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La Gelmini ha ragione

La Gelmini ha ragione

(26 Novembre 2010) Enzo Apicella
Manifestazioni studentesche contro la "riforma" Gelmini in tutte le città.

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(La controriforma dell'istruzione pubblica)

Berlusconi vuole farci la guerra?

La nostra risposta dovrà essere: generalizzare il movimento, estendere la lotta e unire le forze di studenti e lavoratori!

(2 Novembre 2008)

“Non pagheremo noi la vostra crisi!”; “Contro Gelmini, Brunetta, Tremonti!”.
Gli slogan di questi giorni dimostrano che il movimento degli studenti ha perfettamente capito che cosa è in realtà la cosiddetta riforma Gelmini.
E’ un pezzo di una politica più globale attuata – ormai da anni - da tutti i Governi, di ogni colore. Una politica che vuole: tagliare ancora salari e pensioni; tagliare ancora i servizi pubblici (ossia il “salario indiretto”); tagliare ancora gli stipendi del pubblico impiego (con tagli a organico, riduzione stipendi, contratti precari, ecc.), mentre aumentano le voci di spesa pubblica a favore dei capitalisti (con appalti, spese militari, sovvenzioni al capitale, salvataggi alle banche, ecc.); in sostanza, la politica di privatizzare i profitti e socializzare le perdite, scaricando - ancora una volta – il peso della crisi sulle spalle dei lavoratori, occupati e non, pensionati, precari e studenti.

La riforma Gelmini però è anche uno dei tasselli di un piano più ambizioso di Governo e borghesia per approfondire l’offensiva reazionaria e l’attacco politico contro di noi. Si tratta di un attacco sferrato su vari fronti, dal pubblico impiego alla riforma contrattuale passando per un irrigidimento della politica razzista dello Stato. L’obiettivo? Dividerci, renderci più ricattabili, più sfruttabili…
Ma – come dimostrano le lotte delle scuole e università, e gli scioperi di questi giorni - è anche possibile scegliere di dire di NO. Anche altrove, in Europa, c’è chi subisce la stessa pressione e la rifiuta. L’hanno dimostrato in questi giorni i lavoratori e gli studenti greci, durante il massiccio sciopero generale del 21 ottobre.

Le manifestazioni e mobilitazioni delle ultime settimane dimostrano che siamo in tanti a essere disposti a lottare.

Non ci sono soldi per l’Università e i lavoratori, ma ci sono i miliardi per salvare le banche, mentre ci sono tante promesse di manganelli per chi lotta. Sfacciatamente, lo Stato “neutrale” della borghesia rivela la sua vera natura. Salva i banchieri, con l’appoggio bipartisan del centrosinistra, ma dice che le casse sono vuote per la scuola, per l’università, ecc.
Berlusconi ha dichiarato che se si proseguono le occupazioni, manderà la polizia. Ancora una volta la borghesia italiana si caratterizza, dopo Napoli, dopo Genova, per la sua intrinseca tendenza ad elevare asimmetricamente e brutalmente il livello dello scontro sociale. Le ultime dichiarazioni e raccomandazioni di Kossiga mostrano tra l’altro la perfetta continuità di questa strategia, ripresa a sua volta da Berlusconi, mentre la Gelmini afferma che non c’è niente da discutere.

Non c’è niente da discutere con la Gelmini. Difendiamo e generalizziamo il movimento.
Effettivamente, non c’è niente da discutere, c’è da lottare fino al blocco dell’applicazione della riforma, al di là dell’esito scontato del voto di mercoledì in aula. Non solo una vittoria sarebbe possibile, considerando la fase attuale, anche se sarà dura, ma rappresenterebbe una prima vittoria che favorirebbe enormemente tutte le vertenze attuali e future per affrontare, in un rapporto di forze ben diverso, le politiche della borghesia.
Dobbiamo perciò cercare di estendere il movimento, non solo all’interno dell’università ma anche fuori. Alle provoca-zioni del governo, che potrebbero aumentare nei prossimi giorni possiamo rispondere, difendendo le occupazioni e puntando, fuori dalle università, a saldare l’unità fra studenti e lavoratori, per dire basta alle politiche reazionarie, antioperaie e razziste di Berlusconi e Marcegaglia.

Il CPE, un brutto ricordo per la borghesia francese e per Chirac-Villepin-Sarkozy…
Negli ultimi giorni, tanti hanno sottolineato la necessità di lottare seguendo le orme degli studenti francesi che erano riusciti, fra febbraio e aprile 2006, a far piegare il governo Chirac-Villepin-Sarkozy, impedendo l’entrata in vigore del decreto sul CPE (in francese: “Contratto di Primo Impiego”).
È importante però ricordare come si è svolta questa lotta. Dopo le prime manifestazioni di piazza, il movimento non solo si è esteso velocemente all’ottantina di università francesi, la maggior parte delle quali hanno cominciato ad essere occupate o bloccate. Gli studenti francesi si sono dotati di un Coordinamento nazionale, che si riuniva ogni settimana, basato su delegati eletti nelle assemblee generali di università in cui tutti gli studenti in lotta decidevano dell’andamento del conflitto.
Questo ha permesso un aumento della partecipazione, coinvolgendo anche i più indecisi, e ha permesso di dare una maggiore coesione nazionale al movimento.
Per questo il movimento anti-CPE ha potuto avere un peso politico reale autonomo che né le organizzazioni istituzionali studentesche (UNEF, Cé, ecc., costretti dalla pressione dalla base a non poter “calare le braghe”) né le correnti politiche moderate che agivano al suo interno erano legittimate a rappresentare. Questo ha permesso all’avanguardia del movimento studentesco di riuscire a porre, inoltre, il problema dell’estensione del movimento e del suo collegamento con il mondo del lavoro.
Che cosa ha dunque portato il movimento anti-CPE alla vittoria? Sono state le mobilitazioni massicce di studenti e operai; è stata la pressione dal basso che ha costretto le confederazioni sindacali (CGT, FO e CFDT) a “muoversi” insieme alle manifestazioni quasi quotidiane di universitari e studenti medi in ogni città; è stato il blocco della didattica imposto direttamente dalle assemblee generali di studenti e garantito dai picchetti. Unità coi lavoratori e potere alle assemblee: ecco cosa ha costretto il governo Chirac-Villepin-Sarkozy a retrocedere.

Blocco diretto della didattica, picchetti e assemblee democratiche per andare verso un coordinamento nazionale.
Anche qua dobbiamo fare la stessa cosa per impedire (al di là dell’esito scontato della votazione parlamentari) l’entrata in vigore della riforma Gelmini.
Le assemblee di ateneo devono essere democratiche e servire a discutere delle modalità di azione e a eleggere dei delegati, con un mandato e revocabili, per mettere in piedi un coordinamento nazionale delle università e delle scuole in lotta.
Queste sono le condizioni minime non solo per estendere il movimento ma anche per evitare che venga intercettato da forze moderate, partitiche e sindacali, che si rapportano movimento per provare a controllarlo subordinandolo alle proprie esigenze istituzionali e parlamentari, portandolo nel vicolo cieco della negoziazione.

Facciamo come in Francia nel 2006, costruiamo l’unità fra studenti e lavoratori per piegare il governo.
L’unificazione fra lavoratori e studenti che i francesi erano riusciti ad imporre alle confederazioni sindacali, rappresenta oggi in Italia una prospettiva potenzialmente ancora più raggiungibile.
Non solo l’unificazione con il popolo della scuola che lotta su altri fronti contro la riforma Gelmini dovrebbe essere un obiettivo centrale da raggiungere, partecipando a tutte le mobilitazioni e provando a dar loro una prospettiva diversa. L’ondata di mobilitazioni delle ultime settimane, a cominciare dall’eroica resistenza dei lavoratori Alitalia a settembre, dallo sciopero dal sindacalismo di base del 17 ottobre o dagli scioperi categoriali nei prossimi giorni ai quali sono stati costretti i confederali, dimostrano uno stato d’animo ben diverso rispetto al letargo al quale ci avevano costretto sotto il governo Prodi-D’Alema-Ferrero e anche rispetto ai primi mesi di governo Berlusconi.

L’ondata di mobilitazioni indica anche la potenzialità di un’unificazione di tutte le vertenze in corso, alla quale purtroppo non lavorano i sindacati. In questa lotta per l’unificazione dei conflitti in atto, chiaramente identificati dagli slogan ripresi dagli studenti contro la Gelmini, Brunetta e Tremonti, il movimento contro la riforma Gelmini potrebbe servire da collante, considerando anche l’appoggio di cui gode fra i lavoratori, siano o meno genitori. Per ottenere quest’unità, però, dobbiamo esigere che quelle correnti politiche e quei sindacati che dicono di voler affrontare le politiche del padronato e del governo, si schierino conseguentemente sui luoghi di lavoro e di studio, con gli studenti e gli insegnanti in lotta. Non si può rivendicare il movimento anti-CPE rinnegando la sua arma centrale, l’unità fra studenti e lavoratori!

Sarebbe paradossale che proprio nel momento in cui vasti settori di lavoratori (del pubblico impiego e non solo) chiedono una mobilitazione contro il Governo (tanto da costringere le confederazioni ai prossimi scioperi del 30 ottobre e 3, 7 e 14 novembre) non ci si volesse porre il problema di unificare in una lotta generalizzata gli studenti e i lavoratori.

Come si fa a vincere se non si unificano le spinte in un unico movimento di lotta?

- Berlusconi vuole alzare il livello dello scontro? Manteniamo le occupazioni ed estendiamo il movimento, unificandolo con tutte le vertenze attuali!
- Assemblee democratiche in ogni liceo, ateneo e facoltà, lottiamo per coordinarci a livello nazionale!
- Esigiamo che tutte le organizzazioni sindacali e politiche che dicono di volersi opporre alla politica del governo e di Confindustria adottino misure di forza concrete, unificando la lotta di studenti e lavoratori, per impedire l’entrata in applicazione della riforma Gelmini. Smascheriamo chi vuole lottare a parole ma non nei fatti, esigendo azioni concrete in direzione della generalizzazione e della unificazione dei fronti di lotta!
- Costruiamo assemblee democratiche in ogni città! Generalizzare, unire ed estendere la lotta contro Berlusconi e Marcegaglia! Uniti si vince!
- Che la crisi la paghino i capitalisti e i loro Governi, non i lavoratori e gli studenti!

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