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Che Guevara

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(10 Ottobre 2008) Enzo Apicella
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Alcune domande ai compagni di Contropiano in merito all’editoriale dell’ultimo numero

(19 Dicembre 2008)

Cari compagni

abbiamo letto l’editoriale dell’ultimo numero di Contropiano e pensiamo che, pur nella sua sintesi, colga il nodo fondamentale di fronte al quale è posta l’iniziativa politica dei comunisti nella prossima fase: la costruzione di una “soggettività” comunista capace di esercitare un ruolo decisivo nell’ostacolare la deriva reazionaria che si presenta di fronte a noi come esito “culturale” di massa della società in cui viviamo e, possibilmente, di orientare in senso rivoluzionario il disagio che settori sempre più ampi delle masse popolari matureranno per gli effetti della crisi.

Condividiamo integralmente la riflessione critica sulla combinazione catastrofismo-menopeggismo che attribuite ai residui ingraiani del PRC. E’ sicuramente corretto aver individuato nell’ostentazione della sconfitta, della diffusione del senso di impotenza e di mancanza di prospettiva tra i lavoratori… la base su cui è stata costruita la politica del “meno peggio” che in questi anni ha condotto là dove solo poteva condurre ovvero al peggio. Non solo non è stata ostacolata la penetrazione culturale, politica ed organizzativa della destra nel tessuto sociale ma anzi, si sono consegnati milioni di lavoratori alla propaganda reazionaria.

Di questa politica i partiti della “sinistra” hanno pagato le conseguenze elettorali, ma i lavoratori hanno pagato - e duramente - quelle sociali.

Naturalmente, la risposta al binomio catastrofismo-menopeggismo non può essere quella di edulcorare la realtà offrendone una versione idilliaca, con piazze sempre piene e pronte alla rivoluzione… La risposta deve essere la verità. Ai lavoratori bisogna presentare la realtà per come essa è e lasciare loro il diritto di decidere se opporsi o accettarla. Anche perché la semina delle illusioni porta inevitabilmente alla raccolta delle disillusioni e, quindi, ad ulteriore senso di frustrazione e di impotenza.

I boomerang, presto o tardi, tornano indietro.

Forse per voi, oggi, la questione della soggettività non è necessariamente la questione dell’organizzazione politica, ma la questione del ruolo dei comunisti o magari di qualche comunista. Noi siamo convinti che, senza partito, i comunisti non potranno esercitare alcun ruolo degno di questo nome. Del resto, ai marxisti non può sfuggire che per esercitare un ruolo materiale (e quindi anche intellettuale) si deve essere soggetto materiale e non solo soggetto intellettuale. E il partito è, come Pag. 3 avrebbe detto Gramsci, quell’organismo - al tempo stesso “intellettuale e organizzatore collettivo” - senza il quale non è pensabile né una resistenza efficace, né tanto meno, lo sviluppo di un processo rivoluzionario. Su questo ci permettiamo di rimandarvi ad un testo che abbiamo scritto qualche anno e che pensiamo sia ancora molto attuale (Seminare per raccogliere) e nel quale non avrete difficoltà a riscontrare talune assonanze con impostazioni emerse, diciamo così, nell’ambito di un “comune” contesto di dibattito alla fine degli anni ‘90.

Il punto, tuttavia, non è (solo) questo.

Paventate il rischio di una “soluzione politicistica” alla crisi elettorale delle forze che si definiscono “comuniste” dopo la batosta della Sinistra Arcobaleno ad aprile e criticate la tendenza di queste forze a riproporre ricette economiche di stampo “neo-keynesiano”.

Ma perché non dovrebbero riproporre certe ipotesi - politiciste in campo politicoorganizzativo e neo-keynesiane in campo economico - forze che per la loro concreta azione politica e pratica non possono essere collocate neppure all’altezza di una posizione onestamente riformista?

Dove altro pensiamo che “possano ancorarsi” partiti che del comunismo mantengono solo l’iconografia (e il PCI ci ha insegnato quanto lontano si possa andare dal comunismo pur riempiendo le sale di falci e martelli) e solo per ragioni puramente elettorali (ma avendo provato ad aprile di disfarsi anche dei simboli) e che ora sperano di recuperare qualche voto identitario da sommare a qualche voto di protesta anti-PD per tornare a galla e continuare ancora per qualche tempo a gettare fumo negli occhi ai lavoratori?

Sarà già un miracolo se la metà del PRC riuscirà a non scivolare apertamente verso l’apologia di Obama come ha fatto di recente Liberazione (accostandone la vittoria, tra l’altro, a quella di Luxuria nel programma spazzatura l’Isola dei famosi) o come hanno fatto noti intellettuali “no global” che hanno definito quella di Obama negli USA addirittura come la vittoria delle moltitudini (che questi intellettuali definiscono il “nuovo proletariato” in lotta contro l’Impero).

A proposito di keynesismo. In Italia tutti si sbracciano per dimostrare che Obama sostiene proposte economiche “neo-keynesiane” in antitesi alle ricette “neoliberiste” di Bush. A forza di “neo-logismi” si è perso di vista il fatto storico e teorico (che una volta capivano anche i bambini dell’asilo) che la dicotomia neokeynesismo / neo-liberismo è più che altro uno specchietto per le allodole (che tra l’altro evidenzia un preoccupante feticismo per lo Stato del capitale) usato per nascondere l’elementare evidenza che il capitalismo usa tutti gli strumenti che ha a disposizione - dalle rottamazioni alla guerra - per affrontare le epoche di crisi.

Come scrive Joseph Halevi nel suo intervento al Convegno nel 2004 promosso dalla Rete dei Comunisti (da cui gli atti Lavoro contro capitale) oggi il keynesismo può essere solo di guerra. Ed infatti, per capire di quale natura sarà il “keynesismo” di Obama basti osservare che l’unico ministro dell’amministrazione Bush confermato in quella di Obama sarà Robert Gates, responsabile della Difesa; evidentePag. 4 mente il “keynesismo” di Obama sarà un “keynesismo di guerra” (come del resto fu in larga parte anche quello degli anni ‘40 negli USA) semmai parzialmente “temperato” dalle difficoltà derivanti dagli interventi in Iraq, in Afghanistan, in America Latina e nel resto del mondo.

La Rete dei Comunisti sembra avere ben chiaro che il compito dei comunisti nella prossima fase non può essere quello di elemosinare un po’ di assistenza ai poveri o un po’ di “ammortizzatori” o di “micro-redditi di sopravvivenza” (peraltro difficili da erogare a tutti in questa fase e quindi pericolosamente utilizzabili come “volano sociale” per scavare ulteriormente il fossato tra lavoratori “garantiti” e precari/immigrati sempre più ricattabili grazie alle leggi che il polo unico capitalistico ha sottoscritto in questi ultimi 15 anni con l’appoggio concreto del PRC e del PdCI, aldilà delle chiacchiere sul “movimento dei movimenti” o sull’”identità comunista”) .

Ma allora qual’è lo stupore?

La Rete dei Comunisti ritiene per caso Paolo Ferrero e Oliviero Diliberto interlocutori nel processo di costruzione della soggettività comunista e/o anti-capitalista di cui parla nell’editoriale? Se è così allora lo stupore dell’editoriale ha senso e sono le nostre considerazioni che perdono di senso così come perde di senso ciò che pensavamo di aver capito del documento del 31 maggio scorso in cui la RdC concludeva sulla necessità di una rottura a tutti i livelli con il riformismo e con l’elettoralismo, il che poteva essere letto anche come una rettifica del precedente percorso di confronto e di collaborazione con dirigenti/aree del PRC, del PdCI, dei Verdi e persino dei DS di Socialismo 2000. Ipotizziamo che così non sia; allora, forse, è meglio impostare le cose in modo diverso.

Quando ci riferiamo ai dirigenti del PRC e del PdCI non abbiamo a che fare con “compagni che sbagliano” come pretenderebbe di essere considerato Paolo Ferrero, che guarda caso è “rinsavito” solo dopo che la Sinistra Arcobaleno è stata cancellata dal Parlamento mentre prima faceva il ministro insieme a Rutelli e PadoaSchioppa, sottoscriveva DDL sulle espulsioni con il Ministro dell’Interno Giuliano Amato e benediceva la costruzione del muro di via Anelli a Padova.

E se la sconfitta elettorale fosse stata meno pesante, se la SA avesse superato il quorum, le scelte fatte con il governo Prodi sarebbero state comunque auto-criticate (anche solo formalmente come in questo caso)? Ne siamo proprio certi?

Qui stiamo parlando di dirigenti ormai pienamente interni alle logiche di funzionamento del capitalismo entro cui essi si sono collocati organicamente da anni, seppure in una particolare posizione, diciamo, ideologicamente riformista e concretamente neo-corporativa (o concertativa). Per il loro appoggio alla ristrutturazione capitalistica Diliberto e Ferrero sono stati ripagati con i massimi ruoli istituzionali: ministri e di governi di un paese imperialista in epoca di guerra permanente (camuffata da missioni di “pace”). Ma anche qui, per non farla lunga, ci permettiamo di rimandare - a mo’ di approfondimento - ad un intervento del 2008 (Il ciclo sgonfiato).

Pag. 5 Nessuno può pensare seriamente che lo Stato del capitale, dopo aver cercato in ogni modo di impedire al “più grande partito riformista dell’Occidente” - il PCI - di accedere ad un governo di semplice “compromesso storico”, avrebbe poi permesso a ministri “anti-capitalisti” e “comunisti” di accedere alle stanze del potere 30 anni dopo, in un quadro politico enormemente deteriorato, senza avere la garanzia matematica - ovvero esplicita - che essi non avrebbero nuociuto in nessun modo - come in nessun modo hanno nuociuto - al processo di ristrutturazione capitalistico anti-popolare e anti-operaio, avviato formalmente con la svolta dell’Eur e concretamente con il 1992. Davvero pensiamo l’imperialismo italiano così sprovveduto?

Davvero le “unità” PDS-Dini-Bossi-Buttiglione-Treu o quella DS-CossigaCossutta-Mastella-Diliberto-Manconi o quella Mastella-Bertinotti-Ferrero-Padoa Schioppa-Rutelli non ci hanno insegnato nulla sulla capacità del potere di avere sempre una configurazione politico-parlamentare amica, qualsiasi siano le alleanze necessarie?

La strumentalizzazione della lotta sulle pensioni del 1995 (e se vogliamo anche la posizione nel referendum sull’art. 19 che voi dovreste ben ricordare), il Pacchetto Treu e il devastante avvio della “precarietà totale”, la legge razzista TurcoNapolitano con i suoi lager-CPT, le privatizzazioni, la riforma aziendalista Berlinguer della scuola superiore, l’appoggio al governo D’Alema con l’attacco al diritto di sciopero nei trasporti pubblici, l’aggressione imperialista alla Jugoslavia nel 1999, l’elargizione del cuneo fiscale di 6 miliardi all’anno alle imprese nel 2007, lo scippo del TFR con la truffa del silenzio-assenso, i “protocolli del luglio 2007”, la deriva finto-pacifista e vero-revisionista, la liquidazione delle resistenze medioorientali come fondamentalismi, il finanziamento di missioni in Afghanistan e in Libano, l’esaltazione della Folgore, ecc...; questo è il parzialissimo bilancio dell’azione politica dei “sinistri arcobaleno” in 15 anni. Si è trattato di “errori” su cui fare “auto-critica”? Immaginiamo che anche per voi, una tesi di questi tipo, possa essere vista solo come ridicola.

E allora perché continuare ad invitare e a legittimare questi personaggi che non hanno nulla di ambiguo a parte il fatto di auto-definirsi comunisti? Perché non vedere che questi personaggi - consapevolmente o meno, poco importa - continuando a definirsi comunisti e a fare quello che fanno, alimentano confusione e spingono settori popolari sempre più lontano dal comunismo e nelle braccia delle forze reazionarie? Cos’è che alimenta la crescita molecolare, ma reale, del neo-fascismo tra i giovani se non la mancanza di credibilità e i continui “tradimenti” della “sinistra”? Davvero, compagni, non vediamo il nesso dialettico tra le due cose? Chi è che getta in braccio a Fini, Bossi, Berlusconi milioni di persone (anche proletari, operai, giovani...) se non le scellerate politiche anti-sociali e la devastazione culturale operate dai vari governi di centro-”sinistra” appoggiati, direttamente e indirettamente, dai personaggi che poi relazionano in convegni in cui si discute del futuro del movimento comunista?

Fossero - questi “leader” della “sinistra” - almeno intellettuali che hanno qualcosa da dire sulla crisi economica come un Brancaccio o un Bellofiore che ovviamente non capiscono nulla di politica, ma almeno conoscono la differenza tra “azione” e Pag. 6 “opzione” o tra “mutui” e “mutua”; ma i Ferrero e i Diliberto, per amor del cielo, a che servono?

Per chi, come voi, in questi anni ha impegnato molte energie sul versante delle lotte sociali e anti-capitaliste, per chi ha sostenuto e sostiene l’esperienza del sindacalismo di base e indipendente... non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che questi personaggi e, diciamola tutta, questi partiti, non possono essere compagni di strada. Se poi ci sono ancora compagni nella fantomatica “base” di queste organizzazioni che onestamente non sono disponibili ad avallare le porcate dei propri dirigenti e sono invece disponibili a costruire rapporti e collaborazioni politiche con il movimento comunista, bene, si costruiscano rapporti e collaborazioni: è sempre la cosa giusta da fare. Ma i massimi dirigenti - i “ferreri” e i “diliberti” - cosa c’entrano?

Nella parte finale dell’editoriale emerge un certo rammarico per il fatto che lo sciopero della CGIL riesca a trascinare molti settori - anche del sindacalismo di base e della “soggettività politica” - all’indietro.

Alcuni compagni vicini alle vostre posizioni politiche hanno addirittura espresso un dissenso plateale dentro la CUB perché il suo Coordinamento Nazionale ha scelto di scioperare il 12 dicembre “con la CGIL” e anche verso le altre organizzazioni sindacali appartenenti al “patto di consultazione (le cui difficoltà “a decollare”, ci si perdoni il gioco di parole, erano già emerse nella diversa impostazione sulla vertenza Alitalia). Ora c’è la proposta delle RdB di passare dalla consultazione alla federazione, ma il rischio è che tutte queste proposizioni siano rivolte più verso l’interno che non verso l’esterno ovvero, verso i lavoratori.

Si sostiene che è sbagliato che i lavoratori dei sindacati di base scioperino con quelli della CGIL visto che la CGIL sciopera per ripicca contro il governo e per supplenza al PD. Certamente è vero che la CGIL sciopera per questo motivo. Certamente è molto pericoloso legittimare la posizione della CGIL (come ha fatto di gran carriera Giorgio Cremaschi speranzoso che la miccia del missile CGIL-aria su cui era seduto sia stata momentaneamente spenta).

Ma quello che non capiamo è perché si debba essere tanto inflessibili sul piano di un singolo sciopero quando invece è possibile discutere amabilmente del futuro dei comunisti e delle lotte contro il capitalismo con personaggi che in questi anni hanno fatto le scelte che abbiamo sinteticamente ricordato anche in questo commento (e che - sia detto en passant - sul piano sindacale ratificano acriticamente ogni scelta della CGIL; dalle peggiori, come il Pacchetto Treu, i “protocolli di luglio” o lo scippo del TFR con il silenzio/assenso, fino alle ultime, - Ferrero ha dichiarato nella sua relazione in DN del PRC “L'altro elemento forte della ripresa dei movimenti di lotta è dato dalle scelte della Cgil” -).

Con i lavoratori della CGIL in sciopero no e con Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero a discutere di comunismo e di anti-capitalismo sì? Non vi pare una posizione poco sostenibile e, di più, oggettivamente sbagliata?

Concludiamo. Il percorso della ricostruzione di una forza autenticamente comunista e, per conseguenza, rivoluzionaria non è un percorso né semplice, né breve.

Il fatto è che questo percorso può persino complicarsi e allungarsi se non si inizia a fare qualche scelta coraggiosa.

Quando, nel vostro bilancio, affermate che si deve dire basta con il riformismo e con l’elettoralismo noi siamo d’accordo. Ed anche quando dite che la discussione va portata fino in fondo e senza fare sconti a nessuno siamo d’accordo.

E allora a questo punto non resta che una cosa da fare ovvero quella di scegliere, nella discussione, gli interlocutori giusti.

Un cordiale saluto e vi ringraziamo se avrete la pazienza di risponderci.

Un saluto comunista

dicembre 2008

WEB: www.antiper.org
BLOG: http://antiper.blogspot.com

ANTIPER
Critica rivoluzionaria dell’esistente
Teoria e prassi per il non ancora esistente

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