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Ossezia: muore anche la verità

(16 Agosto 2008)

mappa caucaso

MOSCA. I russi? Bugiardi, criminali e aggressori. Cannoni, tank e cacciabombardieri in azione nel Caucaso georgiano? Sono tutti dei russi. Chi ha messo in atto il colpo di mano in Georgia? Putin e Medvedev. Le forze russe di pace inviate in Ossezia? Sono degli orsi che si stanno svegliando dal letargo. Le vittime ossete sarebbero circa 2000? E’ un dato assolutamente falso che dimostra, tra l’altro, la mancanza di obiettività dei russi. La distruzione totale della città di Tskhinvali, capitale sudosseta ed epicentro degli scontri? Una invenzione della propaganda russa per creare confusione. Le notizie che giungono dal fronte parlano di una capitale dove le infrastrutture urbane sono state annientate mentre l’ospedale è stato raso al suolo dalle bombe georgiane? Tutte falsità. Ma ci sono le testimonianze dirette presentate dalle televisioni? Nulla di tutto questo: i reporter di guerra russi sono tutti embedded. Eppure la Croce Rossa internazionale parla già di 40.000 profughi che corrono a ripararsi nelle zone controllate dai russi? Non è vero, è una montatura mediatica.

Mosca denuncia che le truppe georgiane hanno decapitato prigionieri nei dintorni di Tskhinvali, sulle tombe di commilitoni caduti, o spazzato a colpi di granate cantine affollate di poveri rifugiati? Bugie su bugie. Ma è vero che i georgiani hanno lanciato missili Grad contro i quartieri Nord di Tskhinvali, colpendo la strada lungo la quale i profughi fuggono in Nord Ossezia? No, i georgiani non attaccherebbero mai la popolazione civile. Sul fronte prettamente militare i russi ammettono di aver avuto sino a questo momento 18 morti, 52 feriti e 14 dispersi? Sono fatti loro perchè questa è la loro guerra. E ancora: il responsabile dei servizi di sicurezza della Russia, Aleksandr Bortnikov, annuncia l’arresto di dieci agenti dei servizi georgiani infiltrati in Russia per “preparare atti terroristici” soprattutto contro obiettivi militari? Anche questo non è vero. La Georgia non si serve dello spionaggio e non compie atti di terrorismo.

Ma allora perchè a Tbilisi si trovano impegnati gli agenti del Mossad israeliano in funzione di istruttori presso le forze del ministero degli Interni? E’ una bugia e comunque non ci sarebbe niente di particolare. E’ vero che gli Usa - con l’obiettivo di ostacolare le operazioni militari di Mosca nel Caucaso - hanno riportato a casa, a Tbilissi, 2000 soldati georgiani che erano di stanza in Iraq per impegnarli in Ossezia? E’ vero ed è un fatto normale. Ma allora è vero che l’America di Bush è dalla parte della attuale dirigenza georgiana? Si e ne siamo orgogliosi. Il presidente Saakasvili è amico di Bush e dell’America. Opera per fare della Georgia una terra occidentale, atlantica e sempre più filoamericana. Quindi anche anti-russa? Se l’essere anti-russi vuol dire battersi per la propria nazione allora il termine di “anti-russi” è appropriato. Ma allora perchè Tbilisi è contro l’indipendenza dell’Ossezia del Sud? Perchè quella terra è terra georgiana e nessun discorso sull’indipendenza potrà mai essere fatto.

E’ vero che la marina da guerra russa ha colpito una nave della flotta militare georgiana a Poti, sul Mar Nero. E’ vero, ma era un battello da turismo. Sin qui botte e risposte di quello che in condizioni normali potrebbe essere un dibattito a più voci e a tutto campo. Ma oggi come oggi siamo in presenza di una emergenza umanitaria nel pieno di una vicenda destinata a sconvolgere gli equilibri del Caucaso, dell’Europa e della normalità mondiale. Le polemiche e le accuse restano sui tavoli delle diplomazie mentre nel teatro di guerra continua la routine della morte e del terrore. Gli accenti, purtroppo, sono a senso unico. I georgiani di Saakasvili soffiano sul fuoco annunciando un imminente attacco russo alla capitale. Invitano la stampa a visitare la città di Gori dove sono cadute alcune bombe russe. Tutto questo perchè dietro le quinte si cerca di lasciare l’altro e grande aspetto della guerra.

Fuori campo restano le scene dell’aggressione georgiana e della distruzione dell’Ossezia del Sud. E così sembra che questo sia il dettato di una grande operazione messa in atto dal Cremlino: la distruzione dell’Ossezia filorussa e l’uccisione di una popolazione inerme per dimostrare la cattiveria della dirigenza georgiana. Comincia il gioco perverso di una “sovietologia” di ritorno. Si cerca di presentare il tutto come un grande gioco che si volge nelle sale di un Cremlino dove Putin e Medvedev starebbero combattendo una lotta per la sopravvivenza politica. I media americani cercano, appunto, di sostenere che la contesa è tra falchi e colombe. Medvedev da un lato - occidentale e timoroso di perdere la partita con gli Usa - Putin dall’altro, grande russo ed orso pronto sempre a presentare gli artigli sul tavolo della diplomazia.

Poche parole, invece, dall’ovest. Si cerca di mettere il silenziatore sulle manovre della marionetta Saakasvili e sui suoi rapporti diretti con Bush e con Israele. E si cerca di non parlare in concreto di quella proposta russa di istituire un tribunale internazionale dove condurre i responsabili del genocidio contro l’Ossezia. E a sedere sul banco degli imputati - come avvenuto recentemente per Milosevic e per Karadzic - sarebbe sicuramente lo stesso “Presidente georgiano Saakasvili”. A meno che in Georgia non accada quello che è avvenuto a suo tempo in Romania con Ceaucescu o in Iraq con Hussein. Mosca - è chiaro - non prende in considerazione questi scenari apocalittici. Tanto più che proprio in questi momenti il presidente Medvedev ordina la sospensione delle operazioni militari russe avviate in Georgia "per costringere Tbilisi alla pace" perché "il risultato è stato raggiunto" come confermano il ministro della Difesa Anatoli Serdiukov e il capo di stato maggiore Nikolai Makarov. "La sicurezza dei nostri peacekeeper e della popolazione civile è stata ripristinata aggiunge Medvedev: l'aggressore è stato punito e ha subìto perdite considerevoli. Le sue forze armate sono disorganizzate". Medvedev pone però due condizioni per la conclusione del conflitto: "Innanzi tutto, le truppe georgiane debbono tornare alle loro posizioni iniziali e essere in parte smilitarizzate. In secondo luogo, occorre sottoscrivere un accordo vincolante, che obblighi a non ricorrere alla forza".

Il presidente russo conferma poi la decisione prima in un colloquio telefonico con l'Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza dell'Unione europea, Javier Solana, e poi in un incontro con il presidente francese e presidente di turno dell'Unione europea, Nicolas Sarkozy. Questi è a Mosca per una missione di mediazione che lo condurrà poi a Tbilisi. Sarkozy parla di "una buona notizia" riguardo all'annuncio di Medvedev e sottolinea l'importanza di raggiungere e di consolidare un cessate il fuoco e definisce "assolutamente normale che la Russia voglia difendere gli interessi dei suoi compatrioti nel suo Paese e dei russofoni fuori dalla Russia".

Alle questioni ossetine, intanto, si aggiungono quelle della regione dell’Abchasia. Qui Sergei Bagapsh, presidente di questa repubblica georgiana filorussa del Caucaso, rende noto che le sue truppe hanno conquistato la maggior parte della valle del Kodori, fino a pochi giorni fa controllata dalle truppe georgiane, in particolare le cittadine di Ashara e di Tchalta, e che "avanzano verso il confine con la Georgia". Nello stesso tempo si apprende che in Abchasia la Russia ha quadruplicato le proprie truppe, dispiegate nell'ambito della missione della Comunità di Stati Indipendenti (Csi), portandole a 12.000 uomini, appoggiati da 350 mezzi blindati.

Ora mentre le truppe georgiane continuano a infierire contro l’Ossezia del Sud e a preparare attacchi alla piccola Abchasia - da sempre in odore di separatismo - la mobilitazione propagandistica della Georgia si fa sempre più forte. Entrano in campo i capitali del miliardario Soros e gli assegni americani inviati alle varie rappresentanze diplomatiche della Georgia. L’ordine di scuderia è quello di fare chiasso. Come quello che si registra a Roma dove scende in campo l’ambasciatrice della Georgia presso la Santa Sede, principessa Bagration de Moukhrani Khetevane. “La Georgia – dice tranquilla – ha già cessato il fuoco e imposto il silenzio delle armi; non vogliamo altro spargimento di sangue». Parole sante visto il pulpito dal quale vengono. Il problema consiste però nel vedere se la preghiera della principessa georgiana sarà esaudita dal suo presidente Saakasvili e dai suoi padroni d’oltreoceano.

Mercoledì, 13 Agosto 2008

Carlo Benedetti

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