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(28 Giugno 2012) Enzo Apicella

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La guerra di Georgia e il filo d’Arianna nella politica internazionale

(18 Agosto 2008)

Altro che ritorno alla guerra fredda! Qui si tratta di un attacco alla Russia per interposto lacchè, Saakashvili. E il quadro risulta ancora più fosco se aggiungiamo l’accordo preliminare tra USA e Varsavia per l’installazione dello scudo antimissile in Polonia, e le limitazioni poste dal presidente ucraino Yushenko ai movimenti della flotta russa, in violazione di un accordo che doveva scadere solo nel 2017.

Puntuali come orologi a cucù sono saltati fuori i soliti “difensori dei diritti umani”, Glucksman e Lévy, sempre pronti a chiedere interventi “umanitari”, come fecero per Bosnia e Kosovo, Iraq, ecc. Un tempo, i missionari aprivano le vie all’intervento coloniale, ora questi presunti apostoli dei diritti rappresentano una vera e propria agenzia propagandistica, che apre le vie agli interventi dell’imperialismo. Una funzione che in Italia svolgono Pannella e soci, “non violenti” sempre pronti ad appoggiare le guerre degli Stati Uniti e di Israele. Fingono di non essersi accorti che l'esercito georgiano, addestrato da istruttori americani, e con armi americane, ha fatto strage nella città di Tskhinvali. Non contano, per gli aedi dell’imperialismo, i bombardamenti sull’ Ossezia, i civili morti nelle città e nei villaggi.

A questo punto occorre una precisazione: in quanto internazionalisti, non siamo legati a nessun governo che sfrutta i lavoratori, non amiamo il regime di Putin, né quello clerico - reazionario di Teheran, o quello pseudocomunista di Pechino. Non abbiamo esitazione nel denunciare qualsiasi sopraffazione contro i popoli, qualsiasi comportamento imperialistico. Nel malaugurato caso – speriamo proprio di no! - che ci sia una guerra tra i grandi stati, crediamo che l’unica parola d’ordine possibile sarebbe quella di Lenin: “Trasformare la guerra imperialista in rivoluzione proletaria”. Ma questo non ci impedisce di valutare il diverso peso e le diverse responsabilità delle potenze. Non c’è dubbio, anche la Russia è un paese imperialista, e usa le sue gigantesche risorse di petrolio e di gas come strumento di pressione, ma questo non elimina il fatto che il pericolo principale deriva dal carattere virulento e bellicista della politica statunitense, che lotta per un cambiamento dei rapporti di forza e delle sfere di influenza persino più radicale di quello perseguito da Hitler.

Secondo i propagandisti occidentali, il problema fondamentale di questa guerra è l’avvenire di un piccolo paese, la Georgia. In realtà, l’eguaglianza delle nazioni, finché esisterà l’imperialismo, sarà una pia illusione. Le piccole nazioni, nei periodi in cui non vi sono grandi tensioni tra i grandi stati, possono credere di svolgere una politica indipendente, coltivare ambizioni, avanzare rivendicazioni territoriali, cercare rivalse alla loro condizione di stati dipendenti vessando minoranze etniche o angariando stati ancora più deboli. Quando la tensione tra grandi stati sale, non c’è scampo: il piccolo paese, volente o nolente, è costretto ad agire come pedina dell’imperialismo che lo domina, a meno che non ricorra a metodi rivoluzionari. Gli Stati Uniti hanno spinto il loro proconsole georgiano Saakashvili verso una sconfitta prevista. Sul perché questa grande potenza manda allo sbaraglio un suo satellite, possiamo solo formulare ipotesi: per creare un clima da guerra fredda e condizionare le elezioni americane, per giustificare l’installazione dello scudo antimissile in Polonia, per produrre un pretesto per escludere Mosca dal Wto – ma questa ipotesi è poco credibile, perché il Wto è un cadavere che attende solo di essere sepolto. Oppure, per bloccare un processo di avvicinamento dell’Europa, che ha grande necessità di gas e petrolio, alla Russia.

Quale che sia il motivo specifico di questa guerra, il progetto americano di circondare la Russia (nonché Cina e Iran) con una serie di stati ostili e di basi americane, ha subito una battuta d’arresto. Non parliamo troppo presto di fallimento, perché i cosiddetti “rifornimenti umanitari”, portati da aerei militari americani, potrebbero non consistere in viveri, ma in armi, il che farebbe pensare che la provocazione americana in Georgia non è affatto terminata. Il pericolo si può evitare solo con metodi rivoluzionari, nel caso specifico un’insurrezione popolare (o anche una rivolta di palazzo), che destituisca Saakashvili e instauri con la Russia rapporti più normali, meno pericolosi. (non diciamo “amichevoli”, perché sappiamo quale significato ha nell’ipocrita linguaggio diplomatico).

Gli USA avevano l’occasione di spezzettare, dopo l’Unione Sovietica, anche la Russia, al tempo del regime dell’alcolista Eltsin (vodkacrazia), quando ci fu il più gigantesco saccheggio della proprietà pubblica della storia dell’umanità, e la stessa Russia sembrava in vendita. Quell’epoca è definitivamente tramontata, e, quali che siano gli sviluppi futuri dell’azione americana, è ormai chiaro che gli USA non sono più la sola grande potenza, e che il loro piano per assicurarsi il dominio incontrastato anche per questo secolo è fallito. Questo non significa che non siano disposti a lottare con le unghie e con i denti per ottenere almeno in parte ciò che non molti anni fa sembrava a portata di mano. Ma la potenza militare è un riflesso di quella economica, e gli Stati Uniti sono ormai indebitati ad un livello incredibile, e, nella storia passata, i debitori non hanno vinto quasi mai la partita. Non è una consolazione, perché se il gigante proletario non si risveglia e non annienta l’imperialismo nel solo modo possibile, con la rivoluzione comunista, saremo costretti a ripetere le esperienze terribili del novecento.

Molti sono rimasti scandalizzati dall’atteggiamento dei media europei, che in gran parte si sono fatti portavoce delle posizioni USA e del loro servo Saakashvili. Ma è una storia vecchia. Già Lenin, nelle sue “Tesi sulla democrazia borghese e la dittatura proletaria”, presentate al I° Congresso dell’Internazionale Comunista, scriveva: “I capitalisti chiamano libertà di stampa la possibilità per i ricchi di corrompere la stampa, di utilizzare le loro ricchezze per foggiare e influenzare la cosiddetta opinione pubblica”. Ci si meraviglia se i media danno la versione dei fatti più favorevole al cosiddetto “mondo libero”, o mondo occidentale?

Questo allineamento formale sulle posizioni americane ha ovviamente provocato sane reazioni di militanti insofferenti di questo diluvio di falsità. Però non ci dobbiamo accontentare di una reazione emotiva, e dobbiamo analizzare, al di là delle dichiarazioni ufficiali, il vero atteggiamento dei paesi europei. C’è un articolo di Paolo De Gregorio, degno di attenzione, ma che ha anche lati deboli.

“La grande Europa, quella che ormai ha superato gli Usa per il PIL, politicamente è un nano che non conta nulla, perché è occupata militarmente da centinaia di basi Usa e Nato, portaerei permanenti e deposito di armi atomiche, ostaggio della politica estera americana che ha creato unilateralmente tutte le condizioni per far reagire la Russia in modo duro e continuare a giustificare la propria presenza in Europa. La guerra alla Serbia, il riconoscimento del Kosovo, le basi in Polonia e Repubblica Ceca, l’appoggio alle “rivoluzioni” arancione nei paesi ex-sovietici, il progetto di inserirli nella Nato, sono state tutte mosse volte a separare la Russia dall’Europa e a creare quel “nemico” di cui hanno tanta nostalgia, poiché senza “nemici” da combattere le basi Usa e Nato in Europa non avrebbero alcuna giustificazione possibile.”(1)

Se è giusto mettere in rilievo l’enorme impegno militare degli USA in Europa, e il condizionamento della politica dei suoi stati, il lavorio diplomatico e gli interventi militari per impedire una avvicinamento tra Europa e Russia e la pressione continua sugli stati petroliferi del Medio Oriente, è sbagliato vedere gli imperialismi europei come sudditi e non come complici. Gli enormi investimenti di capitali americani in Europa nel dopoguerra, l’accumulo di dollari fatto da Arabia Saudita, Cina, Giappone e dalla stessa Russia, e investiti un Europa e in America, e infine la globalizzazione, hanno fatto sì che oggi non si possa parlare di capitale americano distinto da quello europeo. In Europa sono investiti capitali di tutto il mondo, compresi quelli delle organizzazioni criminali, e neppure gli esperti sono più in grado, spesso, di stabilire da dove vengano. Per questo, certe decisioni fondamentali, riguardanti il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, le multinazionali, ecc., non possono essere prese unilateralmente dagli Stati Uniti. Anche in operazioni politiche, come quella che ha portato alla disgregazione della Jugoslavia, Germania e Vaticano hanno avuto un ruolo primario. Gli imperialismi europei – sottolineo il plurale, perché nessuno è riuscito a dimostrare che la politica estera dell’Inghilterra, della Francia, della Germania e persino dell’Italia è decisa a Bruxelles – sono condizionati, ma a loro volta condizionano la politica americana, e basta vedere il diverso atteggiamento della Merkel e della Rice in questa vicenda per rendersene conto. La Rice è corsa a Tbilisi e ha parlato, a proposito della Russia, di “bullying and intimidations”, quindi la Russia sarebbe rea di angariare, maltrattare, intimidire la Georgia, il cui governo è innocente come un fanciullo. La Merkel si è recata a Mosca, e ha detto che raramente la colpa sta da una parte sola, che l’azione di Mosca è stata sproporzionata (riconoscendo implicitamente che avevano cominciato i georgiani). La politica della Merkel continua, in una forma diversa e più cauta, accompagnata da dichiarazioni retoriche di atlantismo, la linea di Schroeder, perché gli interessi tedeschi sono diversi da quelli americani, e la Germania è economicamente complementare alla Russia, e non ha interesse per ora a inimicarsela.

Dunque, al di là delle intonazioni ufficiali, e del servilismo di maniera verso gli USA, continua il processo di divaricazione tra le due sponde dell’Atlantico. Gli USA hanno il dominio dei mari e dei cieli, quindi sono in grado di mettere in crisi qualsiasi paese che non abbia fonti energetiche proprie, con un blocco navale. Il loro controllo delle vie di terra, anche per l’impantanamento in Iraq e Afghanistan, non è stato completato. L’Europa centro – occidentale non ha pozzi petroliferi paragonabili a quelli del Medio Oriente, e ha bisogno del gas e del petrolio russo. Gran Bretagna e Germania possono riaprire le miniere di carbone, ma l’Italia non può competere neppure in questo campo. Un appoggio agli Stati Uniti che vada al di là del formale sostegno a un alleato, è suicida per i paesi europei. I più cauti con la Russia sono proprio i paesi più industrializzati. Sbaglia, perciò, chi interpreta il servilismo formale europeo verso gli USA come una coincidenza d’interessi. Oltre alla politica ufficiale ce n’è una non ufficiale, come accanto al lavoro legale c’è il lavoro nero. L’Italia democristiana brillava per l’allineamento filoamericano, ma i suoi rapporti con i paesi arabi e musulmani si svolgevano su un piano completamente diverso, assai poco atlantico. La “vecchia Europa” non preme affatto per l’ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato, e l’impazienza degli Stati Uniti non ha ottenuto grossi risultati.

Torniamo all’articolo di De Gregorio: “L’Europa è il vero antagonista degli Usa, la sua moneta è la più richiesta al mondo e mette in crisi il dollaro e tutta l’egemonia finanziaria e monetaria che consente agli Usa quelle enormi e sconsiderate spese militari. Una politica europea autonoma di pace e di amicizia con russi e arabi ci porterebbe naturalmente verso una evoluzione geopolitica in cui gli Usa e il loro alleato Israele non conterebbero più niente, perché entrambi vogliono il petrolio usando la forza militare, e infatti sono 30 anni che abbiamo guerre e distruzioni per dettare legge su quell’area.
Chiunque in buona fede, se immagina la sparizione delle basi Usa in Europa, lo scioglimento della Nato, la fine delle ingerenze in Medio Oriente, il ritiro da Iraq e Afghanistan, non può immaginare altro che un futuro di prosperità, di pace, di oleodotti che vanno in Cina e India, della fine di un incubo storico che si chiama neo-colonialismo ad opera di paesi che hanno l’impudenza di definirsi democratici, mentre tutto dimostra che credono solo nella forza militare”.

L’imperialismo è nato in Europa, e gli americani lo hanno appreso dagli europei. E’ una fase del capitalismo stramaturo, ed è ingenuo supporre che, se l’egemonia americana subisse un’eclisse, non ci sarebbero altre potenze pronte a prenderne il posto, a cominciare dalle vecchie potenze europee. Neanche in questo caso ci sarebbe un pacifico sviluppo, non illudiamoci. Il capitalismo cresce in maniera ineguale nei diversi paesi. Quando una nuova potenza con le sue merci e i suoi capitali mette in crisi i vecchi rapporti di forza, la guerra è inevitabile, anche se spesso viene condotta indirettamente, attraverso stati satelliti. Ogni paese in forte espansione ha bisogno di mercati , se non riesce ad ottenerli pacificamente, cerca di farlo con le bombe. Le potenze al tramonto cercano di prevenire l’ascesa degli avversari, cospargendo la via con mille ostacoli, politici, finanziari, militari. Finché la rivoluzione proletaria non avrà abbattuto il capitalismo, le guerre saranno all’ordine del giorno.

Ma noi comunisti non possiamo fermarci a questo bilancio. Se per la borghesia, democratica o fascista, liberale o totalitaria, la guerra è un “grande gioco”, per i lavoratori è una tragedia. Oltre i morti, i profughi, la distruzione immane di forze produttive. Si vede sempre più chiara l’impotenza del pacifismo, che pensa di fermare la guerra con manifestazioni e raccolte di firme. Inutili anche le accorate proteste del papa contro l’uso delle armi. La borghesia può arrestarsi sull’orlo della guerra solo quando teme un’insurrezione del proletariato organizzato. Il regime del Kaiser affrontò la guerra solo quando fu certo che la socialdemocrazia tedesca s’era trasformata, almeno nella sua maggioranza, da tenace oppositrice classista, in un partito fiancheggiatore dell’imperialismo.

Dobbiamo riscoprire il filo storico che permise a Lenin e ai grandi marxisti della sua epoca di muoversi nel labirinto della politica internazionale, di capire la natura della guerra imperialistica, e di opporvi la rivoluzione proletaria. Alle truppe dei paesi belligeranti indicarono come nemici, non i soldati d’altra nazionalità, ma il proprio governo e la borghesia del proprio paese. Oggi i lavoratori, nella loro stragrande maggioranza, o sono politicamente disorganizzati, o sono inquadrati in partiti formalmente socialdemocratici ma in realtà borghesi, oppure in partiti borghesi a tutti gli effetti. Quindi la borghesia può condurre tutte le guerre che vuole, perché neppure l’abnegazione dei pochi irriducibili avversari della guerra, “voci che gridano nel deserto”, può cambiare i rapporti di forza, finché il proletariato resta a rimorchio della borghesia. Questo ci deve spingere a lavorare per la rinascita di una nuova forza internazionalista che affronti il problema della guerra alla radice, col solo metodo realmente efficace, quello che ci ha insegnato Lenin. O guerre imperialiste senza fine o rivoluzione del proletariato e delle masse sfruttate. Non esiste una terza via.

17 agosto 2008

Note
1) Paolo De Gregorio, “l’Europa che non c’è”, ComeDonChisciotte, 13 agosto 2008

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