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(20 Gennaio 2012) Enzo Apicella

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La festa è finita (note sulla crisi - 2)

(19 Dicembre 2008)

Questa seconda parte,cercherà di offrire un’ipotesi di scenario, che l’attuale crisi economico finanziaria potrebbe far scaturire.

Abbiamo affermato che il giocattolo s’è rotto, ma a detrimento del cittadino-lavoratore-consumatore, rispetto ai pochi che hanno goduto di enormi guadagni. Quei pochi, oggi, vengono salvati grazie all’intervento dei tanto vituperati Stati, quindi, da tutti noi. Stati, che nonostante le affermazioni medianiche, stanno annaspando per tirare fuori dal pantano, ciò che loro stessi hanno foraggiato e preservato, facendoci credere che stiamo subendo una pur difficile crisi finanziaria, ma che basteranno poche regolette per tornare alla ( loro ) normalità fra un paio d’anni al massimo. In parole povere: vogliono farci bere la storiella di un’”economia reale” sana ed altruista, vittima di una sregolata “finanza corsara”; nascondendoci, però, un particolare importante: la grande diffusione di partecipazioni azionarie delle imprese in tutti i settori della finanza e sue diramazioni.

Negli ultimi giorni, anche il più distratto lettore di quotidiani od il voyeur dei nostrani telegiornali, avrà saputo del crollo del prezzo del petrolio e del calo di alcuni prezzi al consumo, che hanno invertito la tendenza inflazionistica degli ultimi decenni. A molti sarà apparsa una buona novella, ma sicuramente non avrà percepito nessuna enfasi nel tenore degli articoli o nell’annuncio delle notizie. Il motivo è dovuto ad un sostantivo, che terrorizza più di ogni altro: deflazione.

Come già detto, la sovrapproduzione, accompagnata da un indebitamento indiscriminato di massa, in una società che legittima il super sfruttamento del lavoro ( precarizzazione, bassi salari, assenze di politiche strutturali di welfare…), ha condotto all’attuale crisi, la quale, di conseguenza, sta producendo il “raffreddamento” dei consumi ed il mancato rispetto nei pagamenti dei debiti. Gli effetti che ne derivano tracimano in tutti i settori economici, che per sopravvivere necessitano di liquidità, ma per ottenerla nell’immediato, considerato il prolungarsi della recessione, devono abbassare i prezzi, con conseguente depressione economica.

La deflazione di cui stiamo trattando, non riguarda una relativa diminuzione dei prezzi che possiamo riscontrare nell’acquisto di un PC o di un televisore o di un’auto, ma di quella tendenza generalizzata alla riduzione di tutti i prezzi, tanto da portare il tasso d’interesse prossimo allo zero, se non pari ad esso. E non ci si illuda in un aumento del potere d’acquisto degli stipendi. In tali frangenti le imprese, mancando i guadagni, cercheranno di ridurre ulteriormente i costi, sia attraverso mancati investimenti, sia attraverso la riduzione del costo del lavoro, che può trasmutare in licenziamenti. Licenziamento significa, per chi lo subisce, mancanza di liquidità e quest’ultima, assenza di potere d’acquisto. Non illudetevi, nessuno ha le ricette appropriate, ma riteniamo che continuare a sostenere banche ed imprese, che si tengono ben stretti i capitali elargiti dallo Stato, non sia la soluzione. Pur ravvisando l’origine sistemica della crisi, che a nostro avviso meriterebbe ben altre soluzioni, non possiamo non appoggiare espedienti emergenziali, che intervengano, attraverso politiche di welfare, al sostegno dei redditi di coloro i quali, negli anni, hanno prodotto conoscenza e beni materiali. Un “popolo”, che già escluso da ogni possibilità di avere diritti, si trova oggi, dopo aver dato i suoi risparmi o le sue pensioni a banche, che li hanno usati a proprio piacere, a farsi carico di una crisi che non ha in alcun modo contribuito a fomentare. E che non trova un progetto alternativo credibile.

Dicembre 2008

Luciano Di Gregorio
RdB-PI

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