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15 febbraio: intervento di Hevi Dilara a nome della Comunità Curda

Alla manifestazione di Roma contro la guerra

(18 Febbraio 2003)

Io sono nata in Turchia, nella regione kurda del Sud-est dove sorgono le più grandi basi aeree turche e americane.
Conosco bene il fragore dei bombardieri e delle loro bombe.
Pochi giorni fa duemila donne hanno manifestato a Diyarbakir, dove sorge una di quelle basi, per dire che non vogliono altri aerei, missili e soldati.

Ne ho visti troppi, da quando ero bambina.
Dall’Europa, dall’America, dalla Nato non vogliamo altre armi.
Non ci hanno mai difesi, hanno contribuito a massacrarci.

Io sono nata in Kurdistan, nel paese che non c’è ma esiste.
Esiste in questa piazza e in tutte le piazze del mondo.
Il suo cuore batte in una cella isolata nell’isola di Imrali, ma poco più di quattro anni fa pulsava qui a Roma, con i cuori di migliaia di uomini e donne.

Oggi per noi è un giorno di lutto e di memoria.
Quattro anni fa, il 15 febbraio del ’99, il nostro presidente Ocalan fu sequestrato e consegnato ai suoi carcerieri.
Fu un atto di guerra.
Da tre mesi non lo vedono neppure i suoi avvocati, nessuno sa se è vivo o morto.
Anche questo è un atto di guerra.

Io sono nata a Urfa, l’antica Ur dei Caldei, la città cara a tutte le religioni rivelate.
Sulla Tomba di Abramo, nella mia città, il Papa chiese invano di venire a dire parole di pace per i kurdi, i turchi, gli armeni e tutti i popoli dell’Anatolia.
La mia città, come Gerusalemme, dovrebbe essere simbolo di pace e convivenza.

Ma qualche giorno fa mio padre è stato arrestato per impedirgli di manifestare contro la guerra, e molti altri con lui.
Forse l’hanno torturato.
Non sarebbe la prima volta.
E non sarà l’ultima, se un’altra Europa non porterà libertà e pace nella mia terra invece di armi, se non spalancherà le porte delle prigioni e delle celle d’isolamento e di tortura.

Invece la guerra imminente sta già sprangando le porte della cella di Imrali e di tutte le celle.
La guerra è la logica amico-nemico.
Se la Turchia è alleata in guerra, non le si chiederà più conto dei diritti violati, anzi si bolleranno come terroristi coloro che lottano per affermarli, si negherà asilo agli esuli, si riscriverà la nostra storia di liberazione criminalizzandola.
In questo momento a Istanbul e in tutte le città della Turchia decine di migliaia di giovani e di donne, soprattutto le donne, manifestano contro la guerra, per la libertà di Ocalan e di tutti i prigionieri, per la dignità e la convivenza.

Noi la chiamiamo “Serhildan”.
E’ una parola che nel mio paese comporta anni di prigione, perché nella mia lingua negata significa “Alzare la testa”.
Generazioni di kurdi hanno vissuto a testa bassa.
Ma quando l’hai alzata una volta, nessuno ti può costringere a riabbassarla.

In questa piazza solo i più anziani hanno vissuto una guerra.
Io non ho mai vissuto la pace.
Il ronzìo di un elicottero per me significa morte e distruzione.
Come posso pensare che libertà e democrazia viaggino sulle ali dei bombardieri? Come posso accettare che il nostro dramma sia preso a pretesto per un nuovo dramma? La morte chimica che venne dal cielo sui nostri bambini ad Halabja era portata da aerei irakeni, ma era stata preparata nelle fabbriche americane, tedesche e italiane.

Saddam Hussein è un nome sinistro per il mio popolo non meno di quelli dei generali turchi.
La pulizia etnica dell’uno e degli altri ha distrutto ottomila villaggi dalle due parti del confine ed ha creato milioni di profughi.
Ciò che vogliono entrambi, ciò che vogliono inglesi e americani, è il nostro petrolio, l’acqua del Tigri e dell’Eufrate, le ricchezze della Mesopotamia.
Oggi la Turchia vuole profittare di questa guerra per controllare e occupare il Kurdistan Sud e per risolvere con le armi la questione kurda che non ha voluto risolvere con il dialogo.
Non è cambiando padroni che saremo liberi.

Fra cinque settimane, il 21 marzo, comincia la primavera. Sulle mie montagne si risveglia la vita.
Noi lo chiamiamo Newroz, Nuovo Giorno. Da molti millenni è il nostro Capodanno e la nostra festa di libertà.
Quest’anno potrebbe essere insanguinato dalla guerra.

Io ho un sogno.
Che milioni e milioni di persone, scendendo in piazza in Occidente e in Medio Oriente, facciano tacere i signori della guerra e restituiscano la parola ai popoli.
Che si riapra una speranza di democrazia e di pace, perché l’una non può esistere senza l’altra: la democrazia non si afferma con la guerra, ma la pace dell’ingiustizia non è pace.
Io sogno che dall’Italia, quattro anni dopo, parta un appello corale che strappi dal loro isolamento e dalle loro prigioni Abdullah Ocalan e tutti i prigionieri.
Sogno che il 21 marzo non l’Europa delle armi, ma l’Europa della pace venga nelle città e nei campi profughi del Kurdistan turco e irakeno.
Che voi veniate a migliaia per festeggiare con noi la fine di un incubo mortale e l’alba di un Nuovo Giorno, di un nuovo mondo possibile e necessario.

Che vinca l’umanità.

Spas (grazie)

15 febbraio 2003

a nome del popolo kurdo Hevi Dilara

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