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La soggettività non è acqua

L'Editoriale di Contropiano Anno 16 N° 4(2008)

(14 Dicembre 2008)

La fase storica che si è riaperta, dobbiamo ammettere che si presenta come confusa e molto interessante. Per definirla “eccellente” - come direbbe il timoniere – manca però un dettaglio non irrilevante: quello della soggettività. E’ infatti la soggettività da mettere in campo quella che può orientare i contraccolpi della crisi sistemica del capitalismo verso soluzioni progressiste e non verso orizzonti reazionari.

In queste settimane abbiamo dato vita o partecipato a moltissimi dibattiti sulla crisi. Quando il dato della soggettività è entrato nel confronto tra le nostre elaborazioni e la “politica” (nel senso dei dirigenti dei due partiti comunisti ufficiali a tutt’oggi esistenti in Italia), abbiamo assistito a un posizionamento che lascia quantomeno perplessi di fronte alle possibilità di intervento e iniziativa offerti dalla crisi in corso.

Nei ragionamenti dei dirigenti del PdCI, c’è la fregola di giungere ad un accordo elettorale con il PRC sulle prossime elezioni europee inteso come processo che preceda e affianchi l’eventuale riunificazione dei due partiti. E' una soluzione alla crisi di soggettività e di progetto che dovrebbe dunque procedere tutta per vie interne e solo dopo, ma dopo dopo, spalmarsi e influenzare il corpo sociale e affrontare così gli effetti della crisi economica. Sul piano delle proposte, o almeno di quelle che abbiamo potuto ascoltare, non si va molto oltre un keynesismo molto adagiato sul new deal americano degli anni ’30.

Nelle argomentazioni del PRC, condizionato pesantemente dalla sua lacerazione interna a seguito del congresso di Chianciano, vediamo invece riaffiorare grumi di cultura politica ingraiana che tante devastazioni hanno già causato nel nostro paese. Nelle analisi della crisi da parte dei dirigenti del PRC con cui ci siamo confrontati prevale la dimensione apocalittica, soprattutto sul versante della guerra tra poveri con gli immigrati in funzione di capro espiatorio della rabbia e delle frustrazioni dei lavoratori e dei settori sociali “nativi” colpiti dalla crisi stessa. Prevale in tal senso, una visione che nega ogni ambizione alla soggettività comunista e anticapitalista nel poter influenzare gli eventi, e dunque si riaffaccia quel binomio tra scenario catastrofico e menopeggismo come male minore, che è stato l’ipoteca e la maledizione del movimento di classe nel nostro paese, prima con il PCI e poi con l’egemonia neoriformista e ingraiana anche sui nuovi partiti comunisti sorti dal suo scioglimento. Le soluzioni neokeynesiane, anche le più arretrate, diventano dunque il massimo orizzonte possibile per evitare soluzioni reazionarie e il ritorno degli spiriti animali del liberismo.

Da queste analisi manca quasi sempre una valutazione complessiva del modo di produzione capitalista, delle crisi che produce continuamente (ben nove in trentacinque anni), degli effetti concreti sui lavoratori e la composizione/scomposizione di classe del blocco sociale antagonista, degli adeguamenti del capitalismo alle nuove situazioni e che non rendono affatto contrastanti tra loro le scelte liberiste o quelle stataliste.

Il dibattito da fare e da perseguire mentre la crisi sta dispiegando i suoi effetti sul corpo sociale, diventa dunque quello sulla soggettività e la funzione concreta dei comunisti e di una sinistra anticapitalista. Partire da questo significa innanzitutto internità e protagonismo nel conflitto sociale (che ancora una volta si sta dimostrando più avanzato della politica) ma soprattutto riaffermazione dell’indipendenza politica dei comunisti e autonomia degli interessi di classe rispetto a quelli del capitale.

In questo senso il dibattito e le polemiche sullo sciopero del 12 dicembre convocato dalla Cgil di Epifani per depotenziare lo sciopero convocato dai metalmeccanici e la stessa Fiom e per riproporre il gioco di sponda con il Partito Democratico verso il governo Berlusconi, è una questione che richiede una maturità adeguata alla fase e una rottura culturale con le scelte praticate fino ad oggi e che hanno prodotto sistematicamente la crisi dei movimenti sociali e di una sinistra anticapitalista realmente autonoma dalle compatibilità. Assistiamo invece al ripetersi degli stessi argomenti che abbiamo sentito in questi anni e che – allo stato dei fatti – hanno visto fallire ogni ipotesi tesa a liberare forze sociali ed energie politiche dall’egemonia riformista e neoliberale. Lo sciopero generale dei sindacati di base del 17 ottobre aveva messo le cose sul percorso giusto, ma è bastato che Epifani facesse un poco di “ammuina” per riprecipitare gran parte della soggettività politica all’indietro. E’ vero - e sarebbe un errore sottovalutarlo – che la crisi morde e le potenzialità del conflitto sociale sono oggi diverse rispetto a solo qualche mese fa, lo abbiamo verificato anche tramite il movimento degli studenti e la riuscita dello sciopero del 17 ottobre. Ma è proprio per questo che non può venire meno una funzione di orientamento, organizzazione e rottura culturale e politica da parte dei comunisti e della sinistra anticapitalista verso chi intende ricondurre il conflitto dentro il recinto delle compatibilità. La discussione è aperta, ma questa volta e proprio per questo occorre portarla fino in fondo con coerenza e senza fare sconti a nessuno.

Contropiano

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