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Un piromane si aggira per l'Europa

Un piromane si aggira per l'Europa

(7 Maggio 2010) Enzo Apicella
L'agenzia di rating Moody's, la stessa che consigliava di investire in Lehman Brothers, soffia sul fuoco della crisi europea e invita a disinvestire in Grecia, Portogallo e Italia

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Il capitalismo è in crisi

L’alternativa è tra socialismo o barbarie

(10 Dicembre 2008)

Economisti prezzolati e giornalisti venduti ripetono quotidianamente che la crisi c'è, ma è solo un evento eccezionale che non mette in discussione né il sistema produttivo, né i rapporti sociali di classe che questo sistema produttivo ha costruito attorno a se.

Tutti assieme ribadiscono che si tratta solo di una crisi finanziaria, dovuta ad "eccessi speculativi" mentre la cosiddetta "economia reale" non solo non avrebbe colpe, ma anzi sarebbe stata travolta suo malgrado dagli "errori" della finanza.

Una analisi semplicistica e di parteche viene utilizzata dai politici di destra e di "sinistra" per proporre "ricette" e "misure" contro la crisi altrettanto semplicistiche e di parte.

In tutto il mondo la prima "ricetta" anticrisi è stata quella di utilizzare il denaro pubblico per aiutare le banchea ripianare i bilanci: l’amministrazione USA ha regalato alle banche 700 miliardi di dollari, il governo Britannico 400 miliardi di sterline, quello tedesco ha impegnato il 20% del Pil della Germania.
Quello italiano di fatto non ha neppure posto un limite agli aiuti.

La seconda "ricetta" è quella del sostegno diretto alle industrie, sempre con il denaro pubblico.
In Italia il "pacchetto anticrisi" varato dal governo Berlusconi prevede aiuti all'industria sotto forma di finanziamenti, detassazioni e riduzioni delle imposte, posticipazione del pagamento dell'IVA.

Ma tutto questo in realtà non ha nessuna efficacia contro la crisi e serve solo a sostenere economicamente banchieri e industriali.

Il problema è che questa crisi non è un evento eccezionale e non è neppure una crisi solo finanziaria.
Il fatto che le crisi finanziarie si sviluppino, dal punto di vista cronologico, prima di quelle della produzione, porta all’illusione che siano la causa e non l’effetto, anche se, ovviamente, l’effetto a sua volta reagisce sulla causa, aggravandone le conseguenze.
La causa di tutto non è la crisi dei mutui "subprime" negli usa e non è neppure la più generale crisi delle borse: la crisi finanziaria non è che il riflesso immediato di una crisi strutturale che mette in discussione l'intero sistema produttivo e sociale in cui viviamo.

Una crisi strutturale

La crisi nasce dal cuore stesso dell'economia capitalista, dalla sua legge "costituzionale": quella che la obbliga a crescere continuamente, o a collassare su sé stessa.

I capitalisti, cioè, sono disposti ad reinvestire i propri profitti nella produzione solo se c'è crescita economica e i capitali investiti possono fruttare ulteriori profitti.
Mentre se al contrario la crescita è bassa o tende a zero, i capitalisti non sono disposti a "rischiare"i propri capitali.

Questo è esattamente quello che sta succedendo: il tasso di crescita dell’economia mondiale (il PIL globale) è in calo costante da 50 anni e i capitalisti sono sempre meno disponibili ad investire nella produzione.

Dopo la IIª guerra mondiale, con le sue immani distruzioni di uomini e di mezzi e le devastazioni ambientali senza precedenti, la necessità della ricostruzione aveva ricreato condizioni favorevoli per il rilancio del sistema economico e sociale del capitalismo.

Poi il tasso di crescita dell'economia mondiale è andato via via calando.
La crescita del PIL a livello mondiale era del 5,5% negli anni '60, è scesa al 3,5% negli anni '70, a poco più del 3% negli anni ’80 , sotto il 3% negli anni '90, per arrivare al 2.5% nei primi anni del nuovo secolo.

Questa è chiaramente una media mondiale.

Ci sono paesi e settori produttivi in cui invece il tasso di crescita è "momentaneamente" maggiore, pur senza modificare la tendenza generale.
E i capitalisti quindi delocalizzano, ristrutturano e riconvertono continuamente per godere "momentaneamente" di un maggior tasso di profitto.

Con le conseguenze catastrofiche sul piano sociale che tutti abbiamo visto, sia qui, sia nei paesi dove è state delocalizzata la produzione e da cui ora viene trasferita altrove.
I capitalisti sono come uno sciame di cavallette che mangia tutto quello che trova e lascia il deserto dietro di sé.

Ma la tendenza generale rimane inesorabilmente quella di un blocco della crescita, e quindi del collasso del sistema capitalistico.

In questo contesto, a partire dalla seconda metà degli anni '90, mentre rallenta il tasso di crescita industriale, comincia invece a crescere in un modo senza precedenti il mercato azionario.

Le dimensioni di questa speculazione negli ultimi vent’anni non hanno precedenti.
La capitalizzazione del mercato borsistico americano è salita dai 5.400 miliardi di dollari del 1994 ai 35.000 miliardi del 2007. Il solo mercato mondiale dei derivati (cioè delle scommesse sui rialzi o sui ribassi del valore di merci o di indici azionari) supera i 500.000 miliardi di dollari, dieci volte la produzione mondiale di beni e servizi.

E' successo semplicemente che la cosiddetta "economia reale" non trovando più profitto ad investire nella produzione, ha cominciato ad investire nella finanza. Con il risultato di permettere ai soliti pochi di arricchirsi speculando su ogni genere di bene, dal petrolio al grano.

Chi pagherà la loro crisi?

Di fronte ad un crisi strutturale di questo tipo i "pacchetti anticrisi"basati su analisi semplicistiche e di parte servono a poco o nulla e in realtà sono solo specchietti per le allodole.

Il padronato ha adottato da decenni le proprie misure per difendere i profitti, con la complicità di tutti i governi che si sono succeduti, di centrodestra, di centrosinistra o tecnici.
Misure che pur senza riuscire a invertire la tendenza in atto, possono comunque ritardarne la marcia, scaricando i costi della crisi sui lavoratori e sui popoli del sud e dell'est.

Il primo fronte è quello del lavoro: si riduce il potere d'acquisto dei salari (ad esempio eliminando la scala mobile), si aumenta lo sfruttamento prolungando la giornata lavorativa o ritardando il pensionamento, si risparmia sulle misure di prevenzione, si introducono forme di lavoro servile (lavoro a chiamata, interinale, ecc.), si chiede di abolire il contratto nazionale di lavoro, si tenta in ogni modo di di mettere i lavoratori in concorrenza tra di loro: anziani contro giovani, regolari contro precari, italiani contro immigrati...

Il secondo fronte è quello delle privatizzazioni dei beni pubblici: si sono espropriati e trasformati in imprese produttive di profitto i servizi pubblici che erano stati costruiti con i soldi dei lavoratori.

Quelli che prima erano servizi erogati a prezzo di costo sono diventati merci, con il risultato che le tariffe oltre che ripagare i costi oggi devono anche contribuire ai profitti.

Il terzo fronte è quello delle guerre: per rapinare le materie prime (come ad esempio in Iraq), per conquistare nuovi mercati eliminando fisicamente potenziali concorrenti (come in Jugoslavia), per garantire con la minaccia delle armi il proprio diritto a sfruttare i lavoratori del sud e dell'est, e infine per sostenere, sempre con il denaro pubblico, l'industria degli armamenti.

I dati relativi alla ripartizione del Prodotto Interno Lordo tra profitti e salari esplicitano con chiarezza la guerra condotta contro i lavoratori da un padronato che difende con ferocia i propri privilegi di classe.

In Italia se nel 1975 il 70% del PIL andava ai salari, nel 2007 ai salari è andato solo il 54% del PIL.

In parole ancora più semplici: se per cento Euro (o Lire) di ricchezza prodotta i lavoratori italiani del 1975 ne percepivano 70 in termini di salari e stipendi, i lavoratori del 2007 ne hanno percepito solamente 54.

Le cose non vanno diversamente in Europa: ai salari oggi va poco più del 55% del PIL mentre nel 1975 andava oltre il 67%.

Per quanto riguarda gli USA è da notare che è stata proprio questa guerra del profitto contro il salario ad aver causato la bolla speculativa che è esplosa l'anno scorso, mettendo a nudo la crisi generale in atto.

Gli stessi industriali che lucravano sui bassi salari, per riuscire a vendere le proprie merci, dovevano favorire in ogni modo l'indebitamento dei lavoratori, non solo per l'acquisto della casa, ma anche per l'acquisto a rate ogni altro genere di bene.

Le banche sollecitate dagli industriali a concedere credito sempre e comunque (per "sostenere" i consumi), hanno trovato il modo di non rischiare in prima persona inserendo le cambiali "a rischio"(in gergo economico i "subprime") in "prodotti finanziari" offerti come un grande affare ai risparmiatori.

Alla fine questo castello di carte è crollato perché mentre la finanza moltiplicava i capitali virtuali, l’economia reale invece continuava a rallentare.

Anche i fondi pensione, sostenuti con grande determinazione a destra e a sinistra, così come dai sindacati concertativi, hanno investito nei prodotti finanziari che contenevano le cambiali a rischio dei lavoratori americani, subendo perdite fino all’11%.

La barbarie alle porte

Se il capitalismo supererà o meno questa crisi è una questione politica e non economica.

Se ne avrà la possibilità politica questo sistema difenderà con tutta la ferocia possibile i privilegi delle proprie oligarchie e per farlo massacrerà ulteriormente i lavoratori e le lavoratrici riducendo ancora di più la percentuale del prodotto che va ai salari, privandoli di qualsiasi garanzia pensionistica per condannarli allo sfruttamento a vita, privandoli di qualsiasi garanzia contrattuale per costringerli tutti al lavoro servile.

Se ne avrà la possibilità politicaquesta sistema scatenerà altre guerre e altri conflitti, guerre per rapinare le materie prime, ma anche guerre tra gruppi capitalisti per la conquista dei mercati e farà appello al patriottismo e all'identità nazionale per costringere i proletari a combattere le guerre e pagare i profitti dell'industria bellica.

Se ne avrà la possibilità politicaquesto sistema permetterà alle proprie oligarchie di arricchirsi speculando sui beni e sui servizi primari, sul grano, sull'acqua, sull'assistenza sanitaria e sulla scuola, condannando alla fame e alla sete, alla malattia e all'ignoranza miliardi di esseri umani.

Non a caso nessun paese occidentale ha deciso misure per fermare i licenziamenti e far aumentare i salari.

La ricetta capitalistica per superare la crisi è proprio quella dei licenziamenti di massa e della diminuzione dei salari.
Vengono quindi difesi e finanziati con il denaro pubblico non il lavoro e i salari, ma i programmi di ristrutturazione e di licenziamento delle imprese.

Se ne avrà la possibilità politica il sistema capitalista continuerà a fare quello che sta facendo ormai da trent'anni per difendere i profitti di pochi condannando alla miseria la stragrande maggioranza dell'umanità, e per farlo continuerà a dividere la classe, ad alimentare le guerre tra i poveri, a promuovere la mobilitazione reazionaria, ad utilizzare i propri giornali e le proprie televisioni come strumenti di controllo sociale, a predicare il razzismo e l'odio tra i popoli, a seguire la strada di un nuovo fascismo.

Questa è la barbarie che subirà la classe operaia nel prossimo futuro, se si permetterà ai capitalisti di agire secondo il proprio interesse.

Per l'autonomia di classe. Per il socialismo. Per il governo dei lavoratori

La denuncia degli effetti della crisi sui lavoratori rimane un lamento inutile se non si pone al centro la necessità del superamento di questo stato di cose basato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Lo sfruttamento e il profitto sono la causa principale della crisi.

Il modo di produzione capitalista è in crisi per le proprie contraddizioni e non è possibile addebitarne la responsabilità a nessuna causa "esterna".
Da decenni ormai il mondo intero è sottomesso alle leggi del mercato e della concorrenza con la promessa di un futuro di sviluppo e di prosperità per tutti.
Da decenni la classe operaia è costretta a tacere e subire in cambio della promessa di un futuro di benessere e di migliori condizioni di vita.
Il capitalismo però, anche se domina incontrastato sul mondo intero, non riesce più a dare né sviluppo, né benessere, ma solo crisi e miseria.

E' necessario quindi avere il coraggio di affermare che l'unica possibile uscita dalla crisi è quella dell'eliminazione dello sfruttamento e del profitto.

La classe operaia non ha più bisogno di quei soggetti politici e sindacali che da sempre promettono inutilmente di "riformare" e "migliorare" questo sistema di sfruttamento, senza mai mettere in discussione la proprietà dei mezzi di produzione.

Il progresso, lo sviluppo, la conquista di una vita dignitosa per tutte e tutti potranno essere raggiunti solo quando le lavoratrici e i lavoratori dipendenti, che sono la maggioranza dell'umanità, decideranno che si può fare a meno della borghesia.

Solo quando le operaie e gli operai, in quanto attori principali della produzione, la prenderanno nelle proprie mani, decideranno lo scopo del lavoro e il modo della sua organizzazione, costruiranno il proprio ordine nuovo e il proprio sistema di autogoverno, il socialismo.

Il compito dei comunisti che hanno preso coscienza dell'impossibilità di riformare questo sistema economico e politico è quello di mettersi al servizio della classe operaia senza settarismi e senza pretese identitarie, con la consapevolezza che la liberazione dallo sfruttamento e dall'oppressione di classe deve necessariamente avere come protagonisti principali le operaie e gli operai.

Movimento per la Costituente Comunista (Padova)

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