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(17 Novembre 2011) Enzo Apicella

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Ordine del giorno dell'assemblea dei lavoratori dell’Ipercoop Nova

(28 Maggio 2008)

Noi lavoratrici/tori e Rsu dell’Ipercoop Nova riuniti oggi, lunedì 26 maggio, in assemblea sindacale consideriamo il documento Cgil, Cisl, Uil sulla riforma della contrattazione profondamente sbagliato sia nel metodo che nel merito. Sul metodo si cancella il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a votare sulle piattaforme. Si voterà - e non con il referendum ma tramite la “consultazione certificata” – soltanto sugli accordi già definiti, senza così una reale e sostanziale partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici ai negoziati andando così verso un modello sempre più centralizzato e burocratico, lontono dai lavoratori/trici e privo di una reale democrazia sindacale. Di fronte alla catastrofe dei salari italiani, che sono i più bassi d’Europa, invece che mettere in discussione la politica di concertazione e moderazione salariale che negli ultimi quindici anni ha portato a questo risultato negativo, la ripropone in termini ancor peggiori. Nel momento in cui i lavoratori/trici avrebbero bisogno di rafforzare il contratto nazionale, per trovare assieme la forza di superare la frantumazione delle aziende e la precarizzazione, il ricatto del posto di lavoro e l’attacco continuo ai diritti, il documento Cgil, Cisl, Uil all’opposto indebolisce proprio il principale strumento di forza dei lavoratori: il contratto nazionale.

Nel documento non si parla mai di redistribuzione della ricchezza e si ripropone nei fatti la politica dei due tempi: prima lo sviluppo e poi i soldi. Ciò significa, in altri termini, che per guadagnare di più bisogna semplicemente lavorare di più. Questo avrà effetti negativi su tutti, e in particolare sulle donne che, già oggi, hanno i salari più bassi e che sono meno disponibili allo straordinario perché, tra lavoro produttivo e riproduttivo, di fatto di lavori ne fanno due. Limitando poi l’aumento del contratto nazionale all’inflazione “realisticamente prevedibile non si fa altro che vincolare le richieste dei contratti nazionali a quanto concordato a livello centrale tra confederazioni e controparti, pubbliche e private. Il riferimento al “sostegno e alla valorizzazione del potere d’acquisto” non significa che i salari possono davvero aumentare. Il rischio concreto è di chiamare con un altro nome quell’inflazione programmata che ha distrutto nei contratti il potere d’acquisto dei salari. Infine, si allunga di tre anni la durata dei contratti. Con il rischio di diluire ancor di più nel tempo gli scarsi aumenti salariali degli accordi nazionali. Si afferma poi che per “accrescere” i salari la sede è la contrattazione di secondo livello (che riguarda una minoranza di lavoratori come ci ha ricordato l’Istat recentemente) legandola ad alcuni parametri come “produttività, qualità, redditività, efficienza, efficacia”. La contrattazione di secondo livello potrà avvenire sia in azienda che a livello territoriale. Tutte le regole della contrattazione di secondo livello verranno di nuovo ridefinite con i rinnovi dei contratti nazionali. In sintesi, quando si concorderanno gli aumenti dei contratti nazionali si definirà anche lo spazio per la contrattazione aziendale o territoriale. In questo modo si rischia il ritorno delle gabbie salariali e del cottimo attraverso il dilagare del salario individuale e di quello totalmente variabile e flessibile. L’accordo del luglio del 1993 già poneva dei vincoli al contratto nazionale, legandolo all’inflazione programmata, e puntava in azienda sul rapporto tra salario e produttività. Invece che abbandonare questi vincoli che hanno portato il salario italiano al 23esimo posto nei paesi Ocse, il documento Cgil, Cisl, Uil li rafforza, peggiorando e non migliorando l’intesa del 23 luglio. Così la trattativa si apre in modo verticistico, con un documento rigido e immodificabile che non è stato votato dalle lavoratrici e dai lavoratori, senza vincoli reali di mandato e con il rischio di una conclusione al ribasso rispetto agli stessi scarsi diritti già oggi esistenti. La Confindustria vuole smantellare il contratto nazionale per poter distribuire soldi in maniera discriminatoria tra le lavoratrici e i lavoratori. Bisogna prepararsi allo scontro, non a nuove concessioni. Pensiamo quindi che di fronte a questo attacco, che ha come obbiettivo la cancellazione del contratto nazionale, si debba abbandonare il vincolo dell’inflazione rispetto ai contratti nazionali. I contratti devono poter aumentare realmente i salari. Occorre, cioè, un’offensiva salariale fatta di forti aumenti nei contratti nazionali per tutte le lavoratrici e i lavoratori. E’ necessario poi un meccanismo di aumenti salariali automatici che recuperino, anche solo parzialmente, la crescita dell’inflazione, in particolare nel caso in cui le imprese tardino a rinnovare i contratti o i prezzi aumentano improvvisamente. La riduzione dei vincoli che legano rigidamente il salario alla produttività e alla flessibilità, con la piena libertà nelle aziende di contrattare sulle condizioni di lavoro, sulla professionalità, sul salario. Per concludere riteniamo fondamentale una maggiore democrazia sindacale fondata sul diritto delle lavoratrici e dei lavoratori di decidere con il voto segreto e con pratiche trasparenti e controllate, sulle piattaforme e sugli accordi. Il superamento delle quote riservate alle organizzazioni firmatarie dei contratti nelle elezioni delle Rsu, una vera partecipazione alle scelte del sindacato a tutti i livelli.

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L'assemblea dei lavoratori dell’Ipercoop Nova

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