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Suora Pronobis

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(10 Settembre 2011) Enzo Apicella
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    L’importanza dello sciopero generale del 17 ottobre in questo scenario politico

    Appello alle organizzazioni e ai militanti della sinistra anticapitalista.

    (17 Ottobre 2008)

    E’ enormemente cresciuto il significato politico dello sciopero generale del 17 ottobre convocato dai sindacati di base. Dai segnali che arrivano dalle varie città, dai lavoratori, dai precari e dai movimenti sociali, si percepisce che la partecipazione, i contenuti e la qualità dello sciopero e della manifestazione nazionale che sfilerà a Roma sarà una rappresentanza reale e non formale del conflitto di classe in corso nel paese. Di fronte alle misure reazionarie e antisociali adottate da un governo non ancora impopolare, è emersa con tutta evidenza la mancanza di una reale opposizione politica e sociale, resa tanto più necessaria e possibile dalla crisi e fallimento del modello capitalistico fondato sul dominio delle istituzioni finanziarie pubbliche e private, negli USA come in Europa.
    La rabbia dei lavoratori, dei precari e di crescenti settori sociali oggi somiglia sempre di più alla rabbia crescente che sta emergendo tra i giovani delle università e delle scuole che vedono realizzarsi in pieno la contraddizione tra le loro aspettative e la misera realtà che il governo e i poteri forti del capitale mettono a disposizione come unico prossimo futuro.
    Di questo sembra essere pienamente consapevole il governo della destra che sta introducendo misure tese alla limitazione del diritto di sciopero e di rappresentanza miranti a colpire le lotte e lo sviluppo delle organizzazioni sindacali di base.
    Ma ne sono consapevoli anche Cgil Cisl Uil (e adesso anche il satellite Ugl) che si sono caratterizzate per la reticenza nella mobilitazione e per l’ennesima tentazione di sottoscrivere un accordo separato con governo e Confindustria su tutte le questioni più importanti delle relazioni sindacali per i prossimi anni.

    L’aver remato contro gli scioperi (Cisl e Uil) e la convocazione di scioperi tardivi e strumentali da parte della Cgil nella scuola, nel pubblico impiego e tra i metalmeccanici, per un verso cercano di depotenziare le occasioni e le forze sindacali e sociali che animano concretamente i conflitti, dall’altro tentano di impedire che si manifesti, altrettanto concretamente, l’autonomia dei lavoratori e dei movimenti sociali nello scontro con un governo, complessivamente ancora forte, ma non più invincibile.
    Ma se lo scenario sindacale vede tendenzialmente semplificare le opzioni in campo tra chi vuole rieditare una impossibile concertazione e chi dà priorità agli interessi dei lavoratori, lo scenario della “politica” appare ancora più arretrato e confuso.

    Il deficit di opposizione si delinea chiaramente nella natura, negli obiettivi e nella strategia di un Partito Democratico che ha assunto il carattere di competitore ma di non di oppositore al governo della destra. I suoi obiettivi divergono dall’esecutivo di Berlusconi nelle modalità di attuazione ma non nella sostanza delle priorità su cui si intende concepire e costruire le relazioni sociali e le forme della governance nel nostro paese.
    Diversamente dal PD, i partiti della sinistra che sono scesi in piazza sabato 11 ottobre appaiono lacerati da una divergenza sostanziale sul ruolo da svolgere dentro lo scenario politico e sociale.
    Per coloro che perseguono la prospettiva dell’Arcobaleno il futuro è poco più di un raggruppamento satellite e subalterno al Partito Democratico.
    Per gli altri che, a vario titolo, rivendicano una identità comunista contrapposta alla prima ipotesi, si pone seriamente il problema di un serio dibattito sulla propria funzione di soggettività comunista dentro un paese a capitalismo avanzato ed a fronte di un bipartitismo sempre più blindato che esclude a priori una loro rappresentanza politica sia a livello elettorale che nella partecipazione ad eventuali governi.

    Diverso è invece il nodo che attiene alla rappresentanza politica intesa non come riconoscimento da parte delle istituzioni ma come effettiva rappresentanza di un blocco sociale – o di segmenti di esso – antagonista agli interessi materiali e strategici del governo, della Confindustria e dei poteri forti del blocco imperialista europeo.
    Questa connessione tra sinistra, partiti comunisti e settori popolari si è ormai lacerata in molti punti.
    Per una sua possibile ricomposizione non è assolutamente adeguata la riaffermazione esclusivamente identitaria e la certificazione di esistenza in vita attraverso le annuali manifestazioni. Di questa consapevolezza, nonostante la buona affluenza in piazza, se n’è vista ancora molto poca nella manifestazione e negli obiettivi dell’11 ottobre.
    Ma le responsabilità di questa divaricazione tra le possibilità oggettive che vengono offerte dal procedere della crisi economica globale del capitalismo ed una soggettività di classe ancora inadeguata a trasformare queste contraddizioni in una controtendenza di riscatto dei lavoratori e dei settori popolari, non riguarda solo “gli altri”.

    Anzi questa situazione, per molti tratti inedita, pone seri problemi di continuità e coerenza anche alle forze che dalla manifestazione del 9 giugno 2007 contro la guerra hanno mantenuta viva, in una fase di grandi difficoltà, una critica ed un azione anticapitalista e antimperialista coerente.
    Non possiamo nasconderci che è stata un battuta d’arresto non aver dato seguito all’assemblea del 9 settembre a Roma che aveva deciso di entrare in campo in questo Autunno dando centralità al conflitto sociale e non più alle ritualità e al politicismo, presenti anche nelle fila della sinistra.

    A questo errore va posto rimedio in tempi brevi sia sul piano della chiarezza sulle scelte dei prossimi mesi sia sul piano dei contenuti sia sull’agenda politica.
    La Rete dei Comunisti, insieme ad altre forze, ha ritenuto e ritiene tutt’ora che una sinistra anticapitalista – e dentro di essa il ruolo e l’azione teorico/politica dei comunisti – possano avere una funzione importante e crescente nelle contraddizioni di questa fase storica.

    Lanciamo dunque un appello non formale a tutte le soggettività che non intendono lasciare spegnere il percorso fin qui seguito e che ha prodotto risultati ancora minimi, se paragonati alla complessità della posta in gioco, ma concreti sul piano della lotta contro il militarismo e la guerra o sul piano del conflitto sociale e sindacale.

    Lo sciopero del 17 ottobre conferma che adesso serve uno slancio e maggiore coerenza sul piano della battaglia politica e delle prospettive. Il buco c’è e riempirlo – se non vogliamo adagiarci anche noi sulla testimonianza – è un passaggio concreto e complesso ma reso possibile da una situazione che spinge in avanti.

    16 ottobre 2008

    La Rete dei Comunisti

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