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Libero mercato

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(18 Novembre 2008) Enzo Apicella

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(Capitale e lavoro)

Oltre l’8% del Pil, 120 miliardi di euro, passato dai lavoratori ai profitti.

Per i lavoratori 7000 € all’anno in meno in busta paga. La crescita dei profitti è stata pura redistribuzione di rendite economiche.

(16 Ottobre 2008)

Secondo un recente studio pubblicato dalla Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, nel 1983, la quota del prodotto interno lordo italiano, intascata alla voce profitti, era pari al 23,12 per cento. Di converso, quella destinata ai lavoratori superava i tre quarti. Più o meno, la stessa situazione del 1960, prima del "miracolo economico".

L´allargamento della fetta del capitale comincia subito dopo, nel 1985. Ma per il vero salto avviene a metà degli anni ´90: i profitti mangiano il 29 per cento della torta nel 1994, oltre il 31 per cento nel 1995.
La fetta dei padroni, grandi e piccoli, non si restringe più: raggiunge un massimo del 32,7 per cento nel 2001 e, nel 2005 era al 31,34 per cento del Pil, quasi un terzo. Ai lavoratori, quell´anno, è rimasto in tasca poco più del 68 per cento della ricchezza nazionale. Negli ultimi anni questa suddivisione della ricchezza tra salari e profitti per i lavoratori è ulteriormente peggiorata.

Otto punti in meno, rispetto al 76% di vent´anni prima. Una cifra enorme. Tradotto in valore, l´8 per cento del Pil di oggi è uguale a 120 miliardi di euro. Se i rapporti di forza fra capitale e lavoro fossero ancora quelli di vent´anni fa, quei soldi sarebbero nelle tasche dei lavoratori, invece che dei padroni.

Per i 23 milioni di lavoratori italiani, vorrebbero dire 5 mila 200 euro, in più, in media, all´anno, se consideriamo anche gli autonomi (professionisti, commercianti, artigiani) che, in realtà, la loro dinamica di reddito l’hanno tutelata.

Se consideriamo solo i 17 milioni di dipendenti, vuol dire 7 mila euro tondi in più all’anno, in busta paga!

Il furto è servito al capitale per inseguire un progresso tecnologico mozzafiato? Neanche per idea. La crescita dei profitti, sottolinea lo studio della Bri, «non è stato un passaggio necessario per finanziare investimenti extra». Anzi «gli investimenti sono stati, negli ultimi anni, relativamente scarsi, rispetto ai profitti».
In altre parole «l´aumento della quota dei profitti non è stata la ricompensa per un deprezzamento accelerato del capitale, ma una pura redistribuzione di rendite economiche

A cura dell’ufficio studi Cub su studio Bri

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