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(19 Marzo 2013) Enzo Apicella

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Ora tocca anche alla Cgil

La Cgil diceva…

(24 Gennaio 2009)

Quando hanno “normalizzato” i Consigli di fabbrica, la Cgil diceva tanto sono solo casinisti e neanche iscritti.

Quando hanno regolamentato gli scioperi ridotti a sterili proteste virtuali, la Cgil diceva che tutto si poteva risolvere nel tavolo che conta

Quando hanno tolto la scala mobile, la Cgil diceva che i salari si difendevano con la concertazione,

Quando hanno tagliato le pensioni, la Cgil diceva ma “tanto noi gestiremo i loro tfr nei fondi pensione”

Quando hanno istituito, complici i sindacati, il lavoro in affitto e i co.co.pro, la Cgil diceva, tanto noi contrattiamo le assunzioni.

Quando escludevano i sindacati di base dalla trattativa e negavano ai Cobas-scuola il diritto di assemblea, la Cgil diceva che erano solo degli estremisti corporativi antiunitari.

Quando nonostante il no delle assemblee operaie decidevano i funzionari o i voti dei pensionati usati come massa di manovra, La Cgil diceva che la democrazia era l’interesse generale del paese

Quando faceva fuori la sinistra sindacale a Brescia e nella Fiom di Milano, la Cgil diceva di difendere l’unità dei lavoratori e della democrazia

Quando i salari italiani sono diventati i più bassi d’Europa, la Cgil non aveva più niente da dire

Ora il tavolo che peggiora si fa anche senza la Cgil che spera di ritornarci e conservarsi strumentalizzando la protesta sociale, ma ormai lo scopo è raggiunto. Problema è della Cgil che ha scelto definitivamente di stare con il capitale.

Il vero problema non è la discesa…… ma l’atterraggio. Capitolo chiuso. Si riparte dalla lotta di classe che è altrove, fuori da tutti i concertatori.

Mai più in guerra con i generali venduti.

Giancarlo Staffolani (coll. comunista b.brecht veneto orientale)

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Commenti (4)

Riaprire il capitolo

Giancarlo ha usato una bella forma, politica e letteraria insieme -ha parafrasato un breve componimento di Martin Niemöller, paradigmatico pastore luterano antinazista e pacifista-, per stigmatizzare decenni -sì, decenni- di trasformazione del pensiero sindacale e politico della CGIL. Nel 1986 -secoli fa, mi verrebbe da dire, in termini politici e sindacali- alcuni giovani insegnanti che si affacciavano all’impegno nel sostegno dei lavoratori e dei loro interessi in difesa della qualità del lavoro, del diritto alla libertà nel lavoro e alla salvaguardia del diritto allo studio per ogni giovane del nostro paese si sono sentiti apostrofare da un ominicchio che si autodefiniva rappresentante dei lavoratori in qualità di funzionario locale della CGIL quali soggetti incapaci di una visione unitaria dei lavoratori stessi a cui era permessa una sola scelta: andarsene dalla CGIL, alla quale un dimagramento, in tal senso, non poteva che risultare salutare. Quei giovani insegnanti della metà degli anni ’80 -quasi tutti iscritti alla CGIL- avevano appena dato corpo ai Comitati di Base della Scuola -ora conosciuti come COBAS, ma all’epoca istituiti nelle scuole semplicemente come CdB, senz’altra dizione, poiché solo nella scuola e in nessuna altra realtà lavorativa v’era sentore di innovazione organizzativa nelle basi sindacali (gli autoconvocati CGIL c’erano stati ed erano anche già scomparsi)-.
Il dimagramento ci fu, eccome, e la CGIL -ma non solo- nella scuola pagò pegno. Se ne accorsero i distruttori del sindacato conflittuale -Cgil/Cisl/Uil/Snals/Gilda (fatta nascere da una costola concertativa intrufolatasi nei CdB e velocemente uscitane)- e dal 1990 in poi fecero di tutto per tagliare le gambe all’unico soggetto sindacale della scuola che sosteneva le ragioni e la dignità dei lavoratori del mondo dell’istruzione e degli studenti insieme. Il prezzo pagato dai Comitati di Base della Scuola è stato -ed è tutt’ora- altissimo. Tuttavia i COBAS della scuola ci sono ancora; e dove le leggi liberticide quindicennali pensate dalla Cgil, approvate da Cisl, Uil, Snals e Gilda e accolte da tutti i governi, sinistri per aspetto e destri -ovvero reazionari- per natura, dove quelle leggi non ce l’hanno fatta a schiacciare la combattività di insegnanti e ATA i COBAS della scuola sono di gran lunga la prima organizzazione del comparto.
Perché questo breve richiamo storico a commento del fortissimo e bellissimo testo che Giancarlo ci ha proposto? Perché i Comitati di Base della Scuola sono, tra milioni di difficoltà e con contraddizioni a centinaia, l’esempio del ritorno alla lotta di classe che, proprio perché lontani anni luce dai sindacati di stato appunto da questi, più ancora che dallo stato stesso, sono stati combattuti, frantumati, schiacciati, ma non sconfitti. Perché è l’idea di giustizia e di diritto umano, sociale e politico che deve essere sconfitto per far scomparire un’esperienza come quella dei COBAS della scuola.
Ed allora che sia dia voce, alta, forte, squillante, alle ultime parole di Giancarlo: bisogna ripartire andandosene fuori dai luoghi della concertazione e dando avvio ad una trasformazione straordinaria delle forme sindacali, che dovranno essere tali perché mai viste -o non più viste da decenni- e grandiose -perché operate fuori dagli schemi della legalità di questo stato e delle sue leggi-.

(24 Gennaio 2009)

Brunello Fogagnoli

brunfoga@fastwebnet.it

Commento personale

Quando hanno normalizzato i consigli, quando hanno tolto la scala mobile, quando hanno tagliato le pensioni, Quando facevano fuori la sinistra, quando eccetera e eccetera, non la CGIL diceva ma i suoi burocrati dicevano, è non affatto la stessa cosa.
Quando i burocrati escludevano i sindacalisti di base dalle trattative dicendo che erano degli estremisti, senza neanche saperlo ripetevano quello che già Lenin ribadiva strenuamente ne "L'estremismo malattia infantile del comunismo". E se Lenin aveva già ragione allora, mai come oggi ha straragione. Come chiamarli infatti quei compagni che dicono che ormai la CGIL ha deciso di stare definitivamente col capitale? Di nuovo, non la CGIL, ma i burocrati della CGIL, e non è affatto la stessa cosa. Non mi risulta che lo sciopero di Dicembre e quello di febbraio siano stati chiamati dal Capitale, né che il Capitale scenderà in piazza con noi. Con noi scenderanno la maggior parte dei lavoratori, cioè la classe, i funzionari onesti della CGIL e anche i generali venduti terrorizzati dal perdere la poltrona. Quanto più lo sciopero riuscirà e meno generali corrotti vedremo al prossimo. Fuori da tutti i corrotti non c'è la lotta di classe, ma l'incoscienza del movimento puro che si è isolato dalla classe per darsi ragione da solo. Se la CGIL avesse deciso di stare definitivamente dalla parte del Capitale non vedremmo gli scioperi che è costretta a chiamare, sospinta dalla base e dai suoi generali più combattivi come ad esempio Cremaschi. Solo per gli estremisti, la CGIL è i suoi funzionari corrotti. In realtà la CGIL è i suoi funzionari corrotti, più i pochi sani, più tutti i lavoratori. Quanto più i comunisti staranno vicini alle ultime due componenti per contrastare i burocrati, tanto più i burocrati si faranno da parte.
Purtroppo il compito è complicato da centinaia di attivisti, che decidendo di non stare con i generale corrotti, ma nel movimento puro, hanno deciso di fatto di essere i principali alleati dei burocrati. E mentre ripetono la litania che la CGIL è immutabile, la Cgil è già cambiata sotto i loro occhi foderati di salame. Il compito dei comunisti è accelerarne il cambiamento standoci dentro come voce critica e anche ultracritica. Standoci fuori, i comunisti, accelereranno solo la ripresa delle redini da parte dei burocrati, anche se gli estremisti, qualora questo dovesse avverarsi, invece di fare autocratica, diranno "avete visto?". Dei ciechi che rinfacceranno agli altri di non aver avuto buona la vista. Non è il colmo?

(25 Gennaio 2009)

Lorenzo Mortara
Operaio iscritto Fiom-Cgil
Vercelli

CompagnoLorenzaccio@gmail.com

Della burocrazia, dell‘estremismo, del rivoluzionarismo

Ho già formulato un primo punto di vista a complemento di quanto Giancarlo ha espresso col suo articolo, ma in quel momento non era ancora visibile lo scritto di Lorenzo Mortara. Ora che ho avuto la sorte di ascoltare le riflessioni di Lorenzo Mortara, voglio aggiungere qualche altra idea a quella più semplice che forse adesso si vede in chiaro più sopra.
La prima questione che mi pongo è in quale realtà sociale, sindacale e politica stia vivendo Lorenzo Mortara. Non in quella concreta, quella fatta di rapporti reali di produzione, che macinano fatica e sangue nelle fabbriche italiane e del mondo -se alcuni degli operai della Thyssen arsi vivi poco più di un anno fa stavano là è perché i sindacati di stato (quindi anche la CGIL) in questi ultimi venti anni hanno prima ridotto il salario di quei lavoratori ad una regalia signorile elargita con molto buon cuore dal padronato e vergognosamente concertata dai suddetti carrozzoni sindacali (quindi anche dalla CGIL, in forza dell’ormai antica teoria della buonanima di Lama [segretario CGIL fine anni ’70 inizio anni ‘80] per cui il salario è una variabile dipendente delle esigenze di capitalizzazione dei padroni del vapore), poi hanno concertato che per far arrivare a fine mese gli operai si poteva tranquillamente farli lavorare per due turni consecutivi (cioè 16 ore di fila compresa la notte) in una fabbrica ad altissimo tasso di fatica quale è un’acciaieria-; né nella realtà priva di democrazia, vive Lorenzo Mortara, per cui ancora oggi chissà perché tra le organizzazioni dei lavoratori quelle che sempre meno li rappresentano effettivamente hanno un privilegio di prelazione nelle RSU, per cui si accaparrano al di fuori delle votazioni il 30% di rappresentanza -scelto con metodi correntizi dalle burocrazie tanto vituperate da Lorenzo Mortara- o, peggio, partecipano -per legge, voluta dai concertatori di stato (quindi anche dalla CGIL)- alle contrattazioni locali non essendo neppure presenti nelle RSU elette, come accade nel comparto scuola; e nemmeno nella realtà della cancellazione della dignità umana, vive Lorenzo Mortara, che si alimenta di precarietà e di precarizzazione -altra causa di migliaia di incidenti sul lavoro (centinaia dei quali mortali)-, forme di sudditanza agli interessi dei capitalisti -piccoli o grandi qua poco importa- che ancora una volta il terzetto di consociati allo stato (quindi anche la CGIL) ha costruito insieme ai predatori di lavoro e ai governi che in questi decenni hanno spostato enormi quantità di reddito dalle classi meno abbienti ai proprietari di banche, finanziarie, industrie e terre.
Si potrebbe continuare all’infinito -si pensi alle politiche pensionistiche dei tre lacchè sindacali (quindi anche della CGIL), o alla flessibilizzazione dell’orario di lavoro studiato dai tre apprendisti stregoni (quindi anche dalla CGIL) presso gli eredi di Taylor e Ford- per dimostrare a Lorenzo Mortara che il mondo in cui vive è un altro rispetto a quello reale. In quest’ultimo la CGIL -non la sua burocrazia- ha consapevolmente, e colpevolmente, operato per indebolire la capacità di rivendicazione dei propri diritti -a cominciare da quello ad una vita degna di questo nome- da parte dei lavoratori. Nel frattempo, però, essa ha saputo ben rafforzare le proprie strutture funzionariali e burocratiche che impediscono agli iscritti di influenzare anche solo minimamente le scelte delle consorterie dei segretari a qualsiasi livello ed in qualsiasi comparto.
E ciò accade anche grazie ad una spaventosa povertà culturale di fondo di chi si dichiara comunista. Solo grazie ad essa si può scambiare l’attacco politico leniniano all’estremismo con la propaganda priva di valore della CGIL -tutta- contro il sindacalismo di base. Lenin quando addebitava responsabilità di estremismo a una parte dei movimenti dei primi anni del ‘900 non si riferiva affatto a comunisti un po’ avventati ed eccessivamente violenti. Lenin operando le sue critiche si riferiva a chi, volendo fare dell’anticapitalismo, non voleva essere scientificamente comunista. Lenin, infatti, da comunista, ha compiuto atti estremi, non estremisti, compresa una rivoluzione, che si è voluta comunista, e che non si è compiuta su un tavolo di concertazione tra i bolscevichi, lo zar e la nobiltà terriera pre- e proto industriale. A zar e padroni, a falsi rivoluzionari e pseudo socialisti Lenin e i bolscevichi hanno fatto guerra ideale e politica, e nel ’17 hanno vinto, peraltro in modo non del tutto pacifico (a volte succede, a volte è necessario).
Il dramma vero sta nel fatto che c’è ancora chi, come Lorenzo Mortara, pensa al proprio essere comunista come a un carattere d’appartenenza ad una grossa organizzazione al di là e al di fuori di come essa è veramente nonostante il nome che porta. Questa CGIL non è nemmeno lontana parente di quella che negli anni ’60, pur in ritardo rispetto alla base operaia -i CUB nacquero fuori dalla CGIL e imposero l’istituzione dei consigli di fabbrica tanto al padronato quanto ai sindacati confederali-, quella CGIL seppe per un po’ -poco, non ci si illuda- rimettersi in contatto con la base dei lavoratori. Malgrado questo, la CGIL negli anni ’80 e ’90 ha ripreso il cammino di autodistruzione culturale e politica, e quindi sindacale, che oggi dispiega tutta la sua potenza nella macchina burocratica in cui si è trasformata. Ma pur di appartenere a qualcosa di ‘grande’ ecco che ci si illude che la si possa modificare in senso progressista, se non proprio classista, come fa Lorenzo Mortara.
Anche qua, è evidente, manca un riferimento storico di teoria e prassi che deve appartenere ai comunisti. Ovvero che per essere tali non bisogna dedicarsi alla trasformazione di un’organizzazione sindacale o politica, bensì alla costruzione di un movimento reale che trasformi -ovvero lo distrugga, aggiungo io, sulla scorta della rivoluzione operata da quel grande critico dell’estremismo che risponde al nome di Lenin- lo stato di cose presente -cioè le relazioni di produzione capitalistica del lavoro e della società-. Se questo vogliamo cercare di essere -senza sapere se riusciremo ad esserlo o a diventarlo veramente- non è stando in un immenso castello fortificato e impermeabile a qualsiasi modificazione dall’interno, quale è la burocratica CGIL, che si riesce ad esserlo. Al contrario, poiché quel castello è parte integrante, cristallizzata e amalgamata, dello stato capitalistico delle cose presente va abbattuto e sostituito.
I veri ciechi, questo sì è il colmo, sono Lorenzo Mortara e tutti quelli della Rete 28 Aprile, a partire da Cremaschi, che, non vedendo il mondo reale per quello che è, si fanno portatori d’acqua -voglio credere inconsapevoli, ma non per questo meno responsabili di tutto il resto della CGIL- all’enorme apparato di potere burocratico di cui si dicono critici e che permea e dirige un’organizzazione che si ammanta indegnamente di un nome che non le appartiene più né sul piano sindacale né su quello culturale e politico.
Escano da qual castello triste e tetro Lorenzo Mortara e i 28 Aprile, e respirino l’ossigeno di un movimento, quello comunista, che, benché sia in larga misura da ricostruire, è l’unica realtà per la quale vale la pena tornare con radicalità e durezza ad affermare il diritto di essere uomini nella società, nel posto di lavoro, tra i popoli, sulla Terra.

(25 Gennaio 2009)

Brunello Fogagnoli - rivoluzionario - insegnante aderente ai COBAS-Comitati di Base della Scuola

brunfoga@fastwebnet.it

Siamo alle solite

Non ne vale la pena commentare, siamo i proffessionisti del dividerci. avanti così compagni/e

(3 Febbraio 2009)

Coccoli gianfranco pensionato

gianfranxco@alice.it

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