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Nuovi scenari internazionali

(16 Agosto 2008)

La calura ferragostana non è sufficiente a giustificare il silenzio del movimento per la pace al riguardo della guerra in atto tra Russia e Georgia, nel Caucaso: una guerra piccola per le dimensioni geografiche di riferimento, ma di grande importanza non solo per l'oggetto del contendere del controllo della distribuzione delle fonti petrolifere azere, ma nell'insieme degli equilibri internazionali ( salirebbe alla memoria, un paragone con la guerra dei sei giorni del 1967, tra Israele ed Egitto).

Il movimento per la pace, in realtà è afono da tempo, nell'incapacità di sviluppare una propria strategia di intervento sull'insieme dei mutamenti in atto e della complessità degli elementi che compongono i diversi conflitti in corso nel mondo e pare, ormai, aver lasciato il passo alla logica delle “missioni umanitarie” che si muovono (lodevolmente, beninteso) di conserva con gli interventi militari multinazionali (ONU e NATO).

Nella sostanza il movimento per la pace si è frazionato, non riesce ad esprimere un proprio equilibrio globale e si fa dettare l'agenda, segue gli eventi.

Un elemento ulteriore di difficoltà, questo, per quei soggetti politici della sinistra che avevano pensato di “sfruttare” il ruolo dei movimenti, rappresentarne direttamente la sponda politica e, adesso, si trovano privi di riferimento, del tutto smarriti, oscillanti ed incapaci, appunto, di esprimere una propria autonoma soggettività proprio sul terreno, delicatissimo e fondamentale, della politica estera.

Proprio perché di “politica” estera si tratta, e non semplicemente di convocare manifestazione “contro” o “pro” questo o quello.

E' il caso, allora, di cercare di sviluppare un minimo di ragionamento attorno alla prospettiva che si sta aprendo e che, proprio, la guerra in Ossezia pare esemplificare al meglio, almeno in questo momento specifico.

Prima di tutto sono mutati i canoni dell'espressione del diritto internazionale, regolati fin dalla conclusione del secondo conflitto mondiale dal modello dettato dall'accordo di Yalta (intendiamoci: non intendo sostenere che quell'accordo fosse ancora in vigore, bensì come quello fosse il “modello”. Il modello sul quale del resto si era impostata la creazione dell'ONU, con il Consiglio di Sicurezza, il diritto di veto, ecc.).

Sta esaurendosi anche la fase della “superpotenza unica” che aveva surrettiziamente preso il posto del “modello Yalta” nella fase di transizione aperta con lo scioglimento dell'URSS e l'affermarsi, ad Oriente, di nuove potenze economiche: modello di “superpotenza unica” che ha raggiunto il suo culmine nella fase della cosiddetta “esportazione della democrazia”; esportazione, oggi, chiaramente impantanata nell'Iraq ed in Afghanistan.

E' ovvio, ma vale la pena di ripeterlo, il nuovo modello di relazioni internazionali è stato sperimentato nei Balcani e ha raggiunto un suo, primo, provvisorio modello di riferimento con l'autoproclamazione dell'indipendenza del Kosovo (un caso molto particolare di trattamento di quel meccanismo delicatissimo, a cui si fa molto spesso riferimento in maniera del tutto impropria, rappresentato dalla cosiddetta “autodeterminazione dei popoli) e lo smembramento della Serbia.

La superpotenza rimasta in carica ha, da quel punto, modificato la propria strategia passando dalla linea della già richiamata “esportazione della democrazia” alla linea dell'accerchiamento della nuova realtà che si presenta in competizione diretta: quella del possibile asse tra Russia, Cina, India.

Il solo asse possibile che può mutare le carte in tavola (l'UE è un nano politico, il Sud America, pur in grande fermento è troppo lontano dal “cuore” dei meccanismi veri dello sviluppo mondiale).

Dalla Polonia che accetta i missili USA, ai Balcani, al Caucaso, fino al sempre possibile attacco all'Iran questi i cardini di questa nuova strategia che non mira soltanto al controllo delle importantissime fonti energetiche, ma soprattutto al predominio politico mirato ad impedire lo stabilirsi concreto di un asse russo – indiano – cinese e alla conservazione del ruolo di “unica superpotenza”: il tutto all'interno del quadro di una profonda crisi finanziaria che ha il suo epicentro (ovviamente) proprio negli USA, dell'emergere di drammatici problemi ambientali, di crescita degli squilibri provocati dal neoliberismo dominante fin dagli anni'80 (al punto che il Premio Nobel dell'economia Stilgtz invoca più “sinistra”, nel senso classico della redistribuzione).

Impossibile fare previsioni, ma alcune linee di senso si sono possono individuare: il terreno su cui sviluppare una nuova dimensione per il movimento per la pace diventa, sempre più, quello politico. Dal nostro punto di vista l'utilizzo dello “spazio politico europeo” e della crescita di peso politico della UE, all'interno della quale aprire una forte dialettica sia a livello di opinione pubblica sia a livello di istituzioni diventa un fattore di intervento molto importante; così come, egualmente, diventa un obiettivo decisivo il forte contrasto alle azioni della NATO. Questo secondo aspetto richiama la questione del ruolo dell'ONU che, però, sarebbe troppo lungo e complesso affrontare in questa sede.

Nella sostanza, per inquadrare lucidamente i tratti essenziali della trasformazione in atto nei rapporti internazionali serve più “politica” e meno “movimento”: sarà una indicazione vaga, un po' controcorrente, non molto popolare, sulla quale mi è parso necessario porre l'accento in questi tempi difficili.

Savona, li 15 Agosto 2008

Franco Astengo

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