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Esopo ad Assisi

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(26 Settembre 2011) Enzo Apicella

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Aspettando Malcolm X

(19 Gennaio 2009)

Premesso che avremo tempo e modo di ragionare insieme sugli sviluppi della situazione a Gaza a ventiquattro ore dalle manifestazioni che hanno attraversato le città del mondo, qualche riga per definire il profilo della manifestazione romana – talmente grande e partecipata da prendere alla sprovvista gli stessi promotori – mi sembra opportuno prenderla, soprattutto alla luce di alcuni articoli e commenti politici dei quali non si sentiva affatto la necessità e che non aiutano in alcun modo il prosieguo e lo sviluppo dell’iniziativa.

Non mi riferisco al ciarpame esplicitamente sionista (che la grandezza della manifestazione romana sembra aver costretto, almeno per un giorno, a tenere un low profile), ma ad alcuni interventi di “sinistra”, in particolare quelli apparsi sul Manifesto e su Liberazione. Partiamo dal quotidiano del PRC, dove appare evidente che il cambio di direzione – pure, tanto sofferto - è consistito essenzialmente in un banale cambio della guardia. Il giornale titola in prima pagina “Ieri grandi manifestazioni ad Assisi e Roma” e il nuovo direttore, Dino Greco, riesce a scrivere un breve fondo che inizia così: Quelle di oggi sono state ciò che dovevano essere: grandi, pacifiche manifestazioni di massa. Una folla straripante, composita, ha percorso le vie di Roma e di Assisi… ora, secondo le stime più prudenti, i partecipanti alla manifestazione romana sono stati almeno 150.000, più probabilmente 200.000, secondo l’emittente Sky Tv (non certo sospetta di estremismo filo palestinese) addirittura 400.000. Per chi conosce Roma, basti dire che quando la testa del corteo ha raggiunto Porta San Paolo, la coda era ancora a Santa Maria Maggiore e dalle strade laterali continuavano ad affluire migliaia di ritardatari – più che altro romani, come da tradizione – tanto che anche i funzionari della Digos ammettevano di non essere in grado di quantificare il numero dei partecipanti, nonostante l’ausilio dell’elicottero che volteggiava fra Piazza Vittorio e Viale Aventino. Per quanto riguarda la manifestazione di Assisi, invece, le stime più favorevoli parlano di 5000 persone, altri assicurano che i partecipanti non erano più di 400. Si tratta, in ogni caso, di dati che dovrebbero far riflettere, posto che la manifestazione di Roma è stata completamente autorganizzata, con la gente che ha pagato i pullman di tasca propria, mentre gli organizzatori di Assisi vantavano l’impegno, anche economico, di oltre 1000 sigle, comprese quelle di numerosi enti locali, nonché quelle della più grande struttura associativa (l’ARCI) e del maggiore sindacato (la CGIL). Insomma, caro direttore, ci vuole una robusta dose di fantasia per non operare una qualche distinzione fra la portata dei due eventi.

Non va meglio se ci si sposta sulle pagine del Manifesto, che a sua volta titola in prima pagina “Decine di migliaia di persone a Roma e Assisi contro i massacri di Gaza” e, nelle pagine interne, riferisce degli oltre centomila di Roma ma evita accuratamente di definire quante siano le migliaia di persone che si sono ritrovate ad Assisi.

Non è credibile che il motivo di tanta disinformazione sia ascrivibile solo ad incompetenza o mancanza di senso delle proporzioni. Purtroppo, l’assenza di senso del ridicolo che accomuna i due quotidiani della sinistra radicale è solo lo strato superficiale di quella lontananza dalla realtà del Paese e di quell’insopportabile autismo da casta politico-culturale che sono alla base del disastro di aprile. In sostanza, sia il Manifesto che il PRC hanno tentato un’operazione politica ben determinata, votata al fallimento, e infatti miseramente naufragata: di fronte alla stellare distanza fra le impostazioni dei due appuntamenti, hanno provato a far credere ai propri lettori e simpatizzanti che, in fondo, si trattava di due manifestazioni con gli stessi contenuti e gli stessi obiettivi, facendo così un grave torto all’intelligenza collettiva ed anche a quella dei diversi promotori, che, se le cose stessero come le raccontano il Manifesto e il PRC, obiettivamente sarebbero (compreso il sottoscritto) degli imbecilli vanagloriosi, incapaci, anche di fronte al massacro di Gaza, di anteporre le ragioni dell’unità ai propri particolarismi.

La domanda da porsi è, semmai, perché tanto al Manifesto quanto al PRC, ci si ostini a non voler fare i conti con la realtà, che mostra con grande chiarezza l’esistenza di opzioni non diverse, ma contrapposte, con buona pace anche di quei “palestinesi di professione” (pochissimi, per la verità) che si sono prestati al travisamento dei fatti. Da una parte, infatti, c’era – come c’è sempre stato e continuerà ad esserci – il sostegno esplicito al popolo palestinese ed al suo diritto di resistere con ogni mezzo, civile ed armato, all’occupazione ed alla pulizia etnica dello Stato sionista; dall’altra, il mantra melenso e pilatesco dell’equidistanza, declinata nella vicinanza a tutte le vittime di una guerra che esiste solo nella malafede di chi non vuole chiamare le cose con il loro nome e, dunque, non può dire che quella di Gaza non è una guerra, ma una mattanza, una strage perpetrata da un esercito potente dal quale una popolazione allo stremo e pochi, eroici combattenti si difendono come possono.

Non sorprende, quindi, che da Assisi non sia venuta fuori alcuna proposta di lotta, ma solo generici appelli alle società civili ed a quell’ONU che, nei confronti di Israele, continua a mostrare la propria impotenza. Da quanto leggo, le sole parole coraggiose sono state quelle pronunciate da un vescovo ottantacinquenne, Luigi Bettazzi, che ha detto chiaro e tondo che rappresaglie da cento contro uno non le facevano neppure i nazisti, e che per questo si beccherà sicuramente dell’antisemita da tutte le anime belle (si fa per dire) di questa repellente sinistra italiana.

La manifestazione del 17 gennaio ci consegna un’enorme responsabilità, paragonabile solo a quella che lo sciopero generale dello scorso 17 ottobre ha caricato sulle spalle del sindacalismo di base. Non possiamo permetterci alcuna discontinuità nell’iniziativa, così come non possiamo permetterci alcuna ambiguità nella definizione del nostro orientamento politico. Tradotto in pratica, questo significa che la coerenza politica che ci ha consentito di ampliare a dismisura il raggio di azione e di intervento di tutte le associazioni e i comitati in sostegno del popolo palestinese deve ora misurarsi con il nuovo scenario che si è prodotto in queste settimane convulse, uno scenario segnato prepotentemente dall’irruzione di una massa di nuovi cittadini, quegli immigrati di seconda generazione che hanno operato un salto di qualità nella percezione di sé e nel rapporto con la politica, lasciandosi alle spalle l’immagine – ancora radicata nell’immaginario deforme di tanti – dello zio Tom in grado appena di supplicare un permesso di soggiorno e facile preda del fascista o del leghista di turno. Dal 28 dicembre, questa nuova generazione di proletari è uscita allo scoperto ed ha alzato la voce, allineando finalmente l’Italia alle metropoli europee e nordamericane, dove l’alleanza strategica sul terreno dei diritti sociali e della lotta politica fra le minoranze delle “colonie interne” e la sinistra politica e sindacale è un fatto acquisito da molti anni. Insomma, aspettando Malcolm X, in queste settimane siamo già diventati meno provinciali.

L’organizzazione del boicottaggio di massa dell’economia di guerra israeliana e della solidarietà concreta con la popolazione di Gaza sono i passaggi immediati che ci troviamo di fronte, e sono passaggi che dobbiamo affrontare anche come una sperimentazione delle potenzialità di quell’alleanza strategica ora possibile, anzi già nei fatti. Sarà un bel lavoro, e dunque buon lavoro a tutte e tutti.

Roma, 18.1.2009

Germano Monti (Forum Palestina)

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