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Non basta un “progetto che riunisca”

(11 Agosto 2008)

Non basta un “progetto che riunisca” le sparse membra della sinistra italiana, come chiede oggi 10 Agosto 2008, Rossana Rossanda dalle colonne del “Manifesto”; ed è insufficiente, ed anche un po' sballata in alcune sue parti, l'analisi sviluppata da Alberto Asor Rosa qualche giorno avanti sulle pagine dello stesso “quotidiano comunista”.

Un progetto unitario, di adeguata rappresentanza politica della sinistra italiana, deve – ovviamente – essere perseguito, ma non può prendere le mosse da una “riunificazione dell'esistente”: deve essere chiaro come sia necessario ripartire non coltivando l'idea di appoggiarsi ai soggetti esistenti.

Entrambi i congressi, appena celebrati, da Rifondazione Comunista e dal PdCI hanno chiaramente confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, l'assoluta residualità che questi partiti rappresentano, nel loro insieme, maggioranze e minoranze(tanto per essere chiari,ancora una volta, la minoranza di Rifondazione Comunista oggi rappresenta nient'altro che quella “deriva governista” sulla quale cercherò di soffermarmi poco più avanti): una residualità che, quant'anche fosse messa assieme dal punto di vista organizzativo, potrebbe soltanto guardare all'indietro, ai tanti errori commessi, e non presentarsi come un punto di innovazione in questa fase di riallineamento del nostro sistema politico: punto di innovazione che invece è assolutamente decisivo che una nuova forza di sinistra sia posta in grado di rappresentare.

Ciò premesso cercherò di entrare nel merito della sola possibile “pars costruens” di un progetto, non entrando nel merito – per ragioni di semplice economicità del discorso – nell'analisi della situazione internazionale ed italiana: i fatti parlano da soli, la realtà della guerra, la spinta a destra, la vacuità dell'opposizione moderata, la degenerazione nella proposta di un rapporto tra politica e società fondata sull'immagine, la personalizzazione, l'imperversare dell'individualismo consumistico, i morsi di una crisi che allarga all'infinito le differenze sociali.

Insomma: le condizioni drammatiche in cui ci troviamo rendono, come si diceva una volta, indispensabile ed urgente riprendere il nostro cammino, in una forma molto diversa da quella adottata dalla sinistra italiana nel corso di questi ultimi anni, dalla deriva governista fino alla totale sparizione dal Parlamento.

Attenzione: ho parlato di deriva governista, e rivendico anche l'idea, nell'immediato del post – congresso di Venezia, celebrato da Rifondazione Comunista nel 2005, nel corso del quale era apparsa chiara la deriva verso la quale ci si stava avviando, della formazione di una “Sinistra non Governativa”.

Ebbene: quella “Sinistra non Governativa” serve anche adesso (mi permisi anche di indicare un modello, poi usato a sproposito in altre sedi: quella della Die Linke tedesca), ma ciò non dove significare inappropriate chiusure identitarie (del resto, nel caso dell'attuale Rifondazione Comunista, il rischio è quello di apparire ridicoli e non semplicemente settari) e soprattutto l'idea di una “opposizione eterna”.

“Sinistra non Governativa” deve significare , prima di tutto, il riferimento ad un orizzonte complessivo di trasformazione politica e sociale che non può trovare nell'idea attuale del governo parlamentare il proprio sbocco esclusivo: ecco, questo è stato l'errore (frutto di molti anni di corrompimento del proprio progetto politico) considerare il governo un traguardo, da conseguire sulla base di alcune linee di aggiustamento del quadro imposto dagli “altri”, e non come tappa per una idea di cambiamento, le cui linee di fondo dovevano rappresentare il punto ispirativo di qualsiasi azione politica e istituzionale, fosse questa di governo o di opposizione.

Anche nelle situazione di maggior offensiva dell'avversario, nel corso della quale il compromesso di governo può servire ad “allontanare” la destra, senza una ipotesi di transizione, senza un progetto di grande respiro politico e culturale, ci si avvia – come amaramente abbiamo constatato – al fallimento più clamoroso.

La politica delle alleanze diventa subalternità, l'autonomia del politico prevale: alla fine ci si ritrova privi di identità e di collegamenti sociali veri.

Tanto più, come nel “caso italiano” di questi anni, si è acceduto senza porre alcun contrappeso all'idea del maggioritario, si è creato un ceto politico negli Enti Locali che concepisce il rapporto con gli altri soggetti in mera chiave utilitaristica lasciando via libera al peggio, ci si è schiacciati in una idea di rapporto con i movimenti negatrice dell'autonomia culturale di tutti i soggetti in campo, fallendo l'analisi del loro sviluppo e della qualità delle contraddizioni di cui questi erano portatori (contraddizioni che, ovviamente, si sono spostate strada facendo, rendendone sempre più complessa la lettura in chiave di sintesi e proposizione politica).

Serve , dunque, un nuovo soggetto politico di sinistra che non rappresenti, voglio essere chiaro, il semplice reclamare di una continuità, più o meno, ideale con i fallimenti degli esperimenti di inveramento statuale dei fraintendimenti marxiani che hanno attraversato il XX secolo.

Quella storia non può essere reclamata nemmeno riferendoci a quelle sue parti che furono espressione minoritaria e di opposizione al suo filone centrale, che rimane quello rappresentato dall'URSS, dal “socialismo reale” e dalle sue conseguenze storiche.

Abbiamo fatto parte di quella storia: non dobbiamo abiurare, dobbiamo reclamarne la complessità e la nostra capacità di appartenenza, ma non è possibile ripartire da lì.

L'idea di una continuità, in quella direzione, non è riproponibile,e, tanto per continuare a fare chiarezza, le denominazioni di comunista e socialista possono trovare posto in una nuova insegna, a patto che sia chiara l'idea di appartenenza ad una soggettività proiettata verso il futuro che può essere legata,soltanto, alla grande tradizione del movimento operaio occidentale.

Un partito di sinistra, oggi, deve rappresentare una pluralità di riferimenti, stringendo il proprio progetto politico attorno al nodo della transizione e di una immediatezza progettuale, che si colleghi con una riflessione sull'idea di egemonia: non serve la semplice espressione di contrasto alla globalizzazione (e questo fu l'errore, fin dal 2001, nel rapporto con i movimenti), ma serve l'analisi della crisi dello Stato – Nazione (partendo dallo spazio politico europeo), dalla realtà dell'economia – mondo di oggi, dai livelli di interdipendenza politica.

Rilanciare, sulla base di una analisi che è ancora tutta da sviluppare, l'intreccio tra momento nazionale e momento sovranazionale, proponendo una ipotesi di unificazione nel progetto politico della sinistra che parta da alcuni punti fermi: l'allargamento della democrazia, l'utilizzo delle leve di fondo dell'economia da parte del potere pubblico, lo stato sociale, l'elaborazione di punti specifici di progetto collegati all'intreccio tra la contraddizione principale e le nuove contraddizioni post – materialiste, il rilancio dell'idea marxiana di fondo della trasformazione a partire dai “punti alti”.

L'idea della transizione insita in queste sintetiche affermazioni prevede un lavoro di lungo lena, che non può essere fatto da soli, richiede una rete di alleanze sociali e politiche, il rifiuto del settarismo, la stipula di nuovi livelli di compromesso: assieme a quello di egemonia va rilanciato un altro concetto gramsciano, che oggi è assolutamente decisivo intendere fino in fondo; quello della “guerra di posizione”, comprendendovi anche l'idea di quei riferimenti istituzionali, oggi indispensabili, che ai tempi del pensatore di Ghilarza non poteva essere visti per la differenza di situazione nel rapporto tra struttura e sovrastruttura.

L'esercizio della politica attorno all'idea dell'egemonia ci garantisce, inoltre, dal rischio delle degenerazioni che abbiamo vissuto nel corso di questi ultimi anni: perché al fondo l'idea di egemonia non può essere portata avanti se non attraverso l'espressione concreta di una “diversità” e questa espressione di “diversità” può essere raggiunta soltanto attraverso un forte rapporto tra etica e politica.

Ecco: forse è proprio nel rapporto tra etica e politica che potremmo cercare di trovare la chiave della ricostruzione di un nuovo soggetto della sinistra italiana, adeguato alle sfide del futuro.

Savona, li 10 Agosto 2008

Franco Astengo

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