’affetto. Anche perché segmento di un filo rosso che si dipana per tanto tempo, tanti affanni, e tante battaglie. Ma che ha anche finito con l’attorcigliarsi su se stesso e su tutto, fino a confondere vista, pensieri, prospettive. Intanto il comunista non spappolato in bertinottismo, grupettarismo autoreferenziale e romanamente compromissorio, quando c’è una piazza, ci insegnano Marx, Lenin e il buonsenso, non sta a casa, ma va dove stanno le masse. Per Gramsci, qualunque esse fossero, visto che al nemico non si regala nulla e di nessun uomo esiste una versione scontata. Ma poi, porcaccia la miseria, nella rarefazione delle sinistre, intese a raccogliere i cocci, a rianimare zombie, o a incollare detriti, questo Di Pietro, e Micromega e i girotondini e Travaglio (ottimo in Italia, pessimo per l’esterno) e Grillo (urlatore contro, dai piedi politici d’argilla) e Sabina Guzzanti, non avevano sopperito alla grande riunendo in piazza decine di migliaia, molti con le bandiere rosse, per sputare sulla banda dei quattro tutto il vomito che la sinistra vera condivide per l’oscena marmaglia e urlare tutta l’opposizione alla sua fascistizzazione mafiosa e imperialista? Perché, se papà non ci spegne l’incendio della casa perché si sta facendo delle pippe (o le fa alla banda dei quattro, rifiutiamo l’aiuto del vicino dipietrista? Ci rendiamo conto che così si sta più vicini agli inviperiti dell’establishment di Musharraf-Veltroni, di Papadopulusconi e di quel Catzinger giustamente castigato da Sabina? Ai pipini sul bagnasciuga che squittiscono di buone maniere, ai terrorizzati dalle piazze (ultima spiaggia), ai delinquenti punti nella fedina e nella carriera penale, agli apologeti, costi quel che costi, di un capo dello Stato che da una vita naviga negli anfratti sottocosta e che firmerebbe anche una consegna di uova marce, ai chierichetti – altro che fondamentalisti islamici – di quel Patzinger che, per come è addobbato, sembra Santa Rosalia in processione?

Nove decimi di quel che veniva esposto in quella piazza, rimbombando nel vuoto della complicità bipartisan universale con la imperialborghesia, andava condiviso da comunisti. Ci rendiamo conto che siamo in piena emergenza rifiuti? Non parlo di Napoli, ma di Papadopusconi e di Facteltroni (Facta e Veltroni, per chi avesse chiuso i libri di storia sull’agevolata vittoria del fascismo). Che è emergenza libertà, la prima in assoluto, ed emergenza sovranità, con il paese occupato militarmente dal genocida universale e dai suoi mercenari indigeni e consegnato imbavagliato all’oligarchia burocratica pompa-ricchi di Bruxelles? E anche emergenza laicità, con una classe dirigente a pecorone sotto il pastorale di Matzinger? E “il manifesto” che fa? Indugia, riflette, sospira, riferisce, cita. “Liberazione” del buonmanierista Sionetti, famoso per l’ apologo per il “nostri quattro ragazzi rapiti in Iraq”, l’ho visto l’ultima volta nelle soddisfatte mani di Olmert.

Ingrid Betancourt non ha esternato che ottima salute, gran forma (confrontatela con i sequestrati da Uribe), e poi una gragnuola di cazzate, vergognosi opportunismi, leccate al fantoccio narcofascista che stermina la sua gente, avallo a una delle massime bufale della storia latinoamericane, quella della sua liberazione per audace blitz uribesco. Le è sfuggita una sola cosa del tutto condivisibile, ma magari anche questa di puro opportunismo gallico: quando ha detto che avrebbe voluto anche lei dare a Materazzi una testata come quella di Zidane. Solo che Zidane, da prigioniero del calcio è diventato uomo libero. Lei, da prigioniera di guerriglieri è tornata, sì, stella dell’oligarchia, ma anche ostaggio dell’oligarchia criminale filo-yankee. Una signora della buona società colombiana, quella moderata, sottobraccio al più brutale serial killer del continente. Ricorda Woytila sul balcone con Pinochet. Ricorda Joe Ratzinger quando, avvinghiato da Bush, propone gli Usa come “modello etico del mondo”.
Il personaggio, ormai elevato all’empireo del mito e dunque decisivo sostenitore del terzo mandato del macellaio presidente, a dispetto del mare di corruzione, narcotraffico e stragi paramilitari in cui lo affoga la magistratura, è stato accarezzato anche dal “manifesto”. “Manifesto” il quale, dopo essersi lavato pure con i detersivi tossici Hillary e Barack, a inabissarsi nel mastello dei simpatizzanti non ci ha messo niente. Del resto non avevano tutti costoro anche accreditato l’altra mitica vicenda: quella della liberazione delle due Simone in Iraq, prestatesi davanti al regista Scelli della C.R.I., a improvvisare una liberazione in diretta? Non avevano condiviso i lamenti sulla repressione dei monaci tibetani che, poverini, non avevano che dato fuoco su commissione Usa a qualche negoziante cinese.

Sono decenni che voglio bene a Fidel Castro, che lo ammiro infinitamente, che lo sostengo per ogni dove e contro ogni depravazione diffamatoria e falsificatrice. Per questo ci ho rimesso anche il posto di lavoro a “Liberazione” e rimediato la mannaia del Veltrinotti. E’ da quando guidò una rivolta di popolo per il pane, che ammiro e seguo Hugo Chavez, ne frequento il paese, la rivoluzione, i fenomenali rivolgimenti sociali e geopolitici. Chi segue queste mie tiretere lo sa. Milito in un’associazione che esiste in difesa di Cuba e della sua rivoluzione e che, analogamente, sostiene i processi di emancipazione dell’America Latina. Non mi si venga perciò a fare bucce cretine, come quel fanatico del congresso di Italia-Cuba. E’ semplicemente tanto doveroso quanto scontato che da compagno a compagno si pongano in questione valutazioni divergenti, passi giusti o falsi. Magari l’uno convince l’altro, o viceversa. Magari ci si rende meglio conto tutti quanti. E allora, mi sia consentito, e anche se non lo fosse, ecco alcune domande a coloro che in tanti consideriamo i nostri comandanti rivoluzionari. Non siamo né alla Lubianka, né nel salotto di Bertinocchio, né alla mercé di Patzinger.

Caro Fidel,
prima hai detto che era tempo che le FARC la smettessero, poi ti sei corretto e hai negato di voler suggerire a qualcuno di deporre le armi. E vorrei vedere. In Colombia ci stanno le FARC e un popolo massacrato. Mica tu. Hai anche opportunamente ricordato, tra non molti, le mattanze di contadini per mano dell’oligarchia. Hai deplorato le crudeli condizioni nelle quali si troverebbero i “sequestrati” della guerriglia, ma non ti sei ricordato di dire qualche parola sugli oltre 500 militanti delle FARC, organizzazione marxista rivoluzionaria, in piedi da mezzo secolo, che marciscono da anni nelle orrende galere speciali di Uribe e degli Usa. Sono “ostaggi” i prigionieri dell’esercito di liberazione colombiano, in maggioranza esponenti dell’esercito, del narcoparamilitarismo di Uribe, del regime fascista? E sono innominabili coloro che, tra tortura e carcere a vita, pensano alla Colombia e all’America Latina come a una grande Cuba? E’ crudele la condizione di Betancourt e degli altri prigionieri e non degna di una menzione quella di chi, anche nel tuo nome, ha lottato e ha perso?

La canea mondiale contro le FARC – stesso paradigma satanizzante monotonamente ripetuto contro chiunque intralci la via ai licantropi della resa dei conti finale – non ha forse ricevuto dalle tue parole, come da quelle di Chavez, che prima riconosce le FARC e poi ne prende le distanze e gli intima di arrendersi, grande, terribile conforto?

Hai opinato che la consegna incondizionata dei prigionieri delle FARC, senza contropartita (avresti mai consigliato questo abbandono dei compagni carcerati di qualsiasi rivoluzione, compresa la tua?) avrebbe potuto aprire il capitolo della pace in Colombia. Quale pace? La pace di un popolo decimato, di un’opposizione politica e sindacale massacrata (20mila tra sindacalisti e oppositori), di un feudalesimo onnivoro, di un mercatismo draculiano, dei briganti mercenari israeliani e statunitensi che scovano oppositori per la garrota uribiana, di un parlamento al 30% in carcere o sotto inchiesta per narcoparamilitarismo, quasi fossimo in Italia? Tu e Hugo (il quale così ha perso uno sgomento pezzo di sinistra, cosa non proprio utile nella congiuntura che vede la IV Flotta USA e gli infiltrati reazionari riattivati contro la rivoluzione) consigliate alle FARC di intraprendere il processo politico a scapito di una popolazione contadina che solo dalle FARC ha avuto protezione contro l’esclusione e le stragi del regime? Vi siete scordati che non sono passati molti anni da quando le FARC fecero proprio questa scelta e la loro Unione Patriottica fu spazzata via come da fosforo bianco USA: 5000 attivisti e simpatizzanti del partito assassinati. C’è proprio da riprovare, ora, sotto Uribe, sotto Bush. E come se non verrà la pace. La pace del terrorismo di massa praticato dal narcofantoccio, non tanto contro le FARC, quanto contro i poveri, i lavoratori, i giovani del paese. La pace del sabotaggio terroristico e militare dei paesi progressisti. La pace di un narcostato, come quelli che l’elite finanziaria USA sta coltivando ovunque: Kosovo, Afghanistan, ora anche Iraq. Chavez ha dichiarato che, dopo averla interrotta anni fa, è ora pronto a riprendere la collaborazione con gli organismi antidroga statunitensi. Con quella DEA e quella CIA che della narcoproduzione e del narcotraffico (un triliardo di dollari all’anno nelle banche USA) hanno fatto la ragione sociale principale? Non è caduto proprio dalle tue parti, caro Fidel, tre mesi fa, un aereo Cia con 40 chili di cocaina colombiana a bordo?

Ma come, Fidel, hai combattuto una guerriglia per anni, commettendo anche apparenti errori e prendendo granchi, a volte corretti dal gran culo. Hai sostenuto i “fuochi di guerriglia” per tutto il continente e ora auspichi una pacificazione che porta a un “centrosinistra moderato” e beneducato, pensandolo possibile con la consegna del più grande movimento guerrigliero continentale nelle mani di un aguzzino corrotto e venduto, peggio di Pinochet? E senza una rottura drastica, un totale rovesciamento? Tutto quello che sta avvenendo di buono in America Latina, cari Fidel e Hugo, è il frutto di lotte per niente nonviolente e pacifiche. Masse di popolo con armi improprie (sempre armi sono), con l’avanguardia dinamitarda dei minatori e la guerriglia annosa degli indigeni, hanno cambiato la faccia di Bolivia e Ecuador, hanno rimesso nel palazzo presidenziale te, Hugo, avevano vinto una guerra in Nicaragua (poi persa “politicamente”), in Messico impegnano, nell’occultamento generale, i mezzi e i gendarmi dell’usurpatore ( e non si parla ovviamente dei pacificissimi “zapatisti”). E non basta. Le più grandi difficoltà all’imperialismo del Nord del mondo, in preda a bulimia da bancarotta, gliele oppongono le indomabili guerriglie di Iraq e Afghanistan, quella anch’essa taciuta nelle Filppine delle meretrice degli Usa, Arroyo. In Nepal, cuore geostrategico dell’Asia centrale, ha vinto la guerriglia e dopo aver vinto e spazzato via il regime, solo allora, sono entrati nella politica parlamentare. Si potrebe andare avanti per ore, nella storia e nel presente.

Penso che Fidel e Hugo dovrebbe riflettere sulla vicenda Togliatti-Berlinguer-Occhetto-Bertinotti-Veltroni-sinistre italiane: più ti sposti a destra e più ti si mangiano vivi. Ci saranno a quelle altezze, consapevolezze che magari noi quaggiù non percepiamo. Considerazioni relativi alla congiuntura, alla priorità di un’America Latina rosa e tollerabile per l’impero, ma almeno non bombardata. Insomma la celebre “ragion di Stato”. Ma quella, ahinoi, rischia di portarci dritti dritti a Yalta, alla consegna al capitalismo di metà del mondo nel nome della “coesistenza pacifica”. Bene di governi, quasi mai di popoli. Pace? Pace degli arresi. Pace che inaridisce i semi gettati dal Che dappertutto e in Bolivia. Semi rifioriti nelle fucilate tra golpisti e patrioti a Caracas, nella marcia dei sandinisti, tra gli scoppi dei candelotti di dinamite degli assalti ai palazzi di La Paz e Quito, sulle magliette col Che dei guerriglieri libanesi e iracheni.

Certe mediazioni, miei comandanti, non portano bene. Lo diciamo modestamente, intrisi di affetto e solidarietà, ma lo diciamo dal fondo del pozzo delle mediazioni.

14/07/08

FULVIO GRIMALDI
Mondocane fuorilinea

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