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Addio compagne

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(23 Febbraio 2010) Enzo Apicella
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Ai compagni dell’11 Ottobre…

…una lettera aperta.

(10 Ottobre 2008)

I primi mesi del Governo Berlusconi sono stati davvero cupi. A fronte di provvedimenti d'inaudita gravità e di segno marcatamente antipopolare, hanno prevalso la passività e - si direbbe - una sorta di stordimento. Prevaleva, forse, la sorpresa davanti ad uno scenario nuovo, che evidenzia un salto qualitativo nella democrazia rappresentativa italiana.
A compimento di un processo in atto da almeno quindici anni, volto ad estromettere dal Parlamento gli interessi dei ceti meno abbienti, si è arrivati ad una Camera e ad un Senato in cui nessuno più si dichiara socialista o comunista. In cui, cioè, di quegli interessi non è prevista neppure la rappresentanza formale.
C'è posto solo per due schieramenti relativamente dissimili sui modi di condurre l'attacco antiproletario ed in gara tra loro come migliori esecutori del programma confindustriale. …E siamo alla necessità di scaricare sulle solite spalle anche la cosiddetta crisi delle Borse! Infine l’'opposizione presenta pure una coda, l'Italia dei Valori, che, nel suo ringhiare legalitario, si fonda anch’essa sui dogmi dell'economia di mercato e non fa che alimentare la confusione.
Tempi duri, dunque.
Tempi in cui vanno valutati attentamente e senza pregiudizi tutti i segnali di una possibile opposizione generale.
Il nodo principale, secondo noi, sono i contenuti su cui si fonda una mobilitazione, e non chi la promuove. E' in quest'ottica che abbiamo analizzato attentamente l'appello firmato da intellettuali e politici per l'11 Ottobre. Di seguito ci soffermiamo solo su alcuni passaggi, che riteniamo perlomeno discutibili.

1) Il primo punto dell'appello invoca una azione di pace dell'Europa capace di stemperare la tensione tra USA e Russia. Tale posizione rinvia ai discorsi degli ultimi venti anni sull'Europa, vista come forza di pace (in tal senso, il movimento pacifista che ha sfilato nella capitali europee contro l'aggressione all'Iraq è stato arbitrariamente etichettato come "popolo europeo"). Questa impostazione rischia di incanalare in una direzione sbagliata qualsiasi movimento sul tema. SI parte, infatti, dal falso presupposto per cui l'UE, libera dal vincolo con gli USA, sia spinta ad una politica di cooperazione tra i popoli. Ma cosa fa, in realtà, l'Europa in nome dei propri interessi? Non si può dimenticare che le bombe sulla Serbia, nel 1999, sono state una premessa per l'espansione dell'UE verso est (poi avvenuta, certo, in parziale competizione politico-economica con gli USA). E quanto allo sfruttamento delle risorse altrui, vi sono casi clamorosi; ad esempio, la BEI (Banca Europea per gli Investimenti) non vuole modificare, nella Repubblica Democratica del Congo, i termini delle concessioni minerarie stipulate quando quel Paese era più debole nel contrattare, perché avvolto da una guerra spaventosa, fomentata anche da potenze come USA, Francia, Belgio. E’ questa la logica della UE, presunta forza pacifica e solidale! La lotta contro la guerra, condotta qui, non ha il suo nemico a Washington, e, perciò, di riflesso a Roma (imputando magari a Berlusconi di essere succube degli USA e di non spingere per un maggiore protagonismo europeo). Internazionalismo vuol dire combattere in primo luogo contro l'imperialismo di casa propria, che è quello europeo ed in particolare italiano. Anche l'Italia, infatti, ovunque è intervenuta, lo ha fatto per un proprio tornaconto. Così è avvenuto in Iraq, nella più “americana” delle missioni, ottenendo vistosi vantaggi per l'ENI. Così nei Balcani, area di interesse storico, ove l'Italia gode pure d'un avamposto-protettorato: l'Albania.

2) Il secondo punto, quello relativo alle politiche economico-sociali, contiene formulazioni generiche, del tipo: "Imporre su larga scala un'azione di difesa di retribuzioni e pensioni falcidiate dal carovita"; ma a cosa rimandano in concreto?
Peggio ancora sono i riferimenti agli "omicidi bianchi", per cui ci si limita a parlare di maggiori controlli e di una più netta applicazione della sanzioni. Ma come, proprio adesso che è stato da poco approvato, e proprio dal centro-sinistra, un Testo Unico che aiuta la “privatizzazione dei controlli” stessi? Dopo la tragedia della Thyssen-Krupp è ormai evidente a tutti l'inferno della condizione operaia in Italia e quasi più nessuno invoca la fatalità rispetto alle morti in fabbrica ed in cantiere. Come si fa a non suggerire almeno il nesso tra queste tragedie ed il peggioramento generale delle condizioni normative e salariali dei lavoratori?
Bisogna andare oltre, perché la stampa padronale, non potendo più negare il fenomeno, pone il problema con questa logica: se aumenta la produttività, per noi la sicurezza non è più una grande spesa, e potremmo, così, pensare a rispettare le leggi vigenti al riguardo. Ma aumentare la produttività vuol dire aumentare il ritmo e l'intensità dello sfruttamento, dunque incrementare il rischio di incidenti! La battaglia, quindi, non è solo sul piano, pur sacrosanto, dei controlli, ma su quello delle condizioni complessive dei lavoratori.
Si parla poi della lotta contro il precariato ed il lavoro nero, rimandando alla determinazione di un nuovo quadro legislativo. I richiami conflittuali, invece, sono generici e l'idea di "fare leggi" sottolinea una vocazione parlamentare e governativa mai sopita. Ci vuole, lo diciamo con franchezza, una lotta che parte dal basso e che muove da parole d'ordine chiare.
Non mancano, invece, ambiguità. Cosa significa valorizzare e riconoscere le forme di lavoro informale e, soprattutto, di economia solidale? Non si dimentichi che anche il settore “no-profit” si basa, in sostanza, sullo sfruttamento!
3) Il discorso sull'immigrazione, nell'appello legato ai gravi provvedimenti razzisti del Governo, viene svolto nella introduzione. Invero, tale aspetto non rimanda solo ad una necessaria battaglia generale di civiltà, ma è strettamente connesso alla lotta contro le attuali politiche economico-sociali.
Per essere chiari: i razzisti sanno bene che l'Italia ha bisogno di immigrati. La Lega Nord, ad esempio, con le sue proposte infami (ultima delle quali è il permesso di soggiorno “a punti”), interpreta le mire di chi gli immigrati li sfrutta e li vuole senza diritti, quindi ricattabili al massimo. In sostanza, stiamo parlando di un aspetto del conflitto capitale/lavoro che non può più essere isolato in una mera battaglia democratica ed umanitaria, ma ricompreso nell’unità di classe fra lavoratori, italiani e stranieri,

E' vero: un tempo si ironizzava, forse non a torto, sui gruppetti “settari” che criticavano ogni cavillo della "linea". Ma ora le cose sono molto cambiate: formulazioni generiche sulla lotta contro la precarietà non sono ammissibili, né lo sono posizioni equivoche sulla politica internazionale. Non lo sono perché richiamano subito alla mente esperienze tanto recenti, quanto devastanti: la partecipazione della "sinistra radicale" a precise esperienze di governo, dove le suddette formulazioni non sono servite altro che a "coprire a sinistra" scelte antiproletarie ed una politica estera di potenza. Noi sappiamo che chi è in piazza oggi è fortemente indignato per le politiche in atto contro gli immigrati ed i Rom. Siamo consapevoli pure che chi manifesta respinge il bellicismo imperante ed ha nausea verso la campagna patriottarda patrocinata da Napolitano. Né abbiamo dubbi sulla rabbia per gli "omicidi bianchi", non generica, ma rivolta contro i padroni. In considerazione di ciò, riteniamo questa piazza uno dei momenti di ripresa di una opposizione generale nel Paese, soprattutto se si dialettizza con altri momenti di lotta, a partire dallo sciopero del 17 p. v. indetto dal sindacalismo di base, che - per le sue indicazioni precise contro l’insieme delle scelte padronali e governative - invitiamo a non disertare.

Ma c'è bisogno di chiarezza. Mai come oggi, il Parlamento e le istituzioni, aldilà di quelli che continuano ad essere gli orizzonti politici di molti firmatari dell’appello, non prevedono forze di sinistra e rappresentanze dei ceti meno abbienti. L'opposizione va pensata anzitutto come un qualcosa che nasce nei territori e nei luoghi di lavoro e non può essere calibrata su obiettivi parlamentari, legittimi ma illusori. In questo senso, compagni, dovrete convenire con noi che è proprio inaccettabile, ad esempio, che continuino a credere di rappresentare “la sinistra” quei consiglieri ed assessori che, da dentro o da fuori delle giunte, avallano di tutto e di più, compresi i maggiori poteri dati dal Governo Berlusconi ai Sindaci, votando a favore anche del “decoro urbano”, contro i più deboli, gli immigrati e perfino gli accattoni! Quei “rappresentanti” (e non sono pochi!) se ne devono solo andare, in tutti i sensi!!!

In fondo, i bisogni sociali rappresentati in Parlamento venivano sempre, tutto sommato, mediati e depotenziati, per essere incanalati nelle compatibilità vigenti. Ora, almeno a livello nazionale, non è più così, e possono esprimersi liberamente, in tutta la loro radicalità. C'è dunque la possibilità di intraprendere una nuova direzione e di chiudere definitivamente con quella fase che ha spinto alla disillusione tanti, troppi compagni, anche generosi e combattivi.

Circolo ALTERNATIVA DI CLASSE alter_classe@yahoo.it
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